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L'isola di Giornico

Lungo tutto il corso del Ticino, se si esclude il Verbano, c’è una sola isola abitata. Si trova a Giornico, nella Bassa Leventina, collegata alla terraferma da due bei ponti di pietra.

Di acqua nel Ticino ce n’è ormai ben poca. Se ne va quasi tutta nelle condotte forzate, per alimentare le centrali idroelettriche. Ma in passato l’acqua del fiume forniva all’isola la materia prima e l’energia per numerose attività artigianali e manifatturiere.

A Giornico incontro Mario Lucchini, curatore del museo etnografico. Lucchini è uno studioso di storia locale. Come molti storici locali, coniuga il sapere attinto da libri e documenti ai ricordi personali e familiari, che condisce di gustosi aneddoti.

"Lei vuole parlare dell’acqua?”, mi chiede, scrutandomi come per valutare se uno della mia generazione possa ancora comprendere cosa significasse l’acqua per il mondo rurale e artigianale di cui lui è stato testimone.

Ma lo sguardo scettico si scioglie presto nel piacere di narrare. "Sa, qui c’era una vastissima rete di rongie (canali) per l’irrigazione, lunga chilometri e chilometri. Io da ragazzo andavo ancora ad irrigare i prati. Sono nato nel 1923”.

Vorrei parlare subito dell’isola. Ma lui si sofferma su un’altra attività importante legata all’acqua: la fluitazione del legname.

"Quando c’era il fiume in piena, molti andavano lungo il Ticino ad arpionare i tronchi che transitavano sull’acqua,” racconta. "Per gli scalpellini italiani, che non possedevano boschi, quei tronchi erano una manna. Li usavano come legna da ardere”.

L’immagine del fiume in piena accende subito altri ricordi. "Quando l’acqua è torbida, i pesci respirano con difficoltà. Allora venivano a riva. Si potevano prendere con le mani. Era una cuccagna. Ma bisognava mangiarli subito, perché non c’era modo di conservarli.”

Finalmente arriviamo all’isola e il racconto si dipana lungo il corso del canale che l’attraversava. "All’inizio della rongia c’erano delle fosse per far macerare la canapa. Dopo alcuni giorni l’acqua diventava gialla e cominciava a puzzare. Qualcuno dice che desse anche il mal di testa...”

E così l’isola rivive, con il piccolo mulino per macinare castagne e granoturco, il vivaio dei pesci, la segheria, il grande abbeveratoio nella stalla per i cavalli, il mulino per il frumento e la segale, il caseificio con la zangola azionata dall’acqua, l’officina del fabbro, la prima manifattura di cioccolata del Ticino e i tanti parenti di Lucchini che di quelle vicende furono protagonisti...

Un mondo costruito sull’acqua che non poté sopravvivere all’impatto con la modernità elettrica: "Quando si costruì la centrale a Bodio nel 1906, i miei antenati furono indennizzati con 7000 franchi per rinunciare al diritto di captare l’acqua del Ticino”.

"Ma venga a vedere il gomitolo di canapa che una mia prozia filò nel 1897”, mi richiama Lucchini. "Lo conserviamo qui nel museo”.

swissinfo, Andrea Tognina, Giornico


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