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Libia: un attacco giustificato ma dall'esito incerto

I bombardamenti contro le truppe di Gheddafi ridanno speranza alle forze ribelli

(Keystone)

I bombardamenti delle forze alleate contro le truppe di Gheddafi sono giustificabili per proteggere la popolazione libica e sostenere lo slancio di rivolte nei paesi musulmani, afferma la stampa elvetica. Molti commentatori sono tuttavia scettici sulla conclusione di questa operazione militare.

"Otto anni dopo l'invasione delle truppe internazionali in Iraq e dieci anni dopo l'intervento in Afghanistan, un presidente americano ha ordinato un nuovo attacco ad un paese musulmano", osserva il Tages Anzeiger, rilevando come, a differenza di George W. Bush, Barack Obama possa contare "su una vera coalizione, inclusa la Lega Araba, e su una chiara risoluzione delle Nazioni unite".

Secondo il giornale zurighese, a dirigere l'operazione contro la Libia è in realtà la Casa Bianca, benché l'amministrazione americana continui ad affermare che la guida si trova nelle mani degli alleati. "I missili diretti contro Muammar Gheddafi e le sue istallazioni militari non sono partiti dagli arsenali del presidente francese Nicolas Sarkozy, ma dalle corazzate e dai sottomarini americani".

"Come il suo predecessore, anche Obama si muove con lo stile di un presidente imperatore: il Congresso non solo non ha autorizzato questa operazione militare, ma non è stato neppure consultato", annota ancora il Tages Anzeiger, chiedendosi quale sarà ora l'esito di questo attacco. "Se questa manovra militare avrà successo in poco tempo, Obama verrà festeggiato come vincitore e difensore dei diritti umani in Nordafrica. Altrimenti rischia di essere paragonato a George W.Bush, la cui guerra in Iraq è diventata ben presto incontrollabile e ha danneggiato la sua presidenza".

Manca un concetto

Anche la Basler Zeitung si chiede, come si concluderà questo intervento. "Cosa succederà, se i bombardamenti non riusciranno a far crollare il regime libico? Non è possibile negoziare con una persona come Gheddafi e non vi è da prevedere un attacco delle truppe alleate al suolo: per una simile offensiva non otterrebbero il sostegno dei paesi arabi".

"Velivoli militari e missili possono servire a proteggere la popolazione libica dalla violenza delle forze armate fedeli al regime. Ma non rappresentano ancora un concetto per risolvere la crisi libica. Gli sbagli compiuti in passato dagli Occidentali non si lasciano correggere con questa operazione militare", aggiunge il quotidiano basilese.

Nessuna legittimità

"Finora i membri della coalizione dichiarano che intendono innanzitutto far rispettare la risoluzione dell'ONU, allo scopo di proteggere i civili con tutti i mezzi necessari, ed escludono un intervento al suolo. Gli alleati affermano inoltre che una soluzione diplomatica è ancora possibile", rileva con scetticismo Le Temps. "Ma che cosa vi è ancora da discutere con un uomo accusato di crimini di guerra, qualificato di 'tiranno' dallo stesso presidente americano e accusato di non avere nessuna legittimità dal segretario generale dell'ONU?"

Il giornale romando non intravede tuttavia un'altra opzione per risolvere la crisi libica: "Per aiutare la popolazione libica e sostenere le rivolte in corso negli altri paesi musulmani, i rischi di un'inazione stavano diventando da una decina di giorni più importanti di quelli di un intervento. Ed ora è troppo tardi per fare marcia indietro".

Freddo inverno

Piuttosto scettico anche il commento pubblicato da 24 Heures e La Tribune de Genève. "Una guerra per proteggere i civili, d'accordo. Ma fino a dove? Tutti sanno che i bombardamenti aerei non basteranno a stanare il padrone di Tripoli. Questo non rappresenterebbe l'obbiettivo ufficiale dell'operazione lanciata sabato scorso. Ma gli alleati potranno accontentarsi di congelare semplicemente le posizioni militari tra le truppe di Gheddafi e i rivoltosi?".

