Patto europeo sulle migrazioni: come ripartire la solidarietà in modo "equo"?

L'incendio nel campo profughi di Moria, sull'isola greca di Lesbo, ha costretto migliaia di persone a cercare una nuova sistemazione. Copyright 2020 The Associated Press. All Rights Reserved

Etienne Piguet, specialista in materia di migrazione, ha tracciato con i suoi collaboratori una mappa di una possibile distribuzione equilibrata dei richiedenti asilo in Europa. Il tema è di grande attualità: l'Unione Europea ha appena presentato un progetto di riforma della sua politica migratoria.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 ottobre 2020 - 11:00

L'afflusso record di un milione di profughi nel 2015 aveva già evidenziato lo squilibrio tra i paesi europei in prima linea nell'accoglienza dei richiedenti asilo (in particolare Grecia, Italia e Spagna) e altri totalmente chiusi, in particolare i membri del "gruppo di Visegrad" (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). 

All'inizio di settembre, la tragedia di Moria, sull'isola greca di Lesbo, ha riportato la questione sotto i riflettori. L'incendio del campo profughi sovraffollato ha gettato migliaia di migranti sulla strada.

Due settimane dopo, l'Unione Europea (UE) ha presentato il suo "Patto sulla migrazione e l'asilo". Di fronte al fallimento del regolamento di Dublino, il progetto di riforma tenta ancora una volta di ripartire le responsabilità in modo più "solidale" tra gli Stati membri dell'Unione.

Le linee principali del Patto

Presentato il 23 settembre, il patto migratorio riconosce il fallimento delle quote imposte dopo la crisi del 2015. Le sue misure principali sono:

  • l'introduzione di una procedura di "screening" per i richiedenti asilo alle frontiere esterne dell'UE, al fine di individuare in anticipo coloro che hanno meno probabilità di ottenere protezione internazionale.
  • una rimessa in discussione del regolamento di Dublino (che attribuisce al primo paese d'ingresso la responsabilità del trattamento della domanda d'asilo) con un ampliamento dei criteri per determinare quale paese è competente. L'obiettivo è quello di alleggerire la pressione su chi è in prima linea.
  • l'introduzione di un "meccanismo di solidarietà obbligatoria", che potrebbe essere attivato quando un paese si trova ad affrontare una "pressione migratoria" che non può affrontare da solo: tutti gli Stati sarebbero allora obbligati a contribuire, in base al loro peso economico e alla loro popolazione.

Per superare la persistente opposizione di alcuni paesi all'accoglienza dei profughi, questo contributo potrebbe assumere la forma di supervisione del ritorno delle persone respinte o di assistenza logistica.

La Commissione europea sta inoltre pianificando misure per intensificare i rimpatri nei paesi di origine e per incoraggiare l'immigrazione "legale" di lavoratori altamente qualificati.

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"C'è un grande squilibrio tra ciò che è e ciò che 'dovrebbe essere' la distribuzione dei richiedenti asilo."

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Etienne Piguet, professore di geografia all'Università di Neuchâtel, deplora il fatto che per arrivare al progetto di riforma europeo si sia dovuto attendere che le condizioni di accoglienza nelle isole greche diventassero "intollerabili".

In una conversazione telefonica con SWI swissinfo.ch, ci ricorda che il problema è di vecchia data. "La questione della distribuzione dei richiedenti asilo su scala europea era già presente nella prima versione della Convenzione di Dublino nel 1990, ed è stata sollevata ripetutamente in ogni tentativo di far progredire la politica europea in questo settore".

Con il suo team, lo specialista dei flussi e delle politiche migratorie si è posto l'obiettivo di tracciare una mappa di quella che sarebbe una distribuzione "equa" dei profughi a livello europeo, da un punto di vista puramente quantitativo. Lo strumento, sostenuto dal 2018 dal polo di ricerca sulla migrazione (NCCR on the move), è una versione interattiva e aggiornata di uno studio pubblicato inizialmente nel 2014.

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L'interfaccia confronta il numero di richiedenti asilo accolti dal 2008 da ciascun paese (semicerchi rossi) con il numero che sarebbe "equo" (semicerchi grigi), tenendo conto di diversi parametri. Tuttavia, è nella scelta di questi criteri che risiede gran parte della posta in gioco politica.

La popolazione è il criterio più comune per determinare il numero di richiedenti asilo da accogliere ed è quello che regola la distribuzione dei profughi tra i cantoni svizzeri (vedi riquadro alla fine dell'articolo).

Damien Cottier, consigliere nazionale liberal-radicale, ha dichiarato per esempio lo scorso 14 settembre in una trasmissione della televisione pubblica svizzera RTS: "La Svizzera è uno dei paesi con il più alto (...) numero di profughi ospitati per abitante". Il parlamentare ha ragione, stando all'analisi di Piguet.

La carta mostra che la Svizzera ha accolto 14'200 richiedenti l'asilo, mentre, considerando solo la sua popolazione (circa l'1,8% di quella dell'UE e dell'AELS nel suo insieme), avrebbe potuto accoglierne solo 11'800.

