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Nel Ciad gli espatriati stanno lasciando il Paese

Nel Ciad i soldati combattono contro i ribelli.

(Keystone Archive)

I combattimenti proseguono nel Ciad, dopo l'irruzione dei ribelli sabato a N'Djamena. L'esercito francese ha iniziato l'evacuazione degli stranieri.

Undici svizzeri - su un totale di 120 registrati nel paese africano - sono stati evacuati durante il week-end.

A Berna il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha istituito una cellula di crisi. Essa è costituita da responsabili della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e della divisione incaricata degli svizzeri all'estero.

La ministra elvetica degli affari esteri Micheline Calmy-Rey è tenuta al corrente degli sviluppi. I servizi del DFAE seguono costantemente l'evoluzione della situazione e sono in stretto contatto con le autorità francesi che coordinano le operazioni.

Svizzeri di N'Djamena al sicuro, 11 già partiti

Undici svizzeri hanno lasciato nella notte da sabato a domenica N'Djamena a bordo di aerei francesi, ha indicato domenica il DFAE. La metà sono
bambini.

Gli elvetici sono stati trasferiti a Libreville, nel Gabon, da dove potranno in seguito recarsi a Parigi grazie a voli organizzati dalla Francia, ha precisato il portavoce del Dipartimento Raphaël Saborit. Al loro arrivo, hanno ricevuto l'assistenza del console onorario svizzero presente nella capitale gabonese.

In totale nel Ciad sono registrati 120 cittadini elvetici, ha precisato sabato sera a Berna il DFAE. Oltre agli 80 svizzeri residenti nella capitale, ve ne sono 40 che si trovano in regioni risparmiate dai combattimenti.

A causa della drammatica situazione creatasi a N'Djamena, agli 80 svizzeri che si trovano nella capitale venerdì era stato subito raccomandato di raggiungere nella notte uno dei tre siti protetti dall'esercito francese. Si tratta del liceo francese di N'Djamena, ha precisato il capo della sezione Sicurezza del DFAE Christian Dussey.

Costoro "si trovano al sicuro", assicura Berna. "La loro vita non è in pericolo", ha sottolineato il capo della cellula di crisi Markus Börlin sabato sera nel corso di un incontro con la stampa nella capitale federale.

Per lê evacuazioni di coloro che si trovano nella capitale sono stati esaminati diversi scenari possibili. Oltre che per via aerea, in parte potrebbero anche essere effettuate per via terrestre. Tuttavia, per motivi di sicurezza, non vengono forniti maggiori ragguagli.

I 40 svizzeri che si trovano in altre zone, in particolare ad Abéché, possono muoversi liberamente. Per il momento non hanno ricevuto alcuna raccomandazione di rimanere in casa, ha aggiunto il capo della cellula di crisi.

La piccola comunità elvetica nel Ciad è composta essenzialmente di collaboratori del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) e di organizzazioni non governative, come pure di missionari. Non si segnalano invece turisti svizzeri nel paese africano.

La Svizzera non ha un'ambasciata a N'Djamena. Le attività della DSC sono state interrotte e l'ufficio di coordinamento nella capitale si concentra ormai sulla gestione della crisi.

L'Onu evacua il proprio personale

Dal canto suo, l'Onu ha proseguito sabato l'evacuazione del suo personale da N'Djamena, ha detto un portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

"Cinquantuno persone che lavorano per l'Onu, fra cui nove dell'Unhcr, sono state evacuate verso il Camerun", ha precisato il portavoce, aggiungendo che a N'Djamena restano ancora otto dipendenti delle Nazioni Unite.

Sono 215 le persone che lavorano per l'Unhcr in Ciad, di cui 84 sono stranieri. "La maggioranza si trova nell'est del paese, nei campi profughi, dove la situazione è calma", ha dichiarato il portavoce.

La decisione di evacuare il personale delle Nazioni Unite dalla capitale ciadiana è stata adottata sabato, ma per ora l'Onu non ha ricevuto l'autorizzazione a far atterrare aerei all'aeroporto di N'Djamena. L'Onu sta cercando altri modi per evacuare il suo personale.

L'Unhcr aveva già evacuato venerdì il personale non essenziale dalla capitale.

