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I vescovi svizzeri contro l'eutanasia e per la dignità

Per i vescovi svizzeri è importante poter morire con dignità

(Keystone Archive)

La conferenza episcopale svizzera è contro l'eutanasia e l'aiuto al suicidio. Slitta la presa di posizione sulla pedofilia.

I vescovi svizzeri sono contrari alla legalizzazione dell'eutanasia attiva, o anche solo ad una sua depenalizzazione. In una lettera pastorale presentata giovedì a Berna, la conferenza episcopale respinge pure l'aiuto al suicidio, oggi legale, ponendo l'accento sull'accompagnamento del malato alla morte nella piena dignità. Slitterà invece probabilmente all'autunno l'atteso documento sulla pedofilia: vanno infatti ancora approfonditi i lati giuridici e umani della questione.

Nella 256esima assemblea ordinaria tenutasi da lunedì a mercoledì nell'abbazia di Einsiedeln, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha proceduto pure alla nomina dei membri del «gruppo di lavoro bioetica» che dovrà consigliare i prelati su temi scientifici sempre più spinosi. Tra i dieci componenti figura anche la consigliera nazionale Chiara Simoneschi-Cortesi (PPD/TI).

La dignità dell'uomo che muore

Il documento sull'eutanasia, al momento ancora provvisorio e disponibile solo in tedesco, è intitolato «La dignità dell'uomo che muore». I vescovi ricordano innanzitutto che la morte è parte integrante della vita e sottolineano l'approccio cristiano all'argomento: per la Bibbia la vita è sacra ed è un dono di Dio, che resta il solo signore della vita.

L'atteggiamento di chi, confrontato con le crescenti possibilità della medicina, preferisce essere padrone della sua vita e non abbandonarsi ad un medico, è «in parte comprensibile», ammette la CVS. Così facendo si misconosce però la dimensione personale della morte (il fatto di non sapere quando si morirà, elemento essenziale della vita), quella sociale (le conseguenze per altri), e quella religiosa (la fede in un Signore che decide sulla vita e sulla morte).

"La Chiesa non impone la sofferenza"

Nel suo quarto capitolo la lettera affronta il tema centrale dell'assistenza alla morte e dei suoi limiti. Per la Chiesa è lecito interrompere trattamenti medici sproporzionati ai risultati terapeutici (eutanasia passiva), accettando una morte che non si può evitare. Pure ammesso dai vescovi è l'impiego di mezzi per allieviare le sofferenze che - come effetto secondario - possono abbreviare la vita (cosiddetta eutanasia attiva indiretta), sempre che la morte non sia lo scopo del trattamento.

A questo proposito sembra di assistere qui ad un'evoluzione importante. La sofferenza come esperienza personale mistica, che ricorda quella di Gesù in croce, non è da accettare supinamente «con spirito cristiano», come veniva detto una volta. «La Chiesa non impone la sofferenza, al contrario», ha spiegato il segretario della CVS Agnell Rickenmann. La via mistica dell'accettazione del dolore è riservata a chi vuole percorrerla.

La Chiesa rimane invece ferma in materia di eutanasia attiva diretta, vale a dire il dare la morte ad un paziente per alleviargli le sofferenze. È contraria non solo per ragioni etiche e religiose, ma anche perché a suo avviso la volontà di morte del malato terminale raramente è l'espressione di un vero desiderio di morire, ma è piuttosto il frutto di una situazione di angoscia.

No all'eutanasia attiva

Secondo i vescovi questa forma di eutanasia non è di alcun aiuto al paziente terminale, impedendogli anzi di morire in condizione di dignità e, a livello sociale, mettendo in forse la fiducia nell'attività terapeutica dei medici e del personale. Per questo motivo la CVS si oppone anche ad una depenalizzazione come quella proposta nel 1999 da un gruppo di esperti federale che voleva esentare da pena chi dà la morte «agendo nell'intento di mettere fine a sofferenze insopportabili e irrimediabili».

Per i vescovi l'aiuto al suicidio è molto vicino all'omicidio su richiesta e viene quindi categoricamente respinto, pur essendo attualmente legale (quando non avviene per motivi egoistici, ad esempio per ottenere un'eredità). Secondo la Chiesa a questo proposito nel Codice penale vi è una lacuna che andrebbe al più presto colmata: l'aiuto al suicidio a pazienti malati di mente o quello proposto da associazioni come Exit vanno vietati.

Per la Chiesa accompagnare i malati terminali alla morte in piena dignità significa evitare che il paziente sia solo, scongiurare per quanto possibile le sofferenze e infondergli speranza per il suo futuro ultraterreno. A titolo pratico grande importanza va data alle cure palliative, che vanno potenziate.

Documento sulla pedofilia in autunno

Bisognerà invece attendere perlomeno fino in settembre per vedere il documento sulla pedofilia, che - ha sottolineato Rickenmann - era stato commissionato già prima che venisse alla luce il caso del parroco di Walenstadt (SG), reo confesso di abusi su diversi bambini. Nella sua forma provvisoria lo scritto è già pronto: diversi punti vanno però ancora approfonditi con giuristi e psicologi, ha detto Rickenmann. La CVS vuole infatti presentare un documento completo e preciso, che risponda in modo concreto a tutte le questioni.

Ritornando sul largo appoggio dato dal popolo svizzero alla depenalizzazione dell'aborto, il presidente della CVS e vescovo di Coira Amedeo Grab ha detto che si è trattato soprattutto della volontà di eliminare una discrepanza fra la realtà e la legge. La conferenza episcopale deplora l'esito del voto e, pur sottilineando di non essere un partito, ha promesso che la Chiesa si impegnerà in favore di una vera politica della famiglia, che tenga conto anche di aspetti come quello della fiscalità, o dell'onere imposto dai premi dell'assicurazione malattia.

La CVS ha infine reso noto i membri del «gruppo di lavoro bioetica»: oltre a Simoneschi-Cortesi esso compenderà il professor Kurt Seelmann (entrambi per le loro competenze giuridiche e politiche), i dottori Rudolf Eymann (NW), Wolfgang Holzgrave (BS), Urs Kayser (SZ) e Günter Rager (FR). A rappresentare gli aspetti etici saranno il vescovo di Basilea Kurt Koch e i dottori in teologia Christian Kissling, Albert-Peter Rethmann e Agnell Rickenmann.

swissinfo e agenzie


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