"Si promette una guerra breve. Ma anche questa potrebbe durare, come le altre. Verrà un giorno, in cui bisognerà appoggiare le forze della libertà, mal organizzate e armate. Si parlerà allora d'invasione, di guerra del petrolio. La Primavera araba – la giovane alleanza tra le democrazie e i popoli musulmani che aspirano alla libertà – rischia allora di entrare in un lungo e freddo inverno".

Buon programma

"Il tempo può giocare a favore di Gheddafi", sottolinea La Regione, "soprattutto se un’offensiva tanto massiccia non dovesse raggiungere il suo evidente scopo: provocare diserzioni o ribellioni anche all’interno di un esercito libico di cui non si conosce l’effettivo grado di fedeltà al rais. Se fallisse questo disegno, diventerebbe molto più problematico stanare l’uomo di Tripoli, che potrebbe proteggersi dietro gli 'scudi umani' più o meno volontari da piazzare attorno alle sue caserme e ai suoi bunker".

"Il protrarsi del martellamento militare, e inevitabilmente dei cosiddetti 'danni collaterali' sulle popolazioni civili, potrebbe anche provocare ondate di riflusso nelle popolazioni arabe in subbuglio, che non sopporterebbero a lungo le quotidiane immagini di libici morti o feriti per mano occidentale", avverte il foglio ticinese, per il quale "liberarsi di Gheddafi è un buon programma, ma è ancora tutto da vedere se lo sia anche il modo scelto per attuarlo".

Libia, dall'insurrezione alla guerra

Il vento di protesta che soffia sui paesi musulmani del Nordafrica ha raggiunto a metà febbraio anche la Libia. Cronologia di una rivolta.

15-22 febbraio: nelle città di Bengasi e al Baida, nel nord-est del paese, la popolazione scende in piazza per protestare contro il regime di Gheddafi. La polizia spara sui manifestanti; le vittime sarebbero oltre 200.

22-24 febbraio:  i ribelli prendono il controllo di diverse città, dalla frontiera con l'Egitto fino a  Ajdabiya. L'Onu parla di un migliaia di morti.

27-28 febbraio: l'Onu, gli Stati Uniti e l'UE adottano una serie di sanzioni contro la Libia (blocco degli averi del clan Gheddafi e embargo sulle armi). A Bengasi i ribelli formano il Consiglio nazionale transitorio.

1° marzo: l'Onu lancia l'allarme umanitario; oltre 100'000 persone sono in fuga dalla Libia.

2-6 marzo: il regime di Gheddafi lancia una controffensiva, bombardando le città controllate dagli insorti. La Lega libica dei diritti umani parla di 6'000 morti. La Corte penale internazionale apre un'inchiesta per crimini contro l'umanità.

7-11 marzo: le forze di Gheddafi riconquistano Ras Lanuf, Ajdabiya e Zawiya, l'unico bastione ribelle a ovest di Tripoli.  L'Ue rafforza le sanzioni contro Tripoli.

17 marzo: il Consiglio di sicurezza dell'ONU adotta la risoluzione 1973 che prevede l'imposizione di una "no-fly zone" sui cieli libici e autorizza "tutte le misure necessarie" per assicurare la protezione dei civili.

19 marzo: scatta l'operazione "Odissey Dawn". Le forze della coalizione, guidata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, bombardano la Libia.

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Rapporti economici

Il volume degli scambi economici con la Libia ammontava a quasi 500 milioni di franchi nell’agosto 2010.

In questo periodo, la Svizzera ha esportato beni per circa 100 milioni di franchi, mentre le importazioni dalla Libia hanno raggiunto un totale di quasi 400 milioni di franchi.

A causa della crisi libica, il volume annuale degli scambi economici fra la Svizzera e la Libia si è ridotto notevolmente. Nel 2008, il fatturato ammontava a circa 3600 milioni di franchi e nel 2009 ancora a circa 870 milioni di franchi.

I principali beni d’esportazione della Svizzera sono macchinari, prodotti farmaceutici, orologi, strumenti di precisione e prodotti agricoli. I prodotti d’importazione principali sono il petrolio e il gas.

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, swissinfo.ch


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