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I Grigioni nella febbre della caccia

Animali nel mirino: anche gli stambecchi grigionesi devono fare i conti con i cacciatori (foto: nationalpark.ch)

A inizio Novecento, sulle montagne svizzere non c’era più un cervo o uno stambecco. Dopo il ripopolamento, i discepoli di Diana sono tornati numerosi e affiatati.

Appunti sull’esempio grigionese, dove la caccia è un rito e anche un fattore politico.

Nella seconda settimana di settembre in numerosi cantoni inizia la caccia alta: in tutto l’arco alpino si aprono le battute al cervo, al camoscio e allo stambecco. Nei Grigioni però il 9 settembre è un giorno eccezionale: nei boschi e sulle pendici delle montagne parte l'azione venatoria.

Per tre settimane il tema monopolizza l’attenzione nei bar e nelle case. Anche i giornali grigionesi relegano l’informazione corrente per lasciare spazio alle novità venatorie. Nelle montagne l’eco dei fucili arriva lontano; gli istinti primordiali si risvegliano.

Nei Grigioni, cantone che ha appunto lo stambecco sulla bandiera, sono oltre 5'400 i cacciatori patentati fra cui anche, novità degli ultimi anni, 80 figlie di Diana.

«Ma ad essere coinvolti sono tutti – commenta un osservatore – le mogli a casa si occupano della preparazione delle provviste per le battute di caccia dei mariti e fanno posto nei congelatori per la carne e preparano le spezie per il salmì». Un rito collettivo tecnicamente aggiornato si ripete.

Tempi passati

«Fino a pochi anni fa i cacciatori erano una vera forza politica – ricorda Jürg Müller, zoologo e direttore del Museo di Storia naturale di Coira, il capoluogo grigione – per essere eletti bisognava avere le loro organizzazioni dalla propria parte». E proprio l’associazione cantonale era un veicolo pressoché infallibile per accedere alle cariche amministrative o per vincere le battaglie politiche.

E dire che intorno al 1850 sulle Alpi, cervi e caprioli erano estinti. Vittima dell’espansione agricola e del bracconaggio: «L’arrivo di nuove armi da fuoco ha sostituito i nemici naturali, sterminati già in precedenza», spiega Müller. Vinto il lupo, insomma, l’uomo ne ha fatto le veci mangiandosi anche l’ultimo ruminante selvatico.

Nel 1875 è arrivata la prima legge federale per la protezione della fauna. Anche i liberi grigioni hanno accettato le limitazioni: non c’era più niente da cacciare, della selvaggina rimanevano solo le vestigia sulla bandiera.

Ripopolamento parallelo

Il ripopolamento della fauna alpina è avvenuto progressivamente. «Per ultimi sono arrivati negli anni Venti gli stambecchi. Alcuni esemplari sopravvivevano ancora nelle riserve del Gran Sasso, proprietà del re d’Italia». Gli uomini hanno restituito agli ungulati un loro spazio vitale (a inizio Novecento è nato, tra l'altro, il Parco nazionale) e oggi sono di nuovo numerosi.

E con loro è rinata anche la specie temibile dei cacciatori. Ma oggi la loro attività è strettamente limitata: poche settimane l’anno di libertà, esami durissimi per ottenere la patente e solo determinati capi adulti possono essere abbattuti, una fitta rete di guardiacaccia controlla tutto e tutti. Essere cacciatore è ormai una scienza, ma evidentemente sono in molti a non demordere.

Istinto primordiale

Anche chi protegge gli animali per professione riconosce la necessità della caccia. Luca Vetterli, segretario ticinese di Pro Natura, la principale organizzazione ambientalista svizzera, precisa: «Non ci sono più i nemici naturali e per evitare i danni alla vegetazione è necessario che gli animali in sovrabbondanza vengano abbattuti».

Dunque un cacciatore è improvvisamente anche un regolatore della natura. Ma chi è il cacciatore del Ventunesimo secolo? Sicuro è che la caccia non è più una necessità esistenziale, fare il cacciatore, infatti, non rende.

Per Luca Vetterli non c’è un identikit univoco: «C’è chi ama davvero la natura, chi vuole solo la preda, c’è anche il bracconiere che deve vivere i suoi istinti».

«Nei Grigioni, la patente di caccia è accessibile, costa poco più di 300 franchi, con la carne di due cervi il conto è saldato – commenta Jürg Müller – ma non si è ancora pagato il cannocchiale, gli abiti termoattivi di marca, il fucile, la cascina e la festa con gli amici…»

Essere cacciatore deve dunque avere un movente complesso, è una passione con numerosi risvolti e un suo bel prezzo.

La stagione comunque è iniziata. Visti i ripetuti incidenti degli scorsi anni, si consiglia ai turisti di evitare le zone di montagna.

swissinfo, Daniele Papacella

Fatti e cifre

Nel 2002 i cacciatori grigionesi hanno abbattuto: 4'050 cervi; 2'802 caprioli; 3'658 camosci; 4'465 marmotte; 2'709 volpi

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In breve

La stagione della caccia - che sorpresa - ha una ricaduta sulle tavole elvetiche: salmì o arrosto, la selvaggina la fa da regina.

Ma attenzione, commentano gli esperti: la gran parte della carne che arriva sui tavoli dei ristoratori viene da allevamenti o da lontano, spesso dalla Polonia o dalla Scandinavia.

La maggior parte delle prede viene consumata infatti a livello privato: capienti congelatori garantiscono le provviste per tutto l'inverno.

Sono pochi i ristoranti che possono ancora appendere con orgoglio il cartello con il nome dell’eroe locale che ha ucciso il cervo o il capriolo.

Le associazioni dei consumatori ritengono comunque che ogni ristoratore debba provvedere ad una dichiarazione trasparente, comprensibile e veritiera della provenienza della propria carne, come degli altri prodotti serviti.

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