Pasqua con il Dio che vuoi

Per Jörg Stolz l'individualismo della società si riflette anche sul modo di sentire la fede ( foto: edipresse) UNIL

Il messaggio religioso della Pasqua è sempre meno sentito, rispetto ad altre festività della cristianità. E molti cercano di soddisfare i propri bisogni spirituali con una religione “fai da te”.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 aprile 2004 - 11:59

Con Jörg Stolz, sociologo e osservatore delle religioni, parliamo dell’evoluzione del panorama religioso in Svizzera.

Come in numerosi altri paesi, anche in Svizzera la fisionomia dei credenti si sta evolvendo verso nuovi modelli di spiritualità.

E non solo a causa della crisi che attraversano la chiesa protestante e cattolica, le due principali componenti religiose del paese, ma anche per l’apertura verso nuove tendenze venute da altre culture e per la presenza sempre più importante di comunità religiose diverse.

Approfondiamo il tema con Jörg Stolz, professore di sociologia della religione e direttore dell’Osservatorio delle religioni in Svizzera, struttura dell’università di Losanna che approfondisce la ricerca sui fenomeni religiosi in Svizzera, tenendo conto della prospettiva internazionale.

swissinfo: Qual è il senso profondo della Pasqua per una società consumistica come la nostra?

J.S.: Non definirei la nostra società semplicemente consumistica. Viviamo nel postmoderno, in cui le più diverse componenti della società sono caratterizzate da una forte diversificazione ed individualizzazione. Ciò non significa solo più opportunità per il consumatore, ma anche più possibilità di vivere le proprie sensazioni e la propria spiritualità. In questo senso, anche oggi si può provare il senso più profondo della Pasqua. A livello sociologico, si nota comunque che il messaggio della Pasqua, in confronto ad altre festività, perde d’importanza.

swissinfo: Se da un lato la nostra società sembra ritrovare un bisogno di spiritualità, d’altro lato le chiese cristiane tradizionali vivono un momento di crisi. Non è una contraddizione?

J.S.: Le chiese principali – e soprattutto quella protestante – sono in crisi perché si considerano ancora come chiese popolari, che accettano tutti. Ma ciò diventa sempre meno plausibile, più la nostra società diventa individualista. Dato che le chiese popolari si adattano molto al “common sense” sociale, non riescono a ritagliarsi un profilo forte. Ed è esattamente ciò che dovrebbero fare per ritrovare la propria forza.
L’impressione che ci troviamo di fronte ad un «ritorno della religione» deriva dal fatto che le grandi chiese spesso non riescono più a soddisfare il bisogno religioso. Ma la ricerca di un «senso ulteriore», una necessità profonda dell’animo umano, si ripresenta continuamente sotto nuove forme, anche in una società così moderna come la nostra.

swissinfo: Anche in Svizzera la gente sembra sempre più orientata verso una religione « fai da te », non legata ad una chiesa specifica. Quali conseguenze può avere il fenomeno?

J.S.: È vero che esiste un trend verso la «religiosità fai da te». Ciò da un lato è l’espressione di una crescita generalizzata dell’individualismo e dall’altro della debolezza dei gruppi religiosi. I gruppi religiosi più forti forniscono ai propri membri una struttura sociale ben delineata e si contrappongono al fenomeno del «fai da te». Le principali conseguenze di una religiosità «fai da te» è che non aiuta molto una persona nei momenti di crisi, proprio perché manca l’aspetto sociale.

swissinfo: Come giudica il successo di chiese «libere», come l’International Christian Fellowship (ICF), che predica il verbo durante concerti rock o pop cui partecipano centinaia di giovani?

J.S.: L'ICF è uno dei prodotti di maggior successo sulla scena evangelica in Svizzera. In genere il fondamentalismo evangelico – tranne alcune eccezioni – è caratterizzato da un’interpretazione letterale delle scritture, combinato a forme liturgiche estremamente creative. Quando si tratta di «vendere » la fede, gli evangelici non hanno alcuna remora. Da questo punto di vista è coerente per loro usare concerti rock «che ti travolgono un sacco», come direbbero nel loro gergo i membri dell’ICF, che in questo ci sanno fare.

swissinfo: Cosa dovrebbero fare allora le chiese tradizionali per contrastare la concorrenza di gruppi e confessioni alternative e impedire la fuga di credenti?

J.S.: Le chiese dovrebbero orientarsi maggiormente verso i nuovi bisogni della gente e non dovrebbero aver paura di prendere posizione, anche su argomenti scomodi. Più facile a dirsi che a farsi. Secondo me le chiese dovrebbero anche guardare di più cosa succede all’estero, quali sono i modelli che hanno più successo – e copiarli.

swissinfo: La Svizzera si appresta, in giugno, ad accogliere il Papa. Il Pontefice è in grado di contribuire al dialogo tra riformati e cattolici?

J.S.: La Svizzera è tradizionalmente biconfessionale. Alcuni cantoni sono più protestanti, altri più cattolici e in altri le due confessioni sono paritetiche. Vedo il Papa più come una figura che ostacola l’ecumenismo. La sua posizione sul tema costituisce proprio uno dei punti di maggior conflitto tra cattolici e protestanti. Questo Papa ha frenato l’apertura, iniziata con il Concilio Vaticano II, della Chiesa cattolica verso altre confessioni e religioni.

swissinfo: Le mode venute dall’oriente e gli immigrati, molti di religione musulmana, hanno cambiato la fisionomia dei credenti anche in Svizzera. Che influsso ha questo aspetto sulle religioni cristiane tradizionali?

J.S.: È vero, la Svizzera si trasforma progressivamente da biconfessionale in paese multi-religioso. La pluralità mette ogni religione di fronte alla difficile domanda di come porsi nei confronti delle verità e dottrine di altre religioni. Se si vuole mantenere un primato dottrinale assoluto o dire piuttosto che le altre religioni dicono la stessa cosa, solo in modo meno efficace. Oppure si deve aprire un dialogo interreligioso, ammettendo la possibilità che anche l’altro abbia ragione. Le maggiori chiese cristiane hanno già fatto un percorso notevole sulla strada del dialogo interreligioso.

Intervista swissinfo, Raffaella Rossello

Fatti e cifre

Secondo i dati più recenti
44% della popolazione in Svizzera è cattolica
37% è protestante
Gli atei sono il 12%
In aumento altre confessioni, in particolare i musulmani, che rappresentano il 4,5% della popolazione

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In breve

La religiosità di matrice cristiana resta prevalente in Svizzera, ma continua l’evoluzione della società elvetica verso la secolarizzazione.

Aumentano infatti le persone che escono da una comunità religiosa (sia cattolici che protestanti), vuoi per non pagare le tasse, vuoi perché atei, disinteressati, o contrari al messaggio religioso o al modo in cui esso viene veicolato dalle chiese tradizionali.

Sono d’altro canto sempre più numerosi i fedeli di altre religioni e le persone che cercano di rispondere alle proprie esigenze spirituali aderendo a chiese libere o assemblando elementi di varie religioni e pratiche parareligiose.

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