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Il foulard islamico non impedisce la naturalizzazione

Donne con il velo islamico e donne con costumi tradizionali a una festa folcloristica svizzera nel 2006 a Interlaken

(Keystone)

In due sentenze di principio la Corte suprema svizzera ha deciso che il foulard islamico per motivi religiosi non è un criterio per negare la nazionalità svizzera a chi lo indossa.

L'alta corte ha perciò accolto il ricorso di una turca e di un bosniaco residenti nel canton Argovia, giudicando il rifiuto della naturalizzazione discriminatorio e contrario alla Costituzione federale.

Con le sentenze pubblicate mercoledì, il Tribunale federale di Losanna (la corte suprema elvetica) ha annullato due decisioni emesse da altrettanti comuni argoviesi.

Un ricorso era stato inoltrato da una madre di famiglia di 40 anni, di origine turca, che vive in Svizzera dal 1981 e che si considera perfettamente integrata. Lo scorso anno l'assemblea comunale (parlamento) di Buchs aveva respinto, con 19 voti contro 15, la sua richiesta di naturalizzazione, proprio perché portava il velo islamico.

Questo era stato giudicato dalle autorità legislative comunali come il simbolo della sottomissione della donna nei confronti dell'uomo ed espressione della disuguaglianza tra i sessi, che è contraria all'ordinamento costituzionale elvetico.

Tribunale federale (TF)

Il Tribunale federale, che ha la sua sede a Losanna, è stato creato nel 1848, quando la Svizzera è diventata uno Stato federale. Con la revisione ...

Rispettare libertà di religione e superare i pregiudizi

I giudici federali hanno interpretato la vicenda in tutt'altro modo: il velo esprime l'appartenenza a una religione, protetta dalla libertà costituzionale di credo e di coscienza, e tale pratica va considerata anche nell'ambito del divieto di qualsiasi discriminazione.

Il solo fatto di portare il velo non traduce necessariamente un atteggiamento di mancato rispetto verso l'ordine costituzionale e non esprime in sé un avvilimento della donna, si sottolinea nella sentenza. Bisogna quindi superare i pregiudizi, hanno ribadito i giudici.

In un procedimento parallelo, il Tribunale federale ha inoltre accolto il ricorso di un bosniaco, domiciliato a Birr, che si era visto rifiutare la nazionalità perché sua moglie porta il velo.

Respinto invece il ricorso della consorte: anche a lei era stato negato il passaporto. Il rifiuto non era però stato motivato dal fatto che portasse il velo, ma semplicemente perché palesava insufficienti conoscenze linguistiche ed evidenti lacune in materia di conoscenze civiche.

Entrambi i casi saranno riesaminati in giugno

La decisione del Tribunale federale era "assolutamente attesa", ha dichiarato il sindaco di Buchs Heinz Baur. Il municipio ripresenterà quindi all'assemblea comunale la richiesta di naturalizzazione per la ricorrente.

L'esecutivo si era detto favorevole già l'anno scorso alla naturalizzazione della donna, ha affermato Baur, precisando che nella medesima riunione l'assemblea comunale aveva concesso la cittadinanza elvetica alla figlia della donna turca. "Anche lei porta il velo", ha aggiunto il sindaco.

Anche a Birr la richiesta di naturalizzazione del cittadino bosniaco il cui ricorso è stato accolto dal Tribunale federale sarà riproposta in giugno all'assemblea comunale. "Ci atterremo chiaramente alle disposizioni", ha detto il sindaco Markus Büttikofer.

Organizzazioni islamiche soddisfatte

La sentenza della Corte suprema è stata accolta con soddisfazione da rappresentanti di organizzazioni islamiche in Svizzera. "Credo che la decione sia assolutamente corretta, poiché il velo non deve essere un criterio per giudicare se una persona è abile a diventare cittadino di questo paese", ha dichiarato a swissinfo Saida Keller, presidente del Forum per un islam progressista.

"Le donne che oggi portano il foulard vogliono mostrare che sono musulmane, anche se il Corano non dice da nessuna parte che debbano farlo", puntualizza la Keller. Nella fattispecie, se la ricorrente lo indossa "per motivi familiari o tradizionali, oppure - come purtroppo spesso succede oggigiorno - per motivi politici, non è un argomento per rifiutarle la nazionalità".

Un parere condiviso dal presidente della Federazione di organizzazioni islamiche svizzere (FOIS) Hisham Maizar, secondo cui si tratta del "primo passo nella giusta direzione". A suo parere ciò fa sperare che "in futuro non ci si accontenti di affrontare le cose superficialmente".

Hisham Maizar rileva poi che "non si cerca l'assimilazione, bensì l'integrazione". In altri termini occorre accettare ciascuno con la propria identità, basta che questa non sia imposta al resto della comunità.

swissinfo e agenzie

In breve

Chi vuole essere naturalizzato , deve vivere in Svizzera da almeno 12 anni.

La Confederazione attribuisce il permesso per la naturalizzazione a chi è ben integrato e conosce l'ordinamento giuridico elvetico.

La procedura per l'ottenimento della cittadinanza svizzera è di competenza cantonale e comunale. Esistono dunque importanti differenze da un comune all'altro.

Nel 2004, il popolo svizzero ha rifiutato la concessione semplificata della cittadinanza agli stranieri di seconda o terza generazione.

Nel 2006 in Svizzera sono state eseguite 46'700 naturalizzazioni.

Nella Confederazione vivono 1.57 milioni di stranieri.

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Foulard controverso

La questione del foulard islamico continua ad infiammare i dibattiti non solo in Svizzera, ma anche in altri paesi europei.

La Commissione federale contro il razzismo ha constatato che spesso le musulmane che indossano il foulard islamico sul posto di lavoro o a scuola sono discriminate.

In Francia e in alcuni Länder tedeschi nelle scuole pubbliche vige il divieto sia per le docenti che per le allieve di indossare il velo islamico.

In tutta la Svizzera per le allieve non c'è tale restrizione Nel canton Ginevra è però stato proibito a una insegnante di indossare il foulard islamico durante le lezioni. La decisione è stata confermata dal Tribunale federale.

Lo stesso divieto è imposto alle venditrici e cassiere della Coop e della Migros. Il foulard è ammesso dalle due catene di negozi per le dipendenti che non sono a contatto con la clientela.

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