La rinascita dello sciopero

Lo scorso 2 aprile gli operai dell'edilizia hanno incrociato le braccia. Keystone

Lo sciopero per salvare le Officine di Bellinzona e quello nel settore edile hanno mutato l'immagine della pace del lavoro elvetica. Swissinfo ne ha discusso con lo storico Hans-Ulrich Jost.

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 maggio 2008 - 15:01

Il 1° maggio 2008 è entrato in vigore il nuovo contratto nazionale mantello per i lavoratori nel settore della costruzione, ponendo così fine alla situazione di tensione venutasi a creare a partire dal mese di ottobre del 2007. Padronato e operai non avevano infatti trovato un accordo.

Anche lo sciopero attuato dagli impiegati delle Officine FFS di Bellinzona è terminato poche settimane or sono. Rappresentanti della direzione aziendale, del governo e dei sindacati siederanno prossimamente al tavolo delle trattative, per cercare di trovare una soluzione.

Swissinfo ha interpellato lo storico e docente universitario Hans-Ulrich Jost, al fine di analizzare e contestualizzare questi avvenimenti recenti.

swissinfo: Scioperi nel settore edile, scioperi a Bellinzona per protestare contro le decisioni di FFS Cargo. Si tratta unicamente di episodi isolati oppure stiamo assistendo a nuovi sviluppi per quanto concerne la leggendaria pace del lavoro?

Hans-Ulrich Jost: Non si tratta di un nuovo sviluppo, ma semplicemente di una correzione della nostra immagine un po' idilliaca della pace del lavoro. In Svizzera, gli scioperi esistono da duecento anni. A dipendenza della congiuntura e delle relazioni tra padronato e dipendenti, l'interruzione del lavoro viene utilizzata come strumento di lotta.

swissinfo: Ciononostante, la Svizzera è considerata in tutto il mondo un'isola felice dal profilo della pace del lavoro. Da dove proviene questa idea?

H.-U.J.: Anche questa concezione deve essere relativizzata. La Confederazione è stata un'isola felice da questo punto di vista nel dopoguerra, durante 25 anni particolarmente positivi.

A questo proposito, va sottolineato che per la Svizzera è stato abbastanza agevole mantenere la pace del lavoro, dal momento che buona parte della forza lavoro era costituita da stranieri. Questi ultimi non godevano di alcun diritto e, in caso di sciopero, avrebbero potuto essere rispediti in qualsiasi momento oltre frontiera.

swissinfo: Quale importanza riveste il fatto che gli attuali, giovani leader sindacali utilizzano la minaccia dello sciopero con maggiore frequenza rispetto ai loro predecessori, e nel contempo curano particolarmente i rapporti con i media?

H.-U.J.: L'impatto mediatico dei responsabili sindacali era molto significativo già in passato. Durante il diciannovesimo secolo, per esempio, il consigliere nazionale Hermann Greulich riusciva a tenere discorsi di quattro ore in parlamento, affascinando i suoi colleghi. Si può citare anche Robert Grimm, il cui giornale «Tagwacht» costituiva una delle più seguite e apprezzate pubblicazioni di sinistra.

Di conseguenza non si tratta di un elemento nuovo, ma di una riattivazione dopo un periodo – gli anni novanta – in cui i sindacati erano stati marginalizzati.

swissinfo: Quali sono i fattori attuali che motivano l'azione sindacale e le danno forza?

H.-U.J.: Oggigiorno il fossato tra quanti devono vivere con il proprio stipendio e le persone che invece rappresentano i grandi capitali è diventato chiaramente più profondo. Basti pensare alla differenza tra i salari massimi e i salari minimi: normalmente, essa dovrebbe situarsi attorno a cento volte; invece, oggi ammonta a circa cinquecento. Si tratta di una situazione estrema, assurda.

È quindi facilmente comprensibile che in questo contesto le rivendicazioni tradizionali dei movimenti sociali – garanzia del minimo vitale e protezione del salario dei lavoratori – trovino una risonanza sempre maggiore.

swissinfo: La pace del lavoro viene citata e lodata soprattutto dai datori di lavoro. Questo poiché ne sono i maggiori beneficiari?

H.-U.J.: Proprio così. La ricorrenza del primo maggio è stata introdotta nel 1889 per lottare, a livello internazionale, in favore delle otto ore lavorative. Questo obiettivo, nel mondo, non è ancora stato raggiunto oggi.

Va inoltre tenuto presente che tutte le recenti concessioni – tra cui gli aumenti salariali – sono state accordate in presenza della minaccia di uno sciopero. Concretamente: in determinate circostanze è necessario anche incrociare le braccia.

In caso contrario, il padronato non comprenderebbe la reale portata delle rivendicazioni e potrebbe pensare che i lavoratori sono passivi, decidendo così di conservare lo statu quo, anche dal profilo della retribuzione.

Anche il primo maggio costituisce un atto simbolico per mantenere, giustificatamente, la pressione.

swissinfo, Andreas Keiser
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)

Pace del lavoro

La pace del lavoro nasce in Svizzera nel 1937 per cercare una convergenza tra le rivendicazioni dei lavoratori e gli industriali. Occorre però fare un passo indietro per comprenderne le origini.

Il Comitato di Olten, comprendente delegati del partito socialista e dell'unione sindacale svizzera, chiama i lavoratori allo sciopero generale nel novembre del 1918. Queste agitazioni danno avvio ad una serie di rivendicazioni fondamentali.

Negli anni successivi, in una situazione economica difficile e in un clima di alta tensione sociale, i rappresentanti degli operai e del padronato preferiscono il negoziato alla prova di forza.

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Hans-Ulrich Jost

Nato nel 1940, Hans-Ulrich Jost ha ottenuto il dottorato in storia e filosofia all'Università di Berna. Nel 1981 è stato nominato professore di storia contemporanea all'Università di Losanna.

Jost è stato ufficiale dell'esercito svizzero e pilota di aerei da combattimento, ma non ha mai nascosto il suo orientamento politico a sinistra. Ha partecipato ai movimenti studenteschi del 1968. Dal 2005 ha il titolo di professore emerito, ma continua a occuparsi di progetti di ricerca, segnatamente a livello europeo.

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