"Che senso ha la Ginevra internazionale se ci limitiamo a fare i postini?"

Il 7 settembre il ministro degli esteri svizzero Ignazio Cassis ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rouhani a Teheran. Keystone / President Office Handout

Thomas Minder, membro del Consiglio degli Stati (camera dei cantoni), ha accompagnato una delegazione svizzera in Iran in qualità di membro della Commissione di politica estera. È convinto che il ruolo di mediatore della Svizzera nella regione possa essere ampliato.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 settembre 2020 - 17:00

swissinfo.ch: Lei è tornato dall'Iran, dove ha accompagnato il ministro degli esteri svizzero. Qual è il suo bilancio?

Thomas Minder: La situazione è tesa, ma la Svizzera è predestinata a mediare. Può farlo. Forse non direttamente a livello di capo di Stato, ma con il numero 2 o 3, il ministro dell'economia, per esempio.

Spesso ci si dimentica che il contesto è più ampio del conflitto tra gli Stati Uniti e l'Iran. L'Iran non ha relazioni neppure con l'Arabia Saudita. I due paesi stanno combattendo una guerra per procura nello Yemen. Anche in questo caso abbiamo dei mandati di protezione. La Svizzera neutrale è fiduciosa di poter mediare in questo conflitto.

Ci sono stati progressi in questi dossier?

Dialoghiamo, segnaliamo la nostra disponibilità, ma ci vorrebbe un po' più di coraggio per portare l'Iran e gli Stati Uniti al tavolo. Occorre essere più proattivi.

Finora la Svizzera non ha cercato di svolgere il ruolo di mediatore attivo tra gli Stati Uniti e l'Iran. Ha agito solo come portalettere.

Il ruolo dell'ambasciata svizzera a Teheran può tuttavia essere ampliato. Siamo molto apprezzati dal popolo e dai politici iraniani. Rappresentiamo gli interessi degli Stati Uniti sul campo e manteniamo buone relazioni con gli Stati Uniti. Dobbiamo prendere le cose in mano. Che senso ha avere la Ginevra internazionale se ci limitiamo a fare i postini?

Thomas Minder (2° da sinistra) con il ministro degli esteri Cassis (destra) presso l'ambasciata svizzera a Teheran. EDA Mediendienst

È una questione complicata, non si tratta solo di politica.

Naturalmente possiamo parlare con l'Iran di diritti umani per 100 anni. Sì, è assolutamente folle quello che sta succedendo lì. Ma non possiamo andare avanti così, soprattutto non nell'era Trump, con sanzioni più severe e punizioni brutali per le violazioni.

Dove vede delle opportunità?

La Svizzera ha già due canali aperti. Siamo autorizzati ad esportare prodotti medici e, nel settore alimentare, alimenti per bambini. Forse possiamo riuscire ad aprire un terzo canale, a piccoli passi. Non sto parlando di revocare le sanzioni o di libero scambio. Ma l'economia è certamente la strada giusta. A lungo termine, per la Svizzera non basterà avere una road map per l'Iran.

Quindi la Svizzera ha una tabella di marcia? Che aspetto ha?

Ci sono dodici punti, e ci si muove di pochi millimetri alla volta.

Per esempio?

La Svizzera non ha una strategia lungimirante rispetto alle relazioni tra Iran e Arabia Saudita. Era vicina a rappresentare gli interessi dell'Arabia Saudita in una città e quella degli Stati Uniti in un'altra.

Qual è il problema?

Ci vuole maggiore volontà. Il ministro degli esteri Cassis sembra averla. Come rappresentante del suo partito è vicino all'economia. È probabile che in Iran si concentri ancora di più sull'economia. La politica umanitaria seguirà. A mio parere, i predecessori di Cassis erano troppo passivi o troppo fissati sui diritti umani. Perché è chiaro che le persone si siedono a un tavolo solo quando possono negoziare su questioni economiche.

A proposito, come vanno le cose per l'economia svizzera in Iran?

Mantiene le posizioni. Un rappresentante di un'azienda svizzera quotata in borsa mi ha detto: "Siamo qui, ma non stiamo facendo nulla".

"Abbiamo visto le barrette Kitkat e Nespresso di Nestlé. Il caffè non è un bene umanitario, ma trova il modo di arrivare nel paese."

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È tutto fermo? Le sanzioni statunitensi stanno funzionando?

