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Osservatori nell'impotenza

Gli osservatori documentano la costruzione del muro israeliano (EAPPI)

Tra Palestina ed Israele, osservatori svizzeri documentano le violazioni dei diritti umani, accompagnano i palestinesi attraverso i blocchi sulle strade e sostengono gli attivisti per la pace israeliani.

Nulla possono però contro la costruzione del muro che, ha scapito della condanna dell’ONU, va avanti.

“Grossi automezzi da cantiere trasportano blocchi di cemento larghi un metro e alti nove”, commenta Hansueli Gerber, parlando della costruzione del muro di sicurezza.

Bulldozer e gru lavorano sotto l’occhio vigile dei tiratori d’élite dell’esercito israeliano. I soldati di Tsahal sorvegliano i contadini palestinesi, che osservano impotenti la perdita del raccolto con lo sradicamento dei loro ulivi.

Il pastore in pensione Gerber fa parte del gruppo dei sei osservatori civili svizzeri appena tornato da Palestina ed Israele. Le impressioni suscitate dal loro soggiorno in Medio Oriente, svoltosi fra aprile e luglio, sono state presentate mercoledì alla stampa.

Violazione dei diritti dell’uomo

La missione degli osservatori svizzeri si iscrive nel quadro del programma “Ecumenical Accompaniment Programme in Palesatine and Israel“ (EAPPI), un’iniziativa internazionale del Consiglio ecumenico delle Chiese. Un movimento che in Svizzera è rappresentato dall’associazione “Peace Watch Switzerland”.

Gli obiettivi del progetto, enumerati dal coordinatore Markus Marti, sono “la protezione passiva e la documentazione delle violazioni dei diritti dell’uomo, il lavoro di comunicazione in Svizzera e la solidarietà con i locali espressa tramite la nostra presenza sul posto”.

Sostenere gli attivisti per la pace israeliani

Gli osservatori non si sono recati esclusivamente nei territori occupati. Alcuni sono andati a sondare la situazione anche sul suolo israeliano. Florence Nicole era per esempio stazionata a Gerusalemme.

“Abbiamo accompagnato organizzazioni israeliane per la pace e per i diritti dell’uomo durante le missioni di osservazione, le manifestazioni e le udienze giudiziarie”, afferma l’ex collaboratrice del Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae).

“È stata la prima volta in vita mia che ho preso parte ad una manifestazione. A Tel Aviv si sono riunite 150'000 persone per lanciare un appello in favore di un dialogo di pace”, indica Nicole.

Il contributo svizzero

Quest’anno, il Dfae ha sostenuto l’associazione elvetica con 50'000 franchi. “Il progetto corrisponde agli obiettivi ed ai principi della promozione civile della pace e del rafforzamento dei diritti dell’uomo”, scrive in un comunicato il Dfae.

“Al programma partecipano ovviamente esponenti della comunità cristiana, mussulmana, ebrea. Si sono però aggiunte anche organizzazioni laiche”, indica Matthias Hui, collaboratore dell’Aiuto delle Chiese evangeliche svizzere.

“I civili che si ingaggiano in favore della pace si organizzano in modo professionale, rifiutando la logica militare e solidarizzando con le vittime”, aggiunge Hui.

Un passo modesto ma giustificato, che si inserisce nella prospettiva di una pace durevole.

Osservatori impotenti

“In qualità di osservatore ecumenico non intervengo. Osservo solamente e scatto fotografie”, precisa Gerber, che si definisce “un osservatore impotente”.

“Ho imparato quanto gli autoctoni si sentano impotenti. La loro unica arma di difesa consiste nel non fuggire e nel rimanere dove sono”, aggiunge l’ex pastore.

I volontari sono consapevoli di non poter fermare la costruzione del muro, ma la reazione positiva dei locali alla loro presenza li incoraggia ad andare avanti. Il loro impegno non è vano.

Un contributo benaccetto confermato anche dall’ex dipendente del Dfae Nicole: “la nostra solidarietà è molto stimata dalle organizzazioni per la pace, che ci hanno sempre ben accolti”.

Un’altra osservatrice ricorda di come una direttrice scolastica abbia avuto l’idea di aggiungere un’ulteriore classe alla sua scuola, dal momento che gli allievi palestinesi sono ora accompagnati da osservatori civili.

Più protezione a livello internazionale

In una lettera aperta, gli osservatori svizzeri hanno lanciato un appello internazionale per una migliore protezione nei territori occupati. “Siamo stati testimoni di come il popolo palestinese non possa condurre una vita normale”.

In seno all’EAPPI, nessuno si fa però delle illusioni. Questa settimana, altri venti esponenti del organo ecumenico provenienti da sei paesi sono partiti alla volta di Gerusalemme.

Anche loro accompagneranno i palestinesi attraverso i posti di controllo, saliranno a bordo delle ambulanze, documenteranno gli abusi ed il proseguio della costruzione del muro e sosterranno gli attivisti per la pace.

swissinfo, Philippe Kropf
(traduzione dal tedesco: Luigi Jorio)

Fatti e cifre

il programma internazionale EAPPI coinvolge esponenti dell'Aiuto delle Chiese evangeliche svizzere, del Movimento per la pace e delle associazioni horYzon e Mission21, attive sul fronte dell'handicap.
il progetto dura da circa due anni.

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In breve

Il popolo palestinese non può condurre una vita normale.

È questa l’impressione raccolta dal gruppo di sei osservatori ecumenici svizzeri, che hanno trascorso tre mesi nei territori occupati ed in Israele.

La loro missione è stata finanziata dal Dipartimento federale degli affari esteri e rientra in un programma ecumenico internazionale.

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