Il Golgota insanguinato sugli schermi elvetici

Il film di Mel Gibson è caratterizzato anche da scene piuttosto "crude" Keystone

Giovedì è partito in Svizzera il controverso film di Mel Gibson «La Passione di Cristo». Come reagiscono cattolici e protestanti all’opera definita sanguinaria e antisemita?

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 marzo 2004 - 08:11

I responsabili cinema delle due principali Chiese svizzere commentano.

Il film, che negli Stati Uniti ha già superato tutti i record di botteghino e di polemiche, esce contemporaneamente in Germania e in Svizzera tedesca. Le altre regioni linguistiche elvetiche, in parallelo a Italia e Francia, dovranno aspettare qualche settimana di più.

Ma quali sono le attese e i timori in Svizzera, verso un film che ha suscitato tante animosità? Il settimanale ebraico svizzero Tachles ha già pubblicato un commento che non lascia dubbi: «Il film sviluppa una dinamica incontrollata a cui la massa si espone incoscientemente».

La discussione è direttamente legata ai valori trasportati dalle Chiese. Per questo, swissinfo si è rivolta a Charles Martig, responsabile cinema per la Conferenza episcopale svizzera, e a Christine Starck, omologa dei servizi stampa della Chiesa evangelica.

I due guardano con un certo distacco la pellicola: «Si inserisce in una lunga tradizione di rappresentazione della storia sacra. Ma da Scorsese a Pasolini, le immagini tratte dalle Scritture si differenziano molto e tradiscono la motivazione dei rispettivi registi», afferma Martig.

«Tradizione medievale»

«La Passione di Cristo è un film profondamente cattolico – ritiene Charles Martig – ma il regista Mel Gibson è chiaramente legato ad una setta che si rifà ad una visione teologica antecedente alle riforme del Concilio Vaticano II». Ancora più radicale la giornalista evangelica: «Direi certo che le immagini proposte sono tipiche della Chiesa prima della Riforma protestante».

La nuova trasposizione cinematografica non è chiaramente un soggetto originale: «La pellicola è chiaramente ispirata alla tradizione medievale delle rappresentazioni della passione, anche se le supera tutte per brutalità», afferma ancora Charles Martig.

«Tutto è incentrato sulla sofferenza e sul sacrificio della Passione: alla fine non c’è un centimetro del corpo di Cristo che non sia ricoperto di piaghe – aggiunge Christine Starck – la sofferenza raggiunge degli apici inauditi, io non sono riuscita a guardare tutto».

Malgrado questo, i due esperti attestano all’opera una profonda conoscenza dei mezzi cinematografici, e anche la scelta delle lingue originali – il latino dei romani e l’aramaico degli ebrei – portano a ricreare un’atmosfera misteriosa.

Inoltre, aggiunge Martig, «le immagini ricordano direttamente una tradizione pittorica che conosciamo fino al Rinascimento e la ricostruzione scenica e la potenza delle immagini trasformano questo tipo di fede in immagini dei nostri giorni».

Sanguinario e antisemita

Per i due teologi e critici cinematografici si possono confermare anche i due severi giudizi ricorrenti. «Il film è davvero troppo violento, tutto il sangue che scorre non corrisponde alla visione della salvezza del cristianesimo moderno. La resurrezione è relegata ad un minuto finale», commenta la Starck.

Per i due interlocutori, il film allunga all’inverosimile alcune frasi del vangelo (le sofferenze di Cristo) facendole diventare il messaggio centrale. «Tutto il resto sparisce nelle piaghe analizzate dalla cinepresa in tutti i dettagli più raccapriccianti».

Anche l’accusa di antisemitismo è confermata dai due, anche se relativizzata: «Il problema di fondo è la mancanza di riflessione critica verso la verità storica. Qui si riprendono delle visioni teologiche superate, non il testo stesso, come pretendono gli autori», afferma secco Martig.

Niente indicazioni ecclesiastiche

Analogamente a quanto già avvenuto in Germania, né protestanti, né cattolici pubblicheranno delle prese di posizione ufficiali; «è di queste che si nutre il successo del film», ricorda la Starck.

Non rinuncia all’analisi delle conseguenze il settimanale Tachles, che nota come, negli Stati Uniti, il film abbia «spezzato l’alleanza apparente e opportunista fra conservatori cristiani e ebrei», influenzando improvvisamente il dibattito politico. Ma in Europa non ci si aspetta una reazione analoga.

Starck ritiene che, analogamente ad altri film polarizzanti, «l’opinione pubblica in Europa reagisce in maniera molto più pacata rispetto a quella statunitense, dove il presidente stesso si appella ai valori del conservatorismo religioso».

Ma se non c’è né condanna né lode, i due censori concordano nell’affermare che il contributo di Mel Gibson non ha un valore didattico, anche se – analogamente agli Stati Uniti – anche in Svizzera gruppi fondamentalisti stanno già comperando a centinaia i biglietti per il proprio pubblico.

«Consiglio ai catechisti di essere aperti e accompagnare con la discussione tutti quei giovani che andranno indipendentemente a vedere il film», afferma Christine Starck. Ma non si vuole promuovere il film dalle immagini forti, ma dai contenuti dubbi, così gratuitamente.

swissinfo, Daniele Papacella

In breve

Mentre negli Stati Uniti, il film ha avuto difficoltà iniziali a trovare una casa di distribuzione, in Europa questi problemi non si sono ripetuti. A successo garantito (264 milioni di incassi in nove giorni in America) l’asta per l’attribuzione in Europa ha portato il prezzo al rialzo. «Pecunia non olet», ha fatto notare un commentatore.

Ascot Elite, la più importante casa di distribuzione nazionale si è assicurata i diritti per la Svizzera. Oltre 60 copie in circolazione (più di quelle distribuite per il successo dell’anno scorso, la commedia indigena «Achtung, fertig, Charlie»), si aspetta un successo senza pari.

La pubblicità concessa gratuitamente da mesi di polemiche, ha permesso al film (costo di produzione ca. 30 milioni di dollari) di diventare uno fra i maggiori successi della storia del cinema.

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