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Il pittore delle luci e delle ombre

Balthasar Burkhard, Mexico-City, 1999 (Kunstmuseum, Berna)

Il Kunstmuseum di Berna ospita fino al 24 ottobre una retrospettiva dedicata al fotografo svizzero Balthasar Burkhard.

Un’occasione unica per partecipare ad un’affascinante esplorazione delle possibilità pittoriche della fotografia in bianco e nero.

“Balthasar Burkhard ha formulato in maniera nuova, nella fotografia, i grandi temi della pittura”, dice Matthias Frehner, direttore del Museo delle belle arti di Berna e curatore della mostra.

E cita il “Cristo nel sepolcro” di Hans Holbein il Giovane, in riferimento al “Nudo” realizzato da Burkhard nel 1983, gigantesco corpo sdraiato composto da quattro diverse fotografie.

Dialogo con la tradizione artistica

In tutto l’arco cronologico coperto dalla mostra - dalle foto di ambienti umani abbandonati (l’interno di un’automobile, il tavolo di un ristorante, un soggiorno) scattate a Chicago nel 1977 alle immagini di edifici notturni realizzate di nuovo a Chicago nel 2004 – emerge una raffinatissima ricerca estetica, consapevole della tradizione artistica e delle possibilità tecniche della fotografia contemporanea.

I riferimenti pittorici sono svariati. Matthias Frehner menziona tra gli altri Edward Hopper (le cui atmosfere rieccheggiano nelle prime fotografie di Chicago), Gustave Courbet (citato esplicitamente da Burkhard in “Les origines du monde”), Ferdinand Hodler, Caravaggio.

Uomo e natura

La mostra bernese è organizzata in modo da mettere in evidenza non tanto lo sviluppo cronologico del lavoro di Burkhard, quanto quello tematico. Alcuni temi sono ricorrenti: la città, fotografata dall’alto, liberata dagli stereotipi da cartolina; i paesaggi naturali, privi di ogni traccia umana; il corpo umano, scomposto e analizzato quasi con l’occhio dello scultore.

Presa nel suo complesso, l’opera del fotografo svizzero è “ricca di contrasti, tra città e natura incontaminata, tra strutture umane e strutture naturali”, osserva Frehner. D’altro canto, le fotografie suggeriscono anche analogie, tra corpo umano e fiori, tra animali ed esseri umani, tra deserti e metropoli.

Prima la visione, poi la fotografia

Ad unificare la mostra c’è l’altissima qualità tecnica ed estetica dell’opera di Burkhard, contraddistinta in particolare dal formato gigante, di cui lo svizzero è stato uno dei pionieri.

A differenza di altri fotografi, Burkhard si occupa di ogni stadio della realizzazione delle sue fotografie, compreso lo sviluppo e la stampa, e ha contribuito in modo determinante all’allestimento dell’esposizione bernese. In questo modo, la sua capacità di vedere “quel che altri non vedono” è messa nel dovuto risalto.

E si può meglio apprezzare il senso delle parole di Matthias Frehner: “Burkhard ha dapprima una sorta di visione dell’immagine che vuol realizzare. Poi la va a cercare. Ha la pazienza di cercarla per giorni e attendere a lungo per trovare le giuste condizioni di luce E sa anche rinunciare a progetti importanti e costosi, se quanto trova non corrisponde alla sua visione”.

swissinfo, Andrea Tognina

In breve

Balthasar Burkhard è nato a Berna nel 1944. La sua passione per la fotografia comincia fin dall’infanzia. Dopo l’apprendistato perfeziona la sua tecnica lavorando per il fotografo Kurt Blum.

Negli anni Sessanta documenta la scena artistica e culturale bernese. Espone per la prima volta le sue immagini nel 1970, in una mostra collettiva nel Museo di belle arti di Lucerna.

Nel 1974 si trasferisce a Chicago, dove ha un incarico d’insegnamento. Il nuovo ambiente segna un’importante evoluzione nel suo lavoro. Vengono allestite le prime mostre individuali delle sue opere.

Nel 1980 torna in Svizzera, collabora con numerosi artisti ed espone in importanti musei a Ginevra, Tokio, Parigi e Milano. Nel 1997 il Museo Rath di Ginevra gli dedica la prima retrospettiva.

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