No. Il paese funziona, gli scaffali sono pieni, i bazar pure. Non c'è bisogno di fingere che queste sanzioni stiano funzionando. C'è un'economia parallela. Abbiamo usato Mercedes nuove, siamo passati davanti a un negozio Samsung e a un negozio Lego. La leadership iraniana, compreso Khamenei, utilizza apparecchiature della Apple.

Abbiamo visto le barrette Kitkat e Nespresso di Nestlé. Il caffè non è un bene umanitario, ma trova il modo di arrivare nel paese.  Questo è un problema: non è nell'interesse di Nestlé che i suoi prodotti finiscano sul mercato grigio. Eppure nessuna azienda svizzera rispettabile avrà il coraggio di fare affari in Iran finché sarà illegale. Gli Stati Uniti puniscono severamente le violazioni.

Ha trascorso tre giorni in hotel di lusso e limousine: pensa che la sua visione dell'economia iraniana sia completa?

Ho parlato con la gente. Naturalmente soffrono di un'inflazione incredibile. Le importazioni parallele rendono la merce costosa. Il mercato nero non lascia alcuna base imponibile.

Eppure sono convinto che solo eliminando le dannate sanzioni si può dialogare su diritti umani e Stato di diritto.

Ci sono però molte voci critiche nei confronti del commercio e del dialogo con l'Iran. Dicono: prima i diritti umani, poi il resto.

Quindi aspettiamo altri 100 anni. C'è già una forte opposizione nel paese, disordini, manifestazioni davanti al palazzo del Parlamento, attentati dinamitardi. Una popolazione in subbuglio non può essere ignorata. E noi svizzeri non siamo muti. Parliamo di molte cose. Sulla pena di morte per i minori, ad esempio, abbiamo ottenuto dei progressi. Ma è un processo lungo.

Qual è la sua impressione della diplomazia svizzera e del nostro ministro degli esteri?

Buona. È plurilingue e a volte usa anche il farsi, eccellente. Ma sono diplomatici. Io sono un imprenditore. Penso che quando sei in un paese come questo da quattro giorni, godi di una così buona reputazione e hai tanti incontri di alto livello dovresti finire per sederti allo stesso tavolo e firmare una dichiarazione d'intenti con una penna a sfera svizzera, come minimo.

Da cosa ha capito che la Svizzera gode di una reputazione così buona?

Lo si può percepire e sentire ovunque. Un esempio: abbiamo incontrato i parlamentari iraniani. Hanno appena fondato un gruppo parlamentare Iran-Svizzera. In Iran questo porta voti.

Il parlamento iraniano non ha necessariamente una legittimità democratica.

Per niente. I candidati eletti sono selezionati dal Consiglio dei Guardiani. Anche questo potrebbe essere affrontato, ma come detto, per me non è il punto cruciale. Non c'è bisogno di parlare subito di democrazia. È possibile avviare un dialogo anche su temi meno eclatanti, ad esempio su questioni relative all'acqua o alla selvicoltura.

Ci sono progetti in questo settore?

Ne ho parlato con ricercatori, parlamentari e con il ministro degli esteri. L'Iran ha grossi problemi a causa dell'aumento della siccità. Le sue foreste stanno morendo. Noi abbiamo tanto know-how sul bostrico e sulla selvicoltura. Abbiamo già fatto degli esperimenti con i nostri castagni ticinesi in Etiopia. È un albero che resiste molto bene alla siccità.

I castagni ticinesi?

Con il ministro degli esteri ticinese Ignazio Cassis? Sì.

Seriamente: il ministro degli esteri iraniano è d'accordo con me, vuole aprire questo dossier.

Il ministro degli esteri Cassis visita l'Iran

Il ministro degli esteri svizzero Ignazio Cassis ha visitato l'Iran con una delegazione dal 5 al 7 settembre 2020. La visita ufficiale si è svolta nell'ambito delle celebrazioni per i100 anni di presenza diplomatica svizzera in Iran.

Le discussioni si sono incentrate sulle relazioni bilaterali della Svizzera e sui suoi mandati di protezione. Dal 1980 la Svizzera rappresenta in qualità di potenza protettrice gli interessi degli USA in Iran. Nel 2017 ha assunto altri due mandati di questo tipo: per l’Iran in Arabia Saudita e per l’Arabia Saudita in Iran. Dal 2019 rappresenta l’Iran anche in Canada.

Fonte: DFAE

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