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I budda afgani rinascono con l'aiuto svizzero

Una delle due statue di Budda sfregiate dai talibani

(Keystone)

Esperti del Politecnico federale di Zurigo sono pronti a restaurare una delle due statue di budda distrutte in Afghanistan dal passato regime dei talibani.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura giudica però prematuro il progetto.

Un’equipe di ricercatori svizzeri propone di ricostruire a Bamiyan, in Afghanistan, una delle due statue giganti raffiguranti Budda, distrutte dai talibani nel 2001.

Le due statue, patrimonio mondiale dell’umanità, erano state scolpite nella roccia oltre 1.500 anni fa dai buddisti in segno di devozione religiosa.

Tecnica in soccorso

“La ricostruzione dei budda è tecnicamente possibile. Per iniziare i lavori manca solamente la decisione politica”, ha informato mercoledì a Ginevra il professor Armin Grün del Politecnico federale di Zurigo (ETHZ).

Con il suo gruppo di ricerca dell’Istituto di geodesia e fotogrammetria, il professor Grün ha già realizzato un modellino virtuale dei 53 metri che misura la statua del budda da ricostruire.

Il costo della ricostruzione di una delle due statue è preventivato in circa 43 milioni di franchi svizzeri.

La ricostruzione pianificata dai ricercatori del Politecnico di Zurigo consentirebbe ad una delle due statue giganti di ritrovare l’aspetto che aveva prima della distruzione operata un paio d’anni or sono dal regime dei talibani. Gli “studenti in teologia” si erano accaniti a colpi di cannone e di mortaio contro le due raffigurazioni giganti di Budda, considerate blasfeme.

L’opposizione dell’Unesco

La ricostruzione della prima delle due statue giganti di Bamiyan è però contestata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), che la giudica intempestiva.

“È completamente prematuro affermare che si ricostruiscono i budda, perché la priorità attuale è di consolidare le immense nicchie che accoglievano le statue e che sono ubicate nella scogliera di Bamiyan”, puntualizza Christian Manhart, principale esperto dell’Unesco per il patrimonio culturale afgano.

“La ricostruzione di una delle due statue costerebbe milioni di dollari che potrebbero essere utilizzati meglio in altri modi”, aggiunge Christian Manhart.

La valle di Bamiyan

Di parere opposto, ovviamente, il professor Grün, il quale sottolinea che i fondi internazionali sono messi a disposizione appena l’Unesco dà il proprio avvallo al progetto.

“La popolazione locale è favorevole, perché ne intravede anche un potenziale di sviluppo economico per l’intera valle di Bamiyan attraverso il turismo”, precisa il professor Grün.

Il turismo potrebbe, infatti, essere una fonte alternativa di introiti a quella della coltivazione del papavero da oppio per i poveri abitanti della valle di Bamiyan.

Il contributo della Svizzera

La Confederazione contribuisce finanziariamente al restauro ed alla tutela dei beni architettonici, ambientali e culturali dell’Afghanistan.

La valle di Bamiyan è stata iscritta lo scorso mese di luglio tra i siti catalogati dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre ai budda giganti, la valle di Bamiyan ospita numerosi complessi monastici e santuari buddisti, nonché edifici fortificati del periodo islamico.

Negli scorsi anni la Confederazione ha finanziato ed offerto assistenza tecnica per il restauro del minareto di Jam, iscritto nel 2002 nell’elenco dei siti patrimonio mondiale dell’umanità.

Per il 2004 ed il 2005, il contributo finanziario della Svizzera ammonta a poco meno di 400 mila franchi, versati all’Unesco dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

Parallelamente, degli esperti formeranno degli artigiani afgani nelle tecniche di restauro e conservazione degli edifici tradizionali fatti con mattoni di terra.

swissinfo e agenzie

In breve

La tecnologia svizzera per ricostruire le statue giganti dei budda di Bamiyan, in Afghanistan, distrutte dal passato regime dei talibani nel 2001.

Lo propone il professor Armin Grün del Politecnico federale di Zurigo, che con la sua equipe dell’Istituto di geodesia e fotogrammetria ha realizzato uno studio preliminare di fattibilità.

I donatori internazionali aspettano il via libera dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, che giudica però il progetto non prioritario.

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