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Grandezza e decadenza del centro-destra

Jean-Michel Cina (a sinistra) e Philipp Staehelin: visi cupi dopo le elezioni del 19 ottobre

(Keystone)

Il partito popolare democratico sembra essere il partito governativo per eccellenza. E’ rappresentato da oltre cento anni in Consiglio federale.

Eppure il suo elettorato continua a ridursi a vista d’occhio.

Sembra un paradosso, ma questo grande partito di governo fu in un primo tempo la principale forza di opposizione al nuovo Stato federale creato dai radicali nel 1848. I cattolici si opposero alla sua creazione. Vinti durante la guerra del Sonderbund (1847), si ritrovarono naturalmente ai margini della Svizzera moderna.

I radicali mantennero i cattolici lontani dalle leve del governo. Le misure ostili alla Chiesa cattolica si moltiplicarono. Politicamente, i cattolici rimasero relegati nei cantoni nei quali rappresentavano la maggioranza.

La svolta del 1874

I cattolici svizzeri non si rassegnarono però a rimanere rinchiusi in un ghetto. Per far sentire la loro voce, utilizzarono gli strumenti messi a disposizione dalla democrazia diretta : il referendum e l’iniziativa.

Fu soprattutto la revisione totale della Costituzione federale (1874) a mostrare che i cattolico-conservatori erano in grado di bloccare il funzionamento dello Stato. I radicali scelsero così di riavvicinarsi ai loro avversari e le porte si aprirono.

Il primo cattolico-conservatore venne eletto al Tribunale federale nel 1879, alla presidenza del Consiglio nazionale (Camera bassa) nel 1887 e in Consiglio federale nel 1891.

La collaborazione divenne ancora più intensa di fronte all’emergere di un comune nemico : il socialismo. Lo sciopero generale del 1918 rafforzò ulteriormente l’alleanza. Nel 1920 i radicali, indeboliti dall’introduzione di un sistema di elezione proporzionale, cedettero un nuovo seggio ai cattolico-conservatori.

Sterzata al centro

I cattolico-conservatori fecero dei tentativi per andare oltre la semplice difesa degli interessi cattolici.

Un primo tentativo può essere individuato nello sviluppo del movimento cristiano-sociale. Sulla scia dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891), i cattolici svilupparono delle tesi sociali. Si proposero così di rispondere alle preoccupazioni della classe operaia e di allontanarla dalle sirene del socialismo.

Un nuovo impulso fu dato dal Concilio Vaticano II (1962-1965). A livello della politica svizzera, si tradusse in una rifondazione del partito con la creazione, nel 1970, del Partito popolare democratico-cristiano (dal 1997 partito popolare democratico PPD).

La nuova denominazione indica che il partito, pur senza rinunciare ai suoi referenti cristiani, non intende più rivolgersi esclusivamente ai cattolici.

Più ancora che un cambiamento di nome, si tratta di un vero cambiamento di rotta. Il nuovo PPD sceglie di posizionarsi al centro dello scacchiere politico. Vicino agli ambienti liberali per quanto attiene alla politica economica e finanziaria, non esita ad avvicinarsi ai socialisti in materia di politica sociale.

Ma il PPD rimane pur sempre un partito cattolico. Nel 1972, solo circa il 14 % dei suoi elettori sono protestanti.

Questo radicamento in terra cattolica ha anche dei vantaggi. Cattolico-conservatori dapprima, popolari democratici poi poterono contare su un elettorato fedele. Dagli anni ’20 agli anni ’80, il partito seppe mobilitare tra il 20 e il 23 % del corpo elettorale. Durante il medesimo periodo, il numero di seggi sotto la cupola di Palazzo federale oscillò tra 60 e 66.

La discesa agli inferi

Ma la caduta fu brutale. Nel 1987, la percentuale degli elettori passò sotto la sbarra del 20%. Da allora non smise di scendere fino ad arrivare al 14% circa di oggi. Anche il numero degli eletti si sciolse come neve al sole, passando dai 61 del 1987 ai 43 attuali.

Due spiegazioni sono possibili. La prima è che il fenomeno della secolarizzazione ha ridimensionato l’importanza del voto cattolico.

Ma soprattutto, il profilo centrista del PPD ha portato buona parte dei cittadini a credere che il partito non sia sufficientemente profilato. La posizione del PPD è resa ulteriormente difficile dal continuo degrado della situazione economica del paese.

Di fronte alle preoccupazioni dei cittadini (disoccupazione, costi della salute, ecc.), la sinistra, ma soprattutto l’Unione democratica di centro (UDC/destra dura) propongono soluzioni alternative, mentre radicali e democristiani devono stare sulla difensiva.

E’ in questo contesto che si inserisce il verdetto delle elezioni federali del 19 ottobre scorso. Largamente superati da UDC e socialisti, radicali e popolari democratici sono ormai ridotti all’ombra di loro stessi.

Sta ora ai due antichi motori della politica federale trovare il modo di raddrizzare la rotta.

swissinfo, Olivier Pauchard
(traduzione di Luisa Orelli)

In breve

L’erosione del PPD a livello federale

1983: 60 seggi e 20,2% dell’elettorato
1987: 61 seggi e 19,6% dell’elettorato
1991: 51 seggi e 18% dell’elettorato
1995: 50 seggi e 16,8% dell’elettorato
1999: 46 seggi e 15,9% dell’elettorato
2003: 43 seggi e 14,4% dell’elettorato

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