I bilaterali devono superare lo scoglio dell’UDC

Il presidente dell'UDC, Ueli Maurer, sta già pensando al referendum contro l'accordo su Schengen Keystone

Dopo l’intesa raggiunta dalle delegazioni di Berna e Bruxelles, gli accordi devono ora venir approvati in Svizzera, forse anche da un referendum.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 maggio 2004 - 12:35

L’Unione democratica di centro (UDC) si è già detta pronta a dare battaglia, minacciando tutto il pacchetto dei bilaterali II.

In che modo il secondo pacchetto di accordi bilaterali tra la Svizzera e l'Unione europea dovrà venir approvato? Una domanda che sembra rientrare in un campo puramente formale e giuridico.

In realtà si tratta innanzitutto di una questione di tattica e di credibilità, dal momento che sono in gioco importanti interessi politici ed economici.

Gli accordi dovranno venir sottoposti in ogni caso al popolo svizzero? E, se sì, come? Il Consiglio federale proporrà una risposta a questi interrogativi al più presto in autunno. La decisione spetterà poi al Parlamento.

Al centro della questione figurano soprattutto due punti. Da un lato, bisognerà decidere se i 9 accordi bilaterali devono essere adottati o meno come un pacchetto globale.

In secondo luogo, sarà necessario chiarire se il testo dei trattati va sottoposto ad un referendum obbligatorio o facoltativo.

Nessun obbligo di referendum

In linea di principio, gli accordi sottostanno soltanto al referendum facoltativo, dal momento che la Costituzione non impone in quest’ambito una votazione popolare.

D’altronde, la formula del referendum facoltativo era già stata adottata per il primo pacchetto di trattati bilaterali, entrati in vigore nel 2002.

Ad una votazione federale si era giunti soltanto per il fatto che i Democratici svizzeri avevano impugnato l’arma del referendum.

Nel 1992, in occasione della votazione sullo Spazio economico europeo, era stato invece il Consiglio federale ad optare per il referendum obbligatorio, pur non avendo nessuno obbligo costituzionale.

Nel caso attuale, ci si può quindi immaginare di sottoporre in ogni caso al verdetto popolare singoli accordi o addirittura il pacchetto globale. In tal caso, per la loro approvazione, sarà necessaria anche la maggioranza dei Cantoni.

Pacchetto o no

Per questioni di credibilità sarebbe probabilmente preferibile la soluzione del pacchetto globale. Anche perché, nel corso delle trattative con l’Unione europea (UE), era stata la stessa Svizzera ad esigere di trattare gli accordi parallelamente e a rivendicare una conclusione contemporanea di tutti i trattati.

Una mossa tattica che si è rivelata azzeccata, visto che in questo modo la Confederazione ha potuto strappare un difficle accordo su Schengen, mettendo in pegno, per così dire, la questione dell’armonizzazione fiscale e della lotta alle frodi doganali.

L’UE ha accettato solo con una certa riluttanza questo parallelismo dei negoziati. Ora invece si è messa a sostenere questa soluzione per non pregiudicare l’adozione delle due intese alle quali tiene maggiormente.

Nel corso del vertice di mercoledì con i rappresentanti svizzeri, la delegazione di Bruxelles difenderà probabilmente l’opzione del pacchetto globale.

UDC in posizione di attacco

Gli svantaggi del pacchetto globale sono legati chiaramente alle maggiori prospettive di insuccesso. L’opposizione sollevata anche soltanto da un accordo potrebbe infatti far tramontare tutto il progetto.

E l’Unione democratica di centro (UDC) ha già annunciato da tempo di voler lanciare un referendum contro la proposta di adesione al trattato di Schengen.

La questione dei controlli doganali e della sicurezza interna suscita evidentemente dei timori presso la popolazione e rischia quindi di far fallire il pacchetto globale alle urne.

Un rischio che il Partito socialista (PS) e il Partito popolare democratico (PPD) sembrano voler assumere. Il Partito liberale radicale (PLR) e l’UDC optano piuttosto per un voto sui singoli accordi.

Anche l’Associazione svizzera dei banchieri e l’associazione padronale Economiesuisse sostengono la separazione degli accordi. Nel loro caso, evidentemente, lo scopo è di salvare il trattato sull’armonizzazione fiscale, mettendo il segreto bancario al riparo da ogni ulteriore attacco.

Blocher costretto a scegliere

Dal profilo politico sarà interessante vedere come si muoverà Christoph Blocher, posto di fronte ad un non facile dilemma.

Oppositore da sempre all’adesione della Svizzera al trattato di Schengen, il nuovo ministro di giustizia e polizia sarà ora costretto a difendere questo trattato dinnanzi al popolo e contro il suo stesso partito.

Blocher è confrontato, tra l’altro, allo stesso problema anche per quanto concerne l’estensione ai 10 nuovi paesi aderenti all’UE dell’accordo sulla libera circolazione delle persone, adottato nel quadro del primo pacchetto di bilaterali.

La Svizzera e l’UE hanno raggiunto rapidamente un’intesa che verrà sicuramente combattuta dall’UDC e dall’Associazione per una svizzera neutrale e indipendente (ASNI), guidata fino all’anno scorso dallo stesso Blocher.

Gioco pericoloso

Un referendum sull’estensione ai nuovi membri dell’UE della libera circolazione delle persone mette in gioco tutto il pacchetto degli accordi bilaterali I.

Con un rifiuto popolare i 10 nuovi aderenti si vedrebbero chiaramente discriminati. Una decisione che l’UE non potrebbe chiaramente accettare.

I Venticinque potrebbero quindi disdire l’accordo, facendo saltare il pacchetto globale dei bilaterali I. È quanto previsto, d’altronde, dal profilo giuridico: la rinuncia ad un accordo significa la fine di tutto il pacchetto.

Le conseguenze per la Svizzera sarebbero preoccupanti: i bilaterali I comprendono infatti alcuni accordi molto importanti, come quelli sul traffico aereo e sui trasporti stradali.

swissinfo, Katrin Holenstein
(traduzione Armando Mombelli)

Fatti e cifre

1992 il popolo svizzero rifiuta la proposta di adesione allo Spazio economico europeo
1994 Svizzera e Unione europea iniziano le trattative per la conclusione di 7 accordi settoriali
1999 firma del primo pacchetto di accordi bilaterali CH-UE
2000 il testo dei trattati è approvato dal popolo svizzero
2002 i 7 accordi bilaterali entrano in vigore
2002 CH e UE avviano un nuovo round di negoziati (bilaterali II o bilaterali bis)

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In breve

Le trattative bilaterali bis concernono 9 dossier, tra cui figurano alcune questioni rimaste in sospeso dopo la conclusione del primo pacchetto di accordi nel 1999.

Si tratta dei dossier che riguardano le pensioni, i prodotti agricoli trasformati, l'ambiente, la statistica, i media, l'educazione, la formazione professionale e i programmi a favore dei giovani.

Vi figurano inoltre due temi proposti dall'Unione europea: la lotta contro la frode e la tassazione sui redditi da risparmio.

L'ultimo dossier, richiesto dalla Svizzera, riguarda la collaborazione in materia di polizia, giustizia, asilo e migrazione nel quadro dei trattati di Schengen e di Dublino.

L'UDC intende combattere con un referendum l'accordo di Schengen.

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