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L'atomo divide

Il dibattito sull'energia nucleare ha più di trent'anni. Molta acqua è passata sotto i ponti.

Dagli accesi dibattiti degli anni settanta si è passati ad una presa di coscienza ma anche ad un certo disinteresse per un tema forse senza sbocco.

In Svizzera le centrali atomiche producono il 36% del fabbisogno energetico. Il 60% viene invece prodotto dalle centrali idro-elettriche. Nel 2001 le cinque centrali atomiche hanno prodotto 25 miliardi di kWh di corrente: 10 miliardi in più del necessario, che sono stati esportati all'estero. Spesso succedono anche l'inverso, soprattutto in inverno e la Svizzera importa elettricità, per lo più dalla Francia.

Sempre l'anno scorso meno di un centesimo del consumo svizzero di elettricità proveniva da energie rinnovabili. L'energia solare, quella eolica, il biogas e il calore ambientale hanno prodotto infatti 1,9 mrd di kWh, ossia solo lo 0,8% della produzione energetica nazionale.

La Svizzera e l'energia atomica

L'avventura delle centrali nucleari svizzere inizia nel 1969, anno dell'entrata in funzione della centrale Beznau I, la prima centrale atomica commerciale in Svizzera. Già un anno dopo, tuttavia, si levano i primi cori di protesta, di cui si fa portavoce il "Comitato d'azione della Svizzera nord-occidentale contro la centrale di Kaiseraugst".

Nel 1975 il comitato occupa la zona dove dovrebbe venir costruito l'impianto: nasce così il movimento anti-nucleare svizzero. La centrale di Kaiseraugst non si costruisce.

Il 1971 è l'anno di Beznau II e di Mühleberg. Nel 1977 in migliaia manifestano contro la costruzione della centrale di Gösgen, senza successo. Nel 1979 Gösgen è operativa.

Sempre nel 1979 un'iniziativa chiede che i cittadini vengano consultati al momento di costruire nuovi centrali atomiche. Ma l'iniziativa viene bocciata con il 51,2% dei voti. E' invece approvata la legge sull'energia nucleare che concede al Parlamento la facoltà di decidere sull'autorizzazione a costruire.

Nel 1984 viene costruita la centrale di Leibstadt, che però sarà l'ultima. Il 1986 è l'anno di Cernobyl. La gente ha paura e comincia a mettere in questione l'esistenza delle centrali e la necessità di utilizzare energia atomica.

Dopo Cernobyl, solo un Paese osa di nuovo costuire una centrale atomica: la Francia, nel 1991. Ma nel maggio di quest'anno anche la Finlandia, fra i Paesi più vicini alla centrale ucraina, approva la costruzione di un nuovo impianto. 16 anni dopo una delle peggiori catastrofi atomiche, Helsinki ha già dimenticato.

Oltre confine

Un segnale per i Paesi vicini? La Gran Bretagna non si è ancora espressa definitivamente sul futuro nucleare della nazione e l'Italia si chiede se non rilanciarsi nell'avventura atomica. Nel 1987, dopo violente proteste Roma aveva infatti chiuso l'unica centrale su suolo italiano.

Attualmente il 40% dell'energia consumata nella Penisola è prodotta grazie al petrolio, il 26,2% deriva da fonti idroelettriche e geotermiche e solo il 3,8% è energia atomica.

La Germania ha invece deciso nel 2001 di abbandonare l'energia nucleare nell'arco di 20 anni. Il Belgio, dove il 60% del fabbisogno energetico proviene dal nucleare, si è invece dato tempo fino al 2025.

In Svizzera non se ne parla nemmeno. Anche se non mancano gli oppositori, sia fra i politici, che fra la popolazione. Nel 1990 i cittadini hanno votato in favore di una moratoria nucleare di 10 anni. Nel 2001 due iniziative popolari rilanciano il dibattito.

Gli anti-nucleari non demordono

Un'iniziativa chiede di ancorare nella Costituzione la nozione di moratoria, cioè il divieto di costruire altre centrali atomiche. La seconda iniziativa, più radicale, esige invece lo smantellamento completo di tutte le centrali e l'abbandono del nucleare.

Sulle due iniziative, ancora una volta, dovrà esprimersi l'elettorato
E il dibattito ricomincia da capo...

swissinfo


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