In base al criterio demografico, la Grecia è il paese con la maggiore eccedenza di richiedenti asilo, seguita da Svezia, Germania, Belgio, Francia e Spagna. D'altra parte, oltre ai paesi dell'Est, anche Portogallo, Norvegia, Danimarca e Regno Unito hanno accolto molto meno profughi di quanto fossero in grado di fare.

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"La Svizzera fa quello che serve per non sfigurare, ma non di più."

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Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che per un'equa ripartizione andrebbero considerati anche altri criteri, come la ricchezza dei paesi, lo stato dei loro mercati del lavoro o la loro superficie.

Prendiamo la Svizzera come esempio. Se si decide che il parametro predominante non è più la demografia ma la ricchezza, allora sul territorio svizzero avrebbero dovuto essere accolti più di 27'000 richiedenti asilo. E prendendo come unico parametro il suo bassissimo tasso di disoccupazione, la Svizzera avrebbe "dovuto" accogliere l'anno scorso quasi 30'000 migranti.

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Naturalmente, questo ragionamento è puramente teorico e spinto all'estremo. L'istituto di geografia dell'Università di Neuchâtel, dal canto suo, prende come riferimento uno studio della Fondazione Mercator, che suggerisce di dare il 40% di peso al PIL e alla popolazione, e il 10% alla disoccupazione e alla superficie. Secondo questa ponderazione, nel 2019 la Svizzera avrebbe dovuto accogliere 5'000 domande in più.

Dal 2008, possiamo notare che alcuni paesi sono stati cronicamente aperti o chiusi, mentre altri si sono alternati. È il caso della Svizzera, che sembra essere piuttosto in una fase di chiusura dal 2015.

"La Svizzera sta facendo ciò che deve fare per non sfigurare, ma non di più", dice Etienne Piguet. "È molto attenta a non essere considerata uno dei paesi chiusi d'Europa, ma non è affatto un paese particolarmente proattivo. C'è un contrasto tra la sua tradizione umanitaria (...) e la sua azione politica, che consiste solo nel fare la propria parte".

Quali criteri devono essere presi in considerazione? Una questione politica

Tenere conto di tutti questi parametri, o di altri, o mantenerne uno solo: tutto questo deve essere oggetto di negoziati politici. "La nostra ambizione", dice Etienne Piguet, "non è quella di proporre una distribuzione che sia equa, ma di dare le informazioni di base". Lo specialista è convinto che questi dati possano stimolare la riflessione sulla definizione di una chiave di distribuzione.

A suo avviso, è in ogni caso fondamentale che vengano adottati criteri oggettivi per la gestione della migrazione. Da un lato, per evitare che alcuni paesi si sottraggano ai loro obblighi e, dall'altro, per favorire il sostegno dell'opinione pubblica.

Per questo motivo ha accolto il nuovo Patto europeo sulle migrazioni in modo "cauto" e "piuttosto positivo". Il progetto è stato fortemente criticato, in particolare dalle ONG, che accusano l'UE di essersi piegata alla volontà dei governi anti-immigrazione, permettendo loro di non accogliere i profughi.

"È difficile sperare in qualcosa di più soddisfacente del patto migratorio proposto dall'UE."

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"Credo che non si possa sperare in qualcosa di più soddisfacente di quanto proposto", commenta pragmaticamente il professore. "Dobbiamo offrire vie d'uscita ai paesi [poco disposti ad accogliere i richiedenti asilo] in modo che non facciano un'opposizione assoluta che inficerebbe l'intero progetto".

L'8 ottobre si è svolto un primo ciclo di colloqui tra i ministri degli interni europei e sono subito venute a galla le difficoltà a cui saranno confrontati i negoziati.

I paesi dell'Europa orientale più riluttanti hanno già indicato che si opporranno al trasferimento forzato dei profughi sul loro territorio. Il commissario UE per gli affari interni Ylva Johansson ha dichiarato di non aspettarsi che l'accordo sia "finalizzato" prima della prima metà del 2021.

La Svizzera plaude all'"approccio globale"

"La Svizzera accoglie con favore l'approccio globale del nuovo pacchetto per affrontare le sfide nel settore della migrazione", ha dichiarato la consigliera federale Karin Keller-Sutter, che l'8 ottobre ha partecipato alla videoconferenza dei ministri dell'interno europei.

La Svizzera sta ora esaminando le proposte di adeguamento legislativo, in particolare per analizzare quali aspetti rientrano nel campo di applicazione degli accordi di Schengen e Dublino, precisa il comunicato del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP).

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Un modello di distribuzione "alla svizzera" a livello europeo?

Così come si presenta, il nuovo patto europeo sulle migrazioni prevede un modello di ripartizione che ricorda quello in vigore in Svizzera, analizza Etienne Piguet. Vale a dire un modello in due fasi, con una prima valutazione delle ragioni d'asilo all'arrivo - in Svizzera questo "pre-screening" viene effettuato dai centri federali - e poi una distribuzione ai cantoni in proporzione alla loro popolazione. La Germania procede in modo analogo per la distribuzione nei diversi Länder.

Il patto europeo prevede una sorta di riproduzione di questa logica su scala più ampia, con una distribuzione delle persone tra i paesi ospitanti.

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