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La Svizzera vuole credere alla pace nel Medio Oriente

Il ministero degli esteri svizzero, diretto da Joseph Deiss, si preoccupa per l'acuirsi della crisi israelo-palestinese swissinfo.ch

Con la spirale della violenza, gli scenari catastrofici si moltiplicano. La Svizzera chiede a Israeliani e Palestinesi il mutuo rispetto.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 dicembre 2001 - 22:31

All'indomani di un nuovo attentato contro un autobus israeliano, le autorità di Gerusalemme non nascondo la loro intenzione di moltiplicare le operazione di "pulizia antiterroristica" nei territori occupati.

Parallelamente, non sembrano più determinate a considerare Yasser Arafat come un possibile partner per la pace. In effetti, come confermano fonti diplomatiche, gli uffici della presidenza dell'Autorità palestinese a Ramallah sono a portata dei carri armati israeliani, che li hanno accerchiati.

L'intervento della diplomazia elvetica

A Berna, il Dipartimento degli affari esteri (DFAE) dà segni di inquietudine per questa situazione, che non cessa di peggiorare. Tuttavia, la diplomazia svizzera non si limita alle constatazioni. Giovedì, ha effettuato sul posto un "intervento di diritto umanitario" per invitare le parti in conflitto a rispettare i loro impegni.

La Svizzera, sottolinea Muriel Berset Kohen, portavoce del DFAE, chiede alle autorità palestinesi e israeliane di "astenersi dallo screditare le istituzioni ufficiali dell'altra parte, indebolendo così la loro capacità di riprendere il dialogo politico e i negoziati di pace".

Berna chiede pure di "mettere fine a qualsiasi incitazione all'odio e al razzismo, alla violenza e alla politica del fatto compiuto", come pure a perseguire penalmente e arrestare gli autori di atti indiscriminati nei confronti delle popolazioni civili:

Il lavoro umanitario continua

Dalla sua sede di Ginevra, il Comitato Internazionale della Croce Rossa segue da vicino gli avvenimenti e ricorda che i suoi effettivi sono stati rafforzati da parecchi mesi. Giovedì, le varie squadre del CICR erano in grado di proseguire i loro lavoro, come nei giorni precedenti.

Ma il fatto che delle ambulanze siano state prese di mira, mercoledì, non rassicura di certo gli stati maggiori delle organizzazioni umanitarie, che si devono già dare parecchio da fare affinché le squadre sanitarie possano superare i posti di controllo.

Rosemarie Schelling, direttrice dell'Ufficio della Cooperazione svizzera per la Cisgiordania e Gaza, rimane tuttavia ottimista: "Nonostante la situazione, continuiamo a realizzare i progetti in corso".

Nei territori occupati, la Svizzera si è particolarmente impegnata nell'aiuto al reinserimento sociale e professionale degli ex prigionieri palestinesi, così come nel sostegno delle ONG locali, specializzate nei settori dell'infanzia e del lavoro psico-sociale.

"Questi progetti sono decentralizzati" spiega la signora Schelling, "il che permette ai nostri collaboratori di lavorare in modo autonomo. E d'altronde, sono già abituati a operare in condizioni difficili".

Rimangono però molti ostacoli alla comunicazione e agli spostamenti. Per cui, rispetto a prima, "ci si mette il doppio di tempo per fare il lavoro", conclude Rosemarie Schelling.

Bernard Weissbrodt e Serge Ronen

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