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«Un segnale chiaro» Legge più severa sulle mutilazioni genitali femminili

Il primo luglio entra in vigore una revisione del Codice penale svizzero relativa alle mutilazioni genitali femminili. La revisione vuole impedire alle famiglie residenti nella Confederazione di far circoncidere le figlie in Svizzera o all’estero.

«Grazie alle nuove misure penali, la mutilazione degli organi genitali femminili può essere perseguita e sanzionata da un giudice svizzero, anche nei casi in cui il reato sia avvenuto all’estero e non sia punibile in base alla legislazione di quel paese», spiega Andrea Candrian, dell’Ufficio federale di giustizia.

Con le nuove norme penali, ogni persona responsabile di un atto di mutilazione genitale può essere perseguita e sanzionata. «Inoltre, anche persone che hanno assistito al reato o che vi hanno contribuito in qualche modo possono essere perseguite. Per esempio, se la famiglia di una ragazza ha organizzato la mutilazione, possono essere perseguiti tutti i familiari coinvolti e non solo la persona che ha eseguito la mutilazione», precisa Candrian.

L’obiettivo della revisione legislativa non è tanto quello di portare in tribunale casi di mutilazione avvenuti all’estero, quanto piuttosto di costituire un deterrente per evitare che le famiglie obblighino le figlie a sottoporsi a una pratica dolorosa e debilitante.

Il grado di mutilazione (vedi scheda a destra), insieme alle circostanze personali degli imputati, determinano la severità della pena, che può arrivare fino a dieci anni di detenzione e comprendere pesanti ammende.

Già nel 2008 un tribunale zurighese aveva condannato una coppia di somali per aver causato ferite corporali alla figlia. Si è trattato del primo caso di mutilazione genitale giudicato da un tribunale elvetico. La mutilazione è avvenuta nell’abitazione della famiglia nel canton Zurigo, quando la figlia aveva due anni. L’accusa riteneva che la mutilazione fosse stata compiuta da una levatrice somala, ma non è stata in grado di provarlo.

Segnale inconfondibile

«Il nuovo articolo è un segnale chiaro e inconfondibile che la Svizzera non tollera questa forma di violazione dei diritti umani. La mutilazione genitale femminile è una violazione dei diritti umani e una grave violazione dei diritti dell’infanzia, in particolare del diritto all’integrità fisica», afferma Katrin Piazza, portavoce del comitato svizzero dell’Unicef.

Nel 2010, Unicef Svizzera ha raccolto circa 20'000 firme per una petizione che chiedeva misure più severe contro le mutilazioni genitali femminili. L’anno successivo il parlamento elvetico ha incaricato il governo federale di rivedere in tal senso il codice penale.

L’Unicef stima che 7000 donne e ragazze residenti in Svizzera siano state vittime di una mutilazione genitale o corrano il rischio di esserlo in un prossimo futuro. I dati si basano su un’inchiesta compiuta nel 2001 e nel 2004. I risultati di una nuova inchiesta saranno pubblicati nell’autunno di quest’anno.

«È difficile raccogliere i dati e molte vittime non osano parlare delle loro mutilazioni e delle loro sofferenze attuali. Per ottenere dati per la nuova inchiesta, Unicef Svizzera collabora con ginecologi, levatrici e assistenti sociali e, se possibile, con membri delle comunità interessate dal fenomeno», dice Piazza.

Secondo l’Unicef, il numero attuale di donne vittime di mutilazione potrebbe essere superiore a quello del passato, a causa dell’aumento di immigrati provenienti da paesi come l’Eritrea, dove la pratica della mutilazione genitale è molto diffusa.

La Svizzera non è l’unico paese ad adottare misure legislative contro la mutilazione genitale. «La Svizzera fa parte di un gruppo di paesi, come la Svezia e la Gran Bretagna, che hanno introdotto norme specifiche contro la mutilazione. Altri stati, come la Francia o la Germania, si basano invece su misure legislative generali già esistenti per combattere il fenomeno», dice Andrea Candrian.

