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La Svizzera aperta al dialogo ma non ai negoziati

Micheline Calmy-Rey e Hans-Rudolf Merz hanno esposto mercoledì a Berna la posizione della Svizzera sul contenzioso fiscale

(Keystone)

Nel contenzioso fiscale che oppone la Svizzera all'Unione Europea, il governo elvetico si è detto pronto mercoledì a discutere, ma esclude l'apertura di negoziati veri e propri.

Nessun accordo obbliga la Svizzera ad adattare il suo sistema fiscale a quello dell'Unione Europea, sostiene il governo.

Diversamente dall'Unione Europea, il governo svizzero non crede che i privilegi fiscali concessi alle holding europee con sede in Svizzera violino l'accordo di libero scambio siglato nel 1972 tra Berna e Bruxelles. Non si può quindi parlare di aiuti di Stato e, di conseguenza, di distorsione della concorrenza.

Nella conferenza stampa organizzata mercoledì a Berna, i ministri elvetici Hans-Rudolf Merz e Micheline Calmy-Rey hanno risposto così alla decisione adottata il 14 maggio scorso dal Consiglio dei ministri degli esteri dell'UE, che ha dato il via libera alla Commissione europea affinché intavoli negoziati bilaterali con Berna sul tema della fiscalità.

"Ci attendevamo questo passo", ha detto Merz. La discussione di mercoledì in seno al governo ha permesso di ribadire la posizione elvetica al riguardo e definire gli ulteriori passi, ha specificato il responsabile del Dipartimento federale delle finanze (DFF).

Il DFF dovrà quindi preparare i temi che vorrebbe affrontare con la controparte per sottoporli al giudizio del governo. Spetterà poi all'esecutivo dare il nullaosta definitivo per l'avvio di contatti. Merz non ha indicato una data limite per l'inizio delle discussioni.

20'000 holding

Da un punto di vista economico, il contenzioso è tutt'altro che insignificante. Interessa 20'000 tra holding - anche svizzere - e società miste, ha detto il ministro delle finanze. Esse danno lavoro a 150'000 persone.

Il gettito fiscale globale è di sette miliardi di franchi. "Se tutte queste società dovessero andarsene, potremmo quindi avere un problema – ha spiegato Merz. Ad ogni modo non penso che tali società farebbero ritorno nel loro paese di origine, ma che si cercherebbero una piazza off-shore".

Nell'affrontare la questione, per Merz è importante che vengano preservate la concorrenzialità della piazza economica e la sovranità svizzera in materia fiscale.

"Va inoltre evitato - ha aggiunto - di mettere in pericolo la via dei bilaterali con Bruxelles, nonché la riforma sulla tassazione dei dividendi delle imprese".

Raccogliere informazioni

Circa le relazioni con Bruxelles, sia Merz sia la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey hanno auspicato che la vertenza non si ripercuota negativamente sugli accordi bilaterali conclusi o che dovranno essere rinegoziati, come quello sui media.

Per quanto attiene al contenuto del dialogo con la commissione UE, Merz ha dichiarato che i mesi a venire serviranno a raccogliere informazioni sulla pratiche fiscali all'interno degli Stati dell'Unione e su quelle situazioni giudicate problematiche dal punto di vista della concorrenza dalla stessa UE. "Non vogliamo farci dei nemici puntando il dito contro questo o quel paese, ma raccogliere gli elementi utili per le discussioni", ha precisato.

I contatti dovrebbero servire a chiarire l'oggetto della contesa: "Vorremmo sapere perché la Commissione europea considera la tassazione speciale concessa alle holding straniere un aiuto di Stato e come mai una simile pratica sarebbe una distorsione della concorrenza", ha specificato il resposabile del DFF.

Una soluzione è possibile

Dal canto suo, il rappresentante dell'UE a Berna Michael Reiterer ha dichiarato che per uscire dall'impasse, una soluzione potrebbe essere quella già proposta da Merz, ovvero ridurre le imposte sugli utili delle imprese.

Secondo il diplomatico, quello che conta è che l'imposizione diversificata sia abolita. "Se la concorrenza fiscale è la soluzione, così sia", ha affermato.

Il problema che Bruxelles intende risolvere è la "selettività" di trattamento tra le imprese straniere e svizzere, ha precisato l'ambasciatore. "Ai nostri occhi si tratta di una sovvenzione".

La riforma proposta dal responsabile del Dipartimento federale delle finanze avrà bisogno di tempo. L'Unione Europea vuole vedere la volontà di cambiamento ma non è d'accordo su un rinvio all'infinito, ha sottolineato Reiterer. Secondo il diplomatico un primo incontro bilaterale potrebbe tenersi prima di ottobre.

swissinfo e agenzie

In breve

Settembre 2005: la Commissione europea scrive una lettera di protesta a Berna riguardo le pratiche fiscali in vigore nei cantoni di Svitto e Zugo.

Luglio 2006: il presidente della Commissione, José Manuel Barroso afferma che i vantaggi fiscali violamp le regole del mercato interno dell'Ue.

Novembre 2006: il direttore generale delle relazioni esterne dell'Ue minaccia d'inviare a tutti gli Stati membri un documento nel quale si esige dalla Svizzera il rispetto delle regole in vigore nell'Unione europea.

Marzo 2007: la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey definisce le esigenze dell'Ue inaccettabili.

Aprile 2007: il ministro delle finanze Hans-Rudolf-Merz propone una riforma fiscale incentrata sulla diminuzione delle imposte sugli utili.

24 aprile 2007: gli esperti europei propongono di conferire un mandato ufficiale alla Commissione per negoziare con la Confederazione.

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Posizioni divergenti

Per la Commissione europea, la fiscalità delle imprese adottata in alcuni cantoni elvetici costituisce una forma di aiuto statale incompatibile con il buon funzionamento dell'accordo di libero scambio del 1972.

I privilegi fiscali in questione sono accordati a società che hanno sede in Svizzera, ma che realizzano i propri profitti all'estero.

La Svizzera ritiene invece che l'accordo del 1972 si applichi soltanto al commercio di alcuni beni (prodotti industriali e prodotti agricoli trasformati).

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