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Intesa a Lisbona sulla riforma dell'Unione europea

Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso

(Keystone)

I capi di Stato e di Governo europei hanno sottoscritto a Lisbona il trattato per una riforma dell'Unione europea. Può così considerarsi conclusa la crisi istituzionale durata oltre due anni.

Dopo ore di complessi negoziati, nel corso della notte è stata raggiunta un'intesa che ha permesso di soddisfare segnatamente le esigenze di Italia e Polonia.

L'Unione europea ha annunciato venerdì il raggiungimento dell'accordo concernente il nuovo trattato costituzionale, due anni e mezzo dopo la vittoria del «no» nei referendum in Francia e Olanda sul progetto di costituzione europea.

Il Consiglio europeo di Lisbona ha infatti avallato nella notte il nuovo testo, che sancisce le regole per il funzionamento dell'Ue allargata a 27 Stati. Il trattato sarà siglato il prossimo 13 dicembre nel quadro di una cerimonia formale.

In particolare, i capi di Stato e di Governo hanno trovato un'intesa in merito alla questione della nuova ripartizione dei seggi in seno al Parlamento europeo. Italia e Inghilterra ne disporranno di 73, anziché dei 72 originariamente previsti, uno meno della Francia, che rimane a 74.

È stata inoltre accettata la cosiddetta «Clausola Ionnina» – difesa dalla Polonia – che consente a un numero minoritario di Paesi di bloccare per un periodo ragionevole decisioni non gradite, anche senza disporre dei numeri per una minoranza di blocco.

Un accordo per guardare al futuro

Quello raggiunto a Lisbona è «un accordo che mette le cose a posto e permette di guardare al futuro e operare con la necessaria tranquillità», ha sintetizzato l'italiano Romano Prodi, esprimendo soddisfazione al termine della maratona negoziale.

Un accordo che permette all'Europa di «occuparsi finalmente anche di altre questioni», ha dal canto suo commentato la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Alla vigilia dell'ultima, decisiva fase di negoziati, il premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker aveva affermato: «A Lisbona avremo un accordo, perché abbiamo bisogno di un accordo. Questa continua oscillazione tra autocommiserazione e ripiegamento su noi stessi deve finire».

Intesa salutata da Berna

La positiva conclusione delle trattative è stata accolta con favore anche da parte elvetica: «La Svizzera saluta l'intesa in merito alla riforme, che renderanno l'Unione europea più efficace e democratica», ha commentato Lars Knuchel, portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri.

Egli ha poi ribadito che da parte elvetica vi è interesse a poter dialogare con un partner stabile e affidabile nel quadro della via bilaterale.

«Nulla di eclatante»

Interpellato da swissinfo in merito all'accordo, René Schwok, professore all'Istituto europeo dell'Università di Ginevra, ha definito il trattato «un compromesso non particolarmente entusiasmante, che costituisce una sorta di raffazzonamento rispetto al progetto di costituzione».

Secondo Schwok, «il documento doveva rispondere a tre esigenze: maggiore efficacità, maggiore trasparenza e maggiore democrazia. Se il primo obiettivo è stato raggiunto – segnatamente in materia di politica estera, di sicurezza e di difesa –, non si può dire lo stesso per il resto. A livello di democrazia, si è badato soprattutto a escogitare soluzioni per evitare il referendum, mentre la complessità del trattato lo rende assolutamente non trasparente per i cittadini».

In definitiva, sintetizza Schwok, «si tratta di un insieme di riforme dettate dal buon senso, che non contribuiranno però a forgiare un'identità e uno spazio pubblico europei. Anche dal punto di vista dei rapporti con la Svizzera, non cambierà nulla: gli ostacoli tradizionali restano».

swissinfo e agenzie

I principali cambiamenti

Il testo non è più una costituzione; non vi figurano infatti riferimenti a simboli quali inno nazionale e bandiera. A livello di politica estera, l'Unione europea disporrà di «alto rappresentante» che assumerà il ruolo di vicepresidente della Commissione (esecutivo) e disporrà di adeguati mezzi d'azione.

Nel quadro del processo decisionale, la maggioranza qualificata (55% degli Stati membri rappresentanti almeno il 65% della popolazione dell'Ue proveniente da perlomeno 15 Stati membri) sostituisce il voto all'unanimità; sono tuttavia previste una serie di eccezioni.

Il trattato istituisce la carica di presidente del Consiglio europeo: dirigerà i lavori nel quadro dei vertici, e rappresenterà l'Unione verso l'esterno.

Il presidente della Commissione sarà designato a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo, tenendo conto dei risultati delle elezioni europee; la nomina dovà poi essere ratificata dal Parlamento.

L'Eurogruppo – forum informale di coordinazione delle politiche economiche – potrà indirizzare degli ammonimenti agli Stati che non rispettano le linee direttive. Le proposte legislative saranno trasmesse ai parlamenti nazionali, che potranno opporvisi.

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