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Le esposizioni nazionali nella storia

Un momento dell'esposizione nazionale del 1939 Keystone Archive

La storia delle esposizioni nazionali è strettamente legata all'avvento della civiltà industriale e alla formazione di una coscienza nazionale. Così anche le cinque esposizioni svizzere hanno segnato momenti diversi nell'evoluzione dell'immagine di sé del paese, della sua economia e della sua società. Oggi però il vecchio concetto di esposizione nazionale appare in crisi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 maggio 2001 - 12:11

L'organizzazione di esposizioni nazionali o universali nasce con la civiltà industriale e scaturisce dalla fiducia nel progresso e nel genio collettivo dei popoli. La prima manifestazione del genere si tenne a Parigi nel 1798: una "Exposition des produits de l'industrie française" che fu al tempo stesso illustrazione dell'utilità sociale del progresso economico-scientifico e autorappresentazione della Repubblica che lo aveva reso accessibile alla nazione francese.

Sono proprio gli intenti autocelebrativi e vagamente didattici a distinguere queste esposizioni da fiere e mostre commerciali. Nella seconda metà del XIX secolo, le nazioni alla punta del progresso industriale hanno dato il via a una serie di esposizioni universali (le prime si svolsero a Londra nel 1851, New York nel 1853, Parigi nel 1855). Si trattava di veri e propri inni al progresso tecnico-scientifico e alla vitalità dei paesi organizzatori o partecipanti; tra le più celebri si possono ricordare quelle di Vienna del 1873 e di Parigi del 1900.

In Svizzera sono state indette finora cinque esposizioni nazionali (Zurigo 1883, Ginevra 1896, Berna 1914, Zurigo 1939, Losanna 1964). Nel 1883 si celebrò il progresso industriale, simboleggiato dalla ferrovia e dalle macchine a vapore, e la scuola come crogiuolo della coscienza nazionale e delle virtù lavoratrici elvetiche.

A Ginevra nel 1896 divenne più palese il dualismo tra l'illustrazione dei progressi tecnico-scientifici e l'esaltazione di una tradizione forgiatrice dell'identità elvetica. Al cinematografo e all'elettricità faceva da contrappunto il "villaggio svizzero", vero e proprio bricolage di realtà locali in via di estinzione, fortemente mitizzate.

Ritroviamo gli stessi ingredienti nel 1914 a Berna con l'aeronautica e il recupero delle bellezze paesaggistiche e culturali in stile Heimatschutz. La "Landi" di Zurigo (1939) è stata considerata a posteriori un inno reazionario alla patria e alla razza; in sintonia con la congiuntura ideologica del tempo era stato privilegiato il mito dell'autoaffermazione di un popolo, spostando l'accento sulle realizzazioni simboliche e l'attaccamento ai propri valori, pur non tralasciando i risultati delle conquiste tecnologiche.

Tutte le esposizioni nazionali sono state moderne e tradizionali al tempo stesso e hanno espresso la convinzione che fosse possibile coniugare il progresso con il rafforzamento delle specificità elvetiche. Tutte sono state altresì uno specchio delle congiunture storiche del momento. Quella di Losanna (1964) - una manifestazione in bilico tra fiducia nel genio svizzero, dubbi sul futuro e elementi di autocritica - ha probabilmente anche sperimentato i limiti di tale modello.

I progetti successivi hanno volutamente cambiato impostazione, tematizzando proprio le funzioni ideologiche della manifestazione. Riflettendo sul senso dell'identità collettiva e sulla percezione delle peculiarità elvetiche, si è però smontato il giocattolo che ha perso molto della sua capacità a suscitare slanci collettivi.

Viste anche le travagliate crisi identitarie vissute dal paese negli ultimi decenni, tutto ciò ha creato più scetticismo e polemiche che certezze e consensi intorno ai progetti di esposizioni nazionali. Lo si è visto con il fallito progetto per il 1991 - bocciato dalla popolazione della Svizzera centrale che vi aveva ravvisato un concetto astruso immaginato da intellettuali e golden boy zurighesi - e la cosa si è ripetuta con le peripezie di Expo.02, la prima esposizione nazionale decentrata che aprirà i battenti tra un anno.

Marco Marcacci

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