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Non tutte le proiezione incontrano l'apprezzamento di pubblico e critica

(Keystone)

Difficile dare un giudizio d'insieme del festival, ma i pareri sono più positivi per le categorie collaterali che per i film in concorso.

Locarno "inondata" da centinaia di film, video, dibattiti: secondo i più però i film in concorso, in maggioranza europei, denotano una certa piattezza. "Il livello del concorso è mediamente basso" afferma Marco Lombardi, del quotidiano italiano l'Unità. Ma ci sono alcune perle, che per il critico cinematografico sono Gerry di Gus van Sant, e Oltre il Confine, coproduzione italo-elvetica diretta dal regista svizzero Rolando Colla.

Il film parla della guerra bosniaca e dei traumi che ha lasciato sui suoi protagonisti. Ma anche dei traumi della seconda guerra mondiale, rimossi dalla protagonista (Anna Galiena) che nel dopoguerra era una bambina. È un film che tocca argomenti duri ma con equilibrio.

Roberto Nepoti, critico del quotidiano La Repubblica, intervistato insieme ad altri colleghi dal Giornale del Popolo sul voto da dare a questa 55esima edizione del festival di Locarno, dichiarava che anche se Locarno è ora in "serie A" (nella categoria di Cannes, Venezia e Berlino) dal punto di vista del business, gli altri festival lo superano nell'aggiudicarsi una quantità più cospicua di buone produzioni. Insomma più quantità che qualità? Secondo il critico il rischio c'è.

Anche l'inviato del Corriere della Sera, Maurizio Porro è del parere che il gigantismo sia un male che affligge un po' tutti i festival ormai. Fabio Ferzetti del Messaggero è molto diretto: "Il concorso non è all'altezza degli altri anni", fatta salva qualche rara eccezione (come Personal Velocity o Gerry).

Strutture dispersive

Il critico del quotidiano romano dà un voto negativo al festival per la distanza tra una sala e l'altra: "Si perde molto tempo per gli spostamenti e si vede poco: sarà un bene per la città, ma per i giornalisti è peggio di Cannes o Venezia". È questo il suo verdetto lapidario. Anche per Maurizio Porro, del Corriere della Sera, uno spettatore dovrebbe avere "il dono dell'ubiquità" per riuscire a vedere tutto quello che gli interessa.

Anche Kimi Takesue, una cineasta americana che presenta per la prima volta una sua opera fuori concorso qui a Locarno, ha l'impressione di non essere riuscita a vedere molti film. Nonostante ciò ha apprezzato moltissimo l'ambiente internazionale estremamente variegato che ha incontrato a Locarno.

Laura Lamanda, giovane regista italiana che vive tra Parigi e Milano, è venuta apposta a Locarno per vedere i video sperimentali degli artisti Luigi Veronesi e Cioni Carpi, tra i maggiori rappresentanti dell'avanguardia italiana del XX secolo, presentati a Locarno dalla Fondazione Cineteca Italiana. Ma a parte queste opere non ha visto nulla di particolarmente stimolante quest'anno. Trova che ad esempio il festival di Torino mostri un estratto molto più valido della produzione italiana di video e film alternativi. Secondo lei Locarno ha una programmazione poco audace in confronto.

"Mancano film straordinari"

Per il realizzatore di origine italiana Salvatore Lista, che è a Locarno con un video nella categoria cineasti del presente, la crisi di di questa edizione riflette probabilmente la crisi del cinema occidentale. "Io ho la sensazione di un'assenza di coerenza nel programma" dice a swissinfo, "Ma non per via dell'organizzazione o errori eventuali nelle scelte, ma per via dello stato mondiale del cinema e del video oggi. Locarno non riesce a far emergere una corrente ma nemmeno film straordinari.

Le vere problematiche, ci dice, sono oggi molto ben individuabili nelle cinematografie dei paesi emergenti: "Per noi occidentali è più facile e quasi un piacere ritrovarci nelle cause ad esempio dello sfruttamento delle donne in un paese del terzo mondo."

Forse è anche questa una delle ragioni del successo della retrospettiva dedicata al cinema indiano. Se la piazza e i film in concorso hanno dunque lasciato indifferenti, se non sconcertati molti critici e tanto pubblico, tutti sono più o meno d'accordo nel dare un giudizio positivo sulle retrospettive. Per Indian Summer, per i film di Allan Dwan o ancora le "riscoperte" svizzere sale piene e soddisfazione.

Raffaella Rossello, Locarno


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