La confusione regna sovrana, ucciso capo stato maggiore

Intanto la situazione nella capitale continua ad apparire estremamente incerta. Dopo alcune ore di combattimenti contro le truppe governative, i ribelli avevano affermato sabato pomeriggio di aver preso il controllo di N'Djamena.
Uno dei capi dei ribelli, Abakar Tollimi, ha dichiarato ai giornalisti che il presidente Idriss Déby, che si trova all'interno della sua residenza accerchiata, se vuole può partire. Se rifiuterà di andarsene, i ribelli hanno minacciato di attaccare l'edificio.

Queste affermazioni sono però state contraddette dalle autorità governative. "Le forze di difesa e di sicurezza ciadiane controllano la capitale", ha dichiarato il ministro di Stato Mahamat Ali Abdallah Nassour.

Idriss Déby ha nel frattempo rifiutato l'offerta del governo francese di farlo uscire dal suo paese in preda alla violenza, qualora egli ritenesse di essere in pericolo di morte.

Da Parigi il ministro della Difesa francese Hervé Morin ha d'altra parte confermato domenica che il capo di stato maggiore del Ciad, Daud Soumain, è stato ucciso durante gli scontri a fuoco.

E dopo una notte relativamente calma, violenti combattimenti, con tiri di armi pesanti, sono ripresi domenica mattina. Fonti militari hanno detto che elicotteri dell'esercito ciadiano sono riusciti a decollare e hanno aperto il fuoco sulla zona dove sono stati uditi tiri di cannone e di carri armati.

Gli elicotteri avrebbero pure attaccato una colonna di ribelli che tentavano di raggiungere la zona meridionale di N'Djamena, dove si trova la sede della radio.

Diplomazia presa alla sprovvista

La diplomazia internazionale intanto appare disorientata. L'Unione africana non può non restare legata alla difesa dei governi che ha riconosciuto e pertanto in un 'comunicato finale' emesso sabato in tarda mattinata "condanna con fermezza" l'attacco dei ribelli. Dà comunque al leader libico Moammar Gheddafi insieme al presidente del Congo Brazzaville il mandato di trovare una soluzione pacifica.

L'Iran, per bocca del suo ministro degli esteri, invita Deby a
dialogare col Sudan, che molti indicano come orchestratore dei ribelli nell'ambito di una drammatica partita a scacchi in cui entrano anche la crisi del Darfur, gli sfollati e i campi profughi che essa ha provocato e l'invio di una forza internazionale di pace nell'area.

swissinfo e agenzie

In breve

Paese semidesertico con poco più di 9 milioni di abitanti, situato a cavallo fra il Sahara e il Sahel, il Ciad ha una popolazione eterogenea. I confini dell'ex colonia francese sono il risultato di negoziati fra le potenze colonizzatrici dell'epoca. Il paese è indipendente dal 1960.

La storia moderna del paese africano, fortemente legata agli influssi di Francia e Libia, è segnata dalle ribellioni delle popolazioni del nord, a maggioranza musulmana, dalle sanguinose battaglie e da diversi colpi di Stato. L'ultimo ha consentito a Idriss Déby Itno di rovesciare Hissène Habré nel 1990. Da allora regna il suo regime autoritario.

Quest'ultimo accusa il vicino Sudan di sostenere i suoi avversari interni, in relazione con la crisi del Darfur, che ha provocato l'arrivo di 235mila profughi nell'est del paese.

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Un paese prioritario

Il Ciad è un paese prioritario dell'aiuto bilaterale elvetico. Dal 1965 la Svizzera apporta il suo sostegno nei settori dello sviluppo rurale, dell'accesso alle cure e dell'educazione di base.

Questo programma oggi mira a rafforzare le capacità delle aziende familiari agri-pastorizie e delle comunità rurali di migliorare le condizioni di vita e il dialogo con lo Stato e i servizi pubblici, allo scopo di creare condizioni favorevoli a uno sviluppo sostenibile.

L'anno scorso la Svizzera ha contribuito con 14,5 milioni di franchi a progetti a favore del Ciad. Di questa somma, 3,5 milioni sono andati all'aiuto umanitario per i campi di rifugiati.

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