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Pedalare con il casco, una sicurezza relativa

In caso di incidenti gravi, il casco non basta a proteggere il ciclista

(swissinfo.ch)

L’Ufficio federale delle strade è perentorio: se nel 2012 meno della metà dei ciclisti ne sarà sprovvisto, il casco diventerà obbligatorio. Ma non tutti sono d’accordo.

Meglio sarebbe, sostengono le lobby della bicicletta, aumentare la sicurezza sulla strada e formare tutti gli utenti.

È di materie plastiche, pesa poco più di 300 grammi, a volte ha un aspetto aerodinamico e a volte sembra solo ridicolo. Attualmente è soprattutto un oggetto di dibattito politico: il casco per i ciclisti.

Nel 2002 gli esperti della sicurezza sulla strada hanno proposto di renderlo obbligatorio per tutti. Questa misura è una fra le molte proposte scaturite con il progetto «Vision Zero», un piano che dovrebbe azzerare il numero delle vittime della strada.

Ma le associazioni delle due ruote non ci stanno: portare il casco è buona cosa, dicono, ma un obbligo è controproducente.

I termini federali

Per il momento l’Ufficio federale delle strade (Ustra) si attiene al principio di volontarietà: il casco lo mette chi tiene alla propria sicurezza. Almeno fino al 1012. Con azioni e promozioni si vogliono convincere sempre più ciclisti ad attrezzarsi. «Se però le cose non cambieranno – spiega Thomas Rohrbach, portavoce dell’Ustra – torneremo a proporre l’obbligatorietà».

L’intento di evitare morti e feriti sulle strade è condiviso da tutti. Per questo stupisce che proprio le organizzazioni che promuovono l’uso delle due ruote non si associno alla causa del casco obbligatorio.

La bicicletta in cantina?

La lobby delle biciclette elenca tutta una serie di motivi che hanno portato alla convinzione che il casco obbligatorio non è la panacea di tutti i mali. Secondo una direttiva votata recentemente all’unanimità dai delegati della CicloLobby svizzera, la norma sarebbe addirittura «controproducente e inefficace».

«Si toglie così il piacere dell’andare in bicicletta, facendo calare il numero di ciclisti», spiega Christoph Merli, responsabile dell’organizzazione.

Per confermare l’affermazione, l’esperto cita l’esempio australiano: dall’introduzione del casco obbligatorio nel 1992, il traffico ciclistico è sceso repentinamente del 30%. Nei 19 stati americani che conoscono le stesse regole, il calo è stato del 21%.

Tutti in bici; tutti più sicuri

«La sicurezza del singolo dipende dal numero complessivo dei ciclisti sulla strada», afferma Käthi Diethelm, membro del direttivo di CicloLobby e vice-presidente dell’omologa organizzazione europea (ECF).


Detto diversamente: più auto, camion e moto sulla strada, più pericolosa è la vita dei ciclisti; con o senza casco. Un ulteriore argomento: portare il casco induce ad una sicurezza che spesso può trarre in inganno. «Per gli esperti è chiaro che la protezione assicurata dal casco in incidenti gravi è minima», afferma la Diethelm.

«Da solo il casco non basta. Percezione del traffico, paura e gestione dei rischi sono altri fattori importanti», dice ancora convinta Käthi Diethelm. Per questo l’esperta esige ulteriori indagini sul comportamento dei vari utenti della strada e sulle ulteriori misure che si potrebbero adottare.

L’associazione CicloLobby propone per esempio ampie zone a velocità limitata, dove i ciclisti si possono sentire sicuri e dove non succedono quasi mai incidenti. Inoltre bisogna coltivare la convivenza fra automobilisti e gli altri fruitori della strada. Per questo si propongono corsi di formazione per tutte le categorie.

Il casco a chi e quando?

Secondo Käthi Diethelm ci vorrebbero delle statistiche più accurate: «Bisognerebbe confrontare la quantità di chilometri percorsi o il tempo passato nel traffico urbano con il numero di incidenti».


E soprattutto bisognerebbe separare il traffico quotidiano da quello del tempo libero, «perché sono due cose diverse». Il traguardo è modellare delle misure di sicurezza puntuali a seconda del gruppo di persone e del rischio cui vanno in contro.

Mantenere il divertimento

«Portate il casco, se vi dà sicurezza, ma non lasciatevi togliere il piacere di andare in bicicletta», consiglia la Diethelm.

E come si comporta la specialista? «Io pedalo sicura, ma con attenzione. Sono già caduta, ma non porto il casco».

swissinfo, Renat Künzi
(traduzione: Daniele Papacella)

Fatti e cifre

In Svizzera circa un terzo dei ciclisti porta un casco.
Nel 2003 sono morti 30 ciclisti, 150 hanno subito gravi ferite al cranio, in parte con danni al cervello.
La Confederazione vuole ridurre drasticamente il numero delle vittime della strada. Entro il 2010 si vuole scendere sotto i 300 morti e i 3'000 feriti gravi.
Nel 2003 erano ancora 546 morti e 5'862 feriti gravi.

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In breve

Nel suo programma per diminuire il numero delle vittime della strada, l’Ufficio federale delle strade ha proposto 58 misure.

Fra queste c’è l’obbligo di portare il casco per i ciclisti.

In autunno il programma passa al vaglio degli esperti, nel 2005 dovrebbe arrivare sul tavolo del governo.

La lobby delle biciclette sostiene il «casco volontario». La sicurezza è però garantita solo dalla convivenza pacifica fra i vari utenti della strada.

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