Il Kosovo sulla via della normalizzazione

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Eletto sabato per la prima volta un parlamento regionale. Sulla via della normalizzazione c'è anche l'impronta dell'aiuto svizzero.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 novembre 2001 - 13:17

La popolazione del Kosovo si è recata alle urne sabato per eleggere un parlamento regionale democratico. È la prima elezione legislativa dalla fine della guerra due anni fa, ma è anche la prima volta che la regione ha il diritto di eleggere una propria assemblea autonoma.

Secondo i primi risultati parziali, verrebbero confermate le posizioni dei partiti dopo le comunali dello scorso anno, assegnando alla Lega democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova, la maggioranza. Non si sono d'altronde verificate particolari difficoltà per lo scrutinio, per cui la Svizzera ha messo a disposizione una ventina di osservatori.

Per Ueli Sturzinger, della Direzione per lo sviluppo e la coordinazione di Berna, si tratta soprattutto di una prova per il ritorno alla vita civile e alla normalità: "Le competenze delle nuove autorità saranno modeste e ancora subordinate al commissario internazionale, ma per noi la consultazione ha un profondo valore simbolico".

Con un contributo complessivo di circa 60 milioni di marchi annui, la Confederazione si posiziona infatti fra i primi paesi che hanno sostenuto la ricostruzione del Kosovo dopo la guerra. Adesso è il momento di confermare il successo degli interventi e concludere la transizione. Per la martoriata regione dei Balcani dovrebbe aprirsi una nuova stagione.

Formazione e informazione

"Il clima è tranquillo e la campagna elettorale è avvenuta in maniera corretta", afferma Thérèse Obrecht che negli ultimi anni ha partecipato alla ricostruzione della televisione e della radio pubbliche in Kosovo, su mandato dell'Eurovisione. Un progetto importante per rilanciare la comunicazione fra le varie etnie in lotta.

"È stata soprattutto la Svizzera - spiega Thérèse Obrecht - che ha sostenuto negli ultimi due anni e mezzo la rinascita del servizio pubblico d'informazione, attraverso un importante contributo finanziario e la delegazione di alcuni professionisti. Come ovunque - aggiunge la giornalista romanda - la televisione ha un ruolo importante nella formazione delle opinioni, inoltre permette di far conoscere le facce dei candidati". Ma anche la radio pubblica ha dato ampio spazio ai dibattiti.

Inoltre in Kosovo ci sono circa ottanta radio private locali, con delle basi economiche e redazionali fragili. Per Thérèse Obrecht è dunque importante che "il servizio statale garantisca un equilibrio delle opinioni e permetta a tutti di farsi un'opinione".

"All'inizio - continua Obrecht - abbiamo avuto delle grosse difficoltà. Dieci anni senza giornalismo hanno lasciato tracce e trovare del personale qualificato non è stato semplice. Abbiamo assunto molti giovani e abbiamo cercato di insegnare loro il mestiere, trasmettendo il significato di un'informazione imparziale".

Per Thérèse Obrecht l'impegno è servito: "Oggi possiamo contare su delle redazioni competenti che garantiscono un servizio completo e serio". Fonte d'orgoglio è poi il fatto che le redazioni sono multietniche. "A Pristina produciamo un programma radio in tre lingue. Malgrado la diffidenza iniziale dei kosovari verso le notizie in serbo, adesso le cose sono migliorate". Fin dall'inizio non ci sono invece stati problemi all'interno della redazione, dove slavi e kosovari lavorano fianco a fianco.

"Il successo delle elezioni, come la nascita di una stampa libera e critica è sicuramente da ascrivere al lavoro prestato dall'informazione nata in questi due anni. Rimangono solo alcune questioni da risolvere prima che i tecnici occidentali possano lasciare il Kosovo: "A livello di direzione e di finanziamento esistono ancora dei problemi che allungheranno ancora i tempi di dipendenza del servizio dai programmi internazionali".

Dall'aiuto umanitario all'aiuto tecnico

Anche su altri fronti, la Svizzera si è impegnata in maniera importante negli ultimi anni. E all'Ufficio federale per lo sviluppo e la coordinazione di Berna si guarda con soddisfazione ai risultati raggiunti.

L'aiuto svizzero è presente in Kosovo dal 1999 sotto molteplici aspetti. "In primo luogo - ricorda Ueli Sturzinger, coordinatore in svizzera dei programmi - la Svizzera è intervenuta con un impegno umanitario immediato. Questo si è poi trasformato in una serie di programmi per creare nuove condizioni di vita".

L'Ufficio federale dei rifugiati ha sostenuto la ricostruzione, parallelamente al rientro volontario degli oltre 50'000 rifugiati della guerra. Adesso l'aiuto si concentra nel sostegno tecnico per ridare al paese la necessaria infrastruttura.

"Abbiamo fatto degli sforzi importanti coronati da successo, come la ricostruzione di case, strade e ponti. Ma sono stati i progetti scolastici ad aver avuto il maggiore successo". Il programma integra dei kosovari che lavorano in Svizzera, affidando loro dei corsi professionali. Per Sturzinger è anche grazie alla buona immagine della Svizzera fra i kosovari - e sono circa 150'000 quelli che vivono ancora nel nostro paese - che i progetti elvetici hanno potuto essere realizzati con efficacia.

"Questi progetti, insieme alla promozione economica dell'Ufficio federale dell'economia, hanno contribuito alla rinascita della società civile", continua Sturzinger. "Solo grazie a queste misure, promosse dalla Confederazione in collaborazione con la comunità internazionale, è stato possibile organizzare le elezioni e avvicinare il momento in cui la comunità multietnica del Kosovo potrà vivere pacificamente con una propria autonomia all'interno della Repubblica serba".

Daniele Papacella

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