Poco spazio in parlamento per la politica estera

La ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey a Johannesburg, in Sudafrica, nel febbraio di quest'anno Keystone

Anche in Svizzera la politica estera è sempre più importante e determinante per i tradizionali settori della politica interna, ed il parlamento ha sempre meno da dire.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 giugno 2004 - 08:20

Con un’adesione all’Ue, politica interna e parlamento perderebbero ulteriormente rilevanza, se non si prendono finalmente le misure necessarie.

Dopo la conclusione degli accordi bilaterali II, ci si chiede nuovamente quale sarà ora il futuro delle relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea (Ue).

Un contesto nel quale il consiglio federale, il governo svizzero, fatica ad assumere un ruolo dominante. Non prende chiaramente posizione in merito ad un’adesione all’Ue e non fornisce nemmeno le informazioni necessarie per permettere al parlamento e alla popolazione di farsi un quadro dettagliato dei vantaggi e svantaggi di un’ulteriore integrazione europea. L’ultimo rapporto sull’integrazione è quello pubblicato 5 anni or sono, nel 1999.

Tutte le leggi eurocompatibili

Un’analisi della situazione politica dimostrerebbe, per esempio, che già oggi la sovranità della Svizzera è limitata.

Dal 1988, l’amministrazione verifica sistematicamente la compatibilità con il diritto europeo di tutti i nuovi attivi giuridici e, se necessario, li rende eurocompatibili - in primo luogo per tener conto dei bisogni dell’economia.

Ma non è soltanto l’Ue a limitare il potere decisionale della Svizzera.

Con la crescente globalizzazione dell’economia e la partecipazione ad organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse), il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), la rete dei rapporti economici e sociali si allarga, con conseguenti accordi e vincoli che determinano sempre più la politica interna dei singoli stati.

Per il parlamento si tratta di un’evoluzione sfavorevole, poiché in Svizzera, come in altri paesi, la politica estera è organizzata in modo molto centralizzato ed è diretta essenzialmente dalla confederazione.

E un’adesione all’Ue non farebbe che aggravare la situazione, poiché il governo, secondo le previsioni, dovrebbe dedicare la metà del suo tempo al lavoro negli organi comunitari.

«Le possibilità decisionali del parlamento sulle questioni di politica estera sono relativamente poche, visto che si limitano all’espressione del sì o del no», osserva lo specialista di diritto costituzionale Ulrtich Klöti.

In molti casi, il parlamento può solo manifestare la sua disapprovazione, ma non approfitta quasi mai nemmeno di questa possibilità.

Poco interesse per la politica estera

Uno studio del Fondo nazionale dimostra che su 800 affari di politica estera (trattati internazionali nuovi o modificati) soltanto un quarto è discusso in parlamento. E di questo quarto, la maggior parte non è nemmeno presa in considerazione nel plenum. Il parlamento, osserva Ulrich Klöti, palesa una «relativa passività».

Gli oggetti decisi in votazione popolare sono soltanto otto, tra i quali la questione dell’adesione allo Spazio economico europeo (SEE), al Fondo monetario/Banca mondiale e all’Onu. Non per niente, alcuni osservatori parlando spesso di politica estera al di sotto della «soglia della presa di coscienza».

Ma il parlamento non sembra infastidirsi per questo. Le proposte di riforme provengono quasi sempre dalle file degli specialisti di diritto costituzionale, per molti dei quali, come Astrid Epiney dell’Istituto di diritto europeo dell’Università di Friborgo, sarebbe ora che il parlamento partecipasse in maggior misura alle questioni di politica estera.

Una correzione, già oggi necessaria, diventerebbe indispensabile in caso di un’adesione all’Ue.

Il parlamento deve essere informato

In altri paesi, il parlamento è maggiormente coinvolto nella politica estera, specialmente per quanto concerne la politica europea. Le proposte di modifiche istituzionali tengono quindi anche conto delle prerogative di sistemi federalistici, come quelli di Germania e Belgio:

- il parlamento deve essere informato per tempo, dal consiglio federale, sugli importanti progetti dell’Ue e sulla relativa posizione del governo;

- nuove commissioni delle due camere del parlamento devono occuparsi a fondo delle questioni legate alla politica europea;

- il consiglio federale deve tener conto della presa di posizione del parlamento;

- se il consiglio federale ha una posizione fondamentalmente diversa da quella del parlamento o delle commissioni, deve tornare a consultarli.

La costituzione europea va avanti

Bruxelles vuole aiutare i parlamenti nazionali nel loro impegno di politica estera. Secondo il progetto di costituzione europea, in futuro «la commissione dovrebbe trasmettere tutte le proposte legislative e tutti i documenti di carattere consultivo direttamente ai parlamenti nazionali, contemporaneamente alla loro trasmissione al consiglio e al parlamento europeo».

In tal modo il parlamento disporrebbe di tutti gli strumenti necessari per occuparsi in tempo delle questioni di politica estera, avanzare richieste e, laddove ci sia ancora spazio di manovra, formulare proposte.

Perché, come sta scritto nel progetto di costituzione europea, c’è il desiderio «di incoraggiare una maggiore partecipazione dei parlamenti nazionali alle attività dell'Unione europea e di potenziarne la capacità di esprimere i loro pareri su problemi che rivestano per loro un particolare interesse».

swissinfo, Katrin Holenstein
(traduzione dal tedesco: Fabio Mariani)

In breve

La globalizzazione e la rete di relazioni internazionali fanno accrescere l’influenza della politica estera su quella interna, determinando la concezione della politica commerciale, dei trasporti, agraria e d’asilo.

Con un’adesione all’Unione europea, la politica estera assumerebbe ulteriore importanza nei confronti di quella interna. Il consiglio federale, che tradizionalmente dirige la politica estera, acquisterebbe maggiore potere decisionale rispetto al parlamento.

Già oggi il parlamento ha poco da dire in fatto di politica estera: su 800 affari di politica estera, soltanto un quarto è discusso in parlamento e di questo quarto soltanto una minima parte suscita interesse.

Ora, specialisti di diritto costituzionale chiedono urgenti riforme istituzionali e una nuova ripartizione delle competenze.

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