 

Legge insufficiente

Tuttavia, la legislazione penale non è l’unico strumento per lottare contro queste pratiche, precisa Candrian. «Campagne di informazione e misure di prevenzione tra i migranti possono essere anche più efficaci», afferma.

Katrin Piazza concorda: «La legge da sola è insufficiente. C’è sempre il rischio che le pratiche di mutilazione genitale avvengano nella clandestinità. Se un’intera comunità sostiene una pratica dannosa, è quasi impossibile per un individuo opporvisi – anche se lui o lei sono consapevoli dei rischi».

Importante, secondo la portavoce dell’Unicef Svizera, è creare alleanze all’interno delle comunità di migranti e tra medici, attivisti per i diritti umani, organizzazioni giovanili e femminili, insegnanti e leader religiosi, coinvolgendo non da ultimo i bambini stessi, che secondo Piazza sono un fattore decisivo di cambiamento.

 

Superiorità culturale?

Qualcuno però si chiede se tutto il clamore attorno alle mutilazioni genitali in Svizzera non sia solo l’effetto di un crescente attivismo.

«Ho parlato con i rappresentanti e interpreti di paesi in cui la mutilazione genitale femminile è comunemente praticata. Ho chiesto loro se avessero mai sentito parlare di mutilazioni in Svizzera e tutti hanno detto di no», fa notare Abdul Abdurahman, assistente sociale nel canton Argovia e membro del direttivo di Second@s Plus, un’organizzazione che difende gli interessi degli stranieri di seconda e terza generazione.

Originario dell’Etiopia, Abdurahman visita regolarmente il suo paese natale. La mutilazione genitale femminile è illegale anche lì, anche se è ancora praticata fra le popolazioni nomadi. In Svizzera Abdurahman lavora con famiglie somale ed eritree. «Ho parlato con loro della tradizione di mutilare gli organi genitali delle ragazze e mi hanno detto che non farebbero mai subire alle figlie quello che loro stessi hanno subito», dice a swissinfo.ch.

Il suo sospetto è che l’attuale attivismo sul tema rispecchi in qualche modo un sentimento di «superiorità culturale» e riprenda la «vecchia tradizione bianca di dire ai neri come devono vivere». «Credo che le persone che vengono qui siano contente di lasciarsi queste vecchie pratiche culturali alle spalle. Sia che si tratti di profughi politici o migranti per motivi economici, sono venuti qui per avere una vita migliore», afferma.

Abdurahman ha discusso anche con numerosi uomini delle mutilazioni genitali. «Ho chiesto loro se volessero una donna circoncisa oppure no. Hanno risposto: ‘No, è meglio per la vita sessuale nella coppia’. Non vogliono una donna che soffra».

mutilazione genitale femminile

La mutilazione genitale femminile comprende tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali femminili esterni per ragioni non mediche.

La pratica è diffusa soprattutto nell’Africa occidentale, orientale e nord-orientale, in alcuni paesi asiatici e in Medio Oriente e tra i migranti provenienti da queste aree. Chi sostiene le mutilazioni cita ragioni culturali, religiose e sociali.

Le mutilazioni genitali femminili si suddividono in quattro categorie principali:

- Clitoridectomia: rimozione parziale o totale del clitoride o, più raramente, del prepuzio clitorideo.

- Escissione: rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza escissione delle grandi labbra.

- Infibulazione (o circoncisione faraonica): restringimento dell’apertura vaginale attraverso la creazione di un copertura formata dal taglio e riposizionamento delle piccole o grandi labbra, con o senza asportazione del clitoride.

- Altri: tutti gli interventi dannosi sugli organi genitali femminili senza ragioni mediche, quali la punzonatura, la perforazione, l’incisione, la raschiatura e la cauterizzazione dell’area genitale.

Queste pratiche possono condurre a complicazioni anche gravi, quali dolori persistenti, choc, emorragie, infezioni, ritenzione dell’urina, dolore durante i rapporti sessuali, infecondità e rischio accresciuto di complicazioni durante il parto e di morte prematura dei nascituri.

(Fonte: Organizzazione mondiale della sanità)

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Traduzione dall’