Mascherine di protezione per tutti: la Svizzera democratizza la produzione

Prezzi esorbitanti e dei certificati taroccati: anche in Svizzera alcuni hanno approfittato senza scrupoli della penuria di mascherine dall'inizio della crisi del coronavirus. Künzi, Renat (swissinfo)

Casi positivi in aumento, contagi ai party e durante i soggiorni all’estero: la seconda ondata pandemica sta avanzando. E proprio adesso è stata lanciata la “Protective Mask Initiative”, un’idea lanciata da due ingegnose menti svizzere intenzionate a decentralizzare e democratizzare la produzione di mascherine certificate.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 luglio 2020 - 13:30

È stato un disastro assoluto, ancora in attesa di essere chiarito: le razzie orchestrate da strozzini e criminali, che durante la prima ondata pandemica da Covid-19 hanno sottratto cifre miliardarie alla gente e agli Stati con mascherine taroccate e inefficaci.

La Svizzera non ha fatto eccezione. In marzo un simile affare ha reso multimilionari due giovani di 22 e 23, i primi in grado di fornire all’esercito svizzero mascherine di protezione made in China.

"Durante la crisi da Coronavirus le mascherine hanno animato ben presto la discussione politica a causa dei prezzi esorbitanti e dei certificati taroccati. Abbiamo subito pensato che così non si poteva andare avanti", dichiara Marie-Claire Graf. La 24enne di Basilea è già un’esperta riconosciuta in sostenibilità ed una delle 100 giovani ambasciatrici per il clima delle Nazioni Unite.

Assieme a persone che condividono la sua visione Graf ha trascorso le ultime quattro settimane, praticamente senza sosta, fra una video-conferenza l’altra con produttori, esperti di certificazione e interessati del mondo intero.

Un pacchetto tutto compreso

Il risultato è la “Protective Mask Initiative”, che mette a disposizione di governi, autorità, organizzazioni, imprese e privati che inoltrano la loro candidatura le macchine necessarie per la fabbricazione delle mascherine. Il pacchetto comprende anche la fornitura dei materiali di base come il tessuto, il filtro e le cordicelle elastiche. Il tutto a costo zero.

Chi aderisce all’iniziativa deve presentare una certificazione senza lacune. Dopodiché i concessionari possono vendere le mascherine al prezzo che ritengono più giusto. Per ogni maschera prodotta versano poi agli ideatori una piccola tassa per l’utilizzo delle macchine.

Ecco come funziona la “Protective Mask Initiative”

I "contraenti": come prima cosa Graf e Fiechter sottopongono gli interessati ad un attento esame e individuano le loro esigenze. I concessionari si impegnano poi contrattualmente a produrre e vendere le mascherine. 

Le macchine: escono dagli impianti di produzione della “Maschinenbau Leipzig (MBL)”, specializzata in automazione. Singoli pezzi di precisione al loro interno provengono da ditte svizzere.

Il costo di una macchina è all’incirca di 350 000 euro e la capacità di produzione arriva fino a tre milioni di mascherine al mese. Per il finanziamento iniziale Graf e Fiechter hanno raccolto circa cinque milioni di Euro grazie alla loro rete di conoscenze.

Le materie prime: le ideatrici puntano su una qualità eccelsa anche per il tessuto non tessuto come materiale di base. I fornitori provengono da Svizzera, Germania, Portogallo e Turchia, ma anche da Cina e India.

Il modello aziendale: le macchine rimangono di proprietà dell’iniziativa. Per ogni mascherina prodotta i concessionari devono versare una tassa che varia dai 20 agli 80 centesimi (mascherina standard o con filtro).

Il prossimo passo: per essere pronti a fronteggiare un’eventuale seconda ondata pandemica Graf e Fiechter prevedono di collegare a livello digitale le macchine attualmente distribuite in tutto il mondo. In tal modo sarebbe possibile velocizzare le forniture verso gli eventuali hot spot.

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Con i colossi del settore

Grazie a questo sistema di produzione decentralizzato "vogliamo far sì che tutti siano in grado di cucirsi da soli le mascherine di protezione di cui hanno bisogno", prosegue la cofondatrice Graf. Il sistema centralizzato ha fallito, come si è visto durante la prima ondata.

Il primo concessionario è già stato trovato. Si tratta di uno dei principali produttori di mascherine in Germania, con sede a Berlino, che ha provveduto ad ordinare dodici macchine. La produzione viene avviata proprio in questi giorni. "Le nostre mascherine sono distribuite ai grandi gruppi tedeschi e internazionali", precisa Graf. Contiamo anche una compagnia aerea e una catena di commercio al dettaglio.

Graf e Fiechter stanno però pensando anche a possibili partner in Svizzera, città e Cantoni, l’esercito, gli ospedali, farmacie e grandi imprese.

Uno degli elementi cruciali dell’iniziativa è la velocità. "La prima ondata di Covid-19 è alle nostre spalle ma la seconda è già dietro l‘angolo", continua Graf.

Sarebbero già pervenute un centinaio di richieste dall’Europa e da oltreoceano, puntualizza. Vi sarebbero persone interessate in Turchia, Russia, Tunisia, Egitto, Stati Uniti e Brasile.

La prima serie di 30 macchine è già praticamente riservata. "Lavoriamo a ritmi folli", afferma Graf tracciando un primo bilancio. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a 300 macchine.

Per ora il return on investment non è centrale. Graf e Fiechter reinvestono tutto nella divulgazione della loro iniziativa. La fondatrice ricorda però i rischi legati alla loro operazione: non soltanto si portano garanti del finanziamento iniziale, ma rispondo anche in caso di guasti maggiori alle macchine. E devono parare il colpo anche se un concessionario non vuole o non è più in grado di versare la tassa di utilizzo.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire le macchine anche nelle regioni economicamente più svantaggiate. "Ora come ora stiamo valutando con l’Unicef quali Paesi potrebbero entrare in linea di conto", conclude Graf.

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