Medio Oriente: una politica ambiziosa e controversa

La ministra degli affari esteri Micheline Calmy-Rey si batte per una politica estera attiva e autonoma in Medio Oriente. Keystone

La politica elvetica in Medio Oriente ha sollevato numerosi interrogativi sia in patria che all'estero e ha riacceso il dibattito sul significato della neutralità. Al centro delle critiche figura, in particolare, la scelta di negoziare con regimi problematici e movimenti islamici radicali.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 giugno 2008 - 16:47

Per far fronte alle sfide future, la Svizzera è chiamata a elaborare strategie più coerenti e a valutare meglio le sue priorità. Questo, in sintesi, il risultato a cui è giunto il Centro di studi strategici (CSS) del Politecnico federale di Zurigo.

I ricercatori hanno cercato di far luce su questa ambiziosa strategia di nicchia in Medio Oriente, che ha suscitato vivaci reazioni a più riprese. Basti pensare alla recente visita di Micheline Calmy-Rey a Teheran e alle sue prese di posizione giudicate troppo profilate nei confronti di Israele.

Il dialogo, prima di tutto

La politica elvetica in Medio Oriente è caratterizzata da due aspetti. Da un lato, la Svizzera è particolarmente attiva quale mediatore nel conflitto israelo-palestinese e nella vertenza sul nucleare iraniano. Dall'altro, si distingue per una certa autonomia rispetto alla comunità internazionale.

Dopo la guerra in Iraq, l'Unione Europea ha seguito, almeno in parte, la politica adottata da Stati Uniti e Israele di isolare i regimi politici ritenuti problematici e i movimenti islamici radicali.

La Svizzera, dal canto suo, continua invece a promuovere una soluzione diplomatica, basata su un maggiore dialogo tra le parti in conflitto.

Una strategia senza dubbio ambiziosa, che necessita però di alcuni correttivi, come sottolineato dal ricercatore del CSS Daniel Möckli ai microfoni di swissinfo. "Il conflitto in Medio Oriente è talmente complesso e sfaccettato che, per ottenere risultati tangibili, bisogna valutare al meglio le priorità. In futuro, dunque, la Svizzera dovrà elaborare una politica più coerente e coordinata".

Una politica contestata da più parti

Le trattative di pace in Medio Oriente si svolgono sotto l'egida del cosiddetto Quartetto, composto da Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia. Sul piano diplomatico, dunque, la Confederazione gioca un ruolo secondario, ma si distingue per le sue proposte autonome, e spesso profilate, di negoziati a due Stati.

L'apertura al dialogo della Svizzera è stata particolarmente contestata dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006. Nonostante le pressioni della comunità internazionale, questo movimento islamico radicale non ha mai accettato di rinunciare alla violenza, né di riconoscere il diritto di Israele di esistere. Per questo motivo, Stati Uniti e Unione Europea, che hanno inserito Hamas nella lista di organizzazioni terroristiche, hanno messo in atto un boicottaggio politico e finanziario.

La Svizzera è stato dunque l'unico paese occidentale ad aver scelto di non isolare Hamas e di proseguire le trattative diplomatiche. "È stata una decisione giustificata, anche perché Hamas non sparirà dai Territori semplicemente interrompendo ogni contatto con i suoi membri", ha commentato Möckli.

Questa strategia ha però creato un certo malumore tra le autorità dello Stato ebraico, già stizzite dopo le dichiarazioni di Micheline Calmy-Rey sull'intervento israeliano in Libano nel 2006. Non da ultimo, Israele ha deplorato la visita della ministra degli esteri a Teheran, definendola "un atto ostile". Tensioni, queste, che rendono particolarmente difficile il compito di mediatore della Svizzera nel conflitto israelo-palestinese.

Anche in Iran la Svizzera offre dei servizi di mediazione definiti costruttivi dai ricercatori del CSS. Come in Israele, tuttavia, la strada della diplomazia elvetica sembra essere in salita. Il contratto di fornitura di gas siglato in marzo tra la società elvetica EGL e Teheran, sostenuto dal Dipartimento federale degli affari esteri, rischia infatti indebolire il ruolo della Confederazione quale interlocutore tra l'Iran e l'Occidente.

Una neutralità violata?

I conflitti esplosi in Medio Oriente hanno portato il mondo politico ad interrogarsi sulla portata e i limiti dell'impegno della Svizzera quale Stato neutrale. Il dibattito è più che mai acceso tra i sostenitori di una neutralità attiva e profilata e coloro che chiedono invece al governo di non interferire in questioni che non toccano direttamente il nostro paese.

"Si tratta più che altro di un dibattito ideologico", spiega Möckli, "di una visione diversa del ruolo della Svizzera nel mondo. La neutralità è un concetto ambivalente e difficile da definire. Per questo non è sempre facile chiarire entro quali limiti può agire la diplomazia elvetica".

Un concetto controverso, dunque, che a più riprese ha acceso gli animi dei parlamentari, non sempre disposti a sostenere i passi intrapresi da Micheline Calmy-Rey in Medio Oriente. "Ma per sviluppare una politica estera ambiziosa, ricorda Möckli, bisogna prima di tutto ottenere un ampio sostegno da parte del mondo politico".

Per questo motivo, al DFAE viene chiesta maggiore coordinazione e trasparenza e una più ampia riflessione sulle priorità da adottare. "Una strategia che permetterà di rendere più efficiente la politica in Medio Oriente e appianare le tensioni tra promozione della pace, difesa dei diritti umani e tutela degli interessi economici".

swissinfo, Stefania Summermatter

Micheline Calmy-Rey difende la neutralità attiva

La consigliera federale Micheline Calmy-Rey è una fervente sostenitrice di una politica estera attiva.

La ministra degli esteri socialista ritiene infatti che, in quanto Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, la Svizzera ha il dovere di denunciare gli attacchi contro i diritti fondamentali.

Alcune sue prese di posizione molto profilate, in particolare le critiche rivolte a Israele per l'intervento militare in Libano e la proposta di un seggio elvetico al Consiglio di sicurezza dell'ONU, hanno suscitato vivaci reazioni in seno ai partiti borghesi.

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Visita in Iran, "si è parlato dei diritti umani"

Micheline Calmy-Rey è stata in visita in Iran il 16 e il 17 marzo. La ministra degli esteri svizzera ha incontrato l'omologo iraniano Manoucher Mottaki e il presidente della Repubblica islamica Mahmoud Ahmadinejad.

L'obiettivo dichiarato era triplice: evocare il dossier nucleare, affrontare la questione dei diritti umani e assistere alla firma di un importante contratto di fornitura di gas fra la società nazionale iraniana e l'Azienda elettrica di Laufenburg (EGL).

Nell'incontro con Mottaki, la responsabile della diplomazia elvetica ha parlato della situazione dei diritti umani. Entrambi hanno convenuto che il dialogo condotto da cinque anni su questa tematica dai due paesi dovrà affrontare questioni concrete. In tale prospettiva una commissione sarà incaricata di prepare il prossimo incontro bilaterale.

I due ministri hanno evocato la pena di morte, in particolare per i minorenni, e le punizioni corporali.

Calmy-Rey ha peraltro criticato la retorica di Tehran nei confronti di Israele. La ministra ha sottolineato che per la Svizzera è inaccettabile che un paese membro dell'Onu neghi il diritto all'esistenza di un altro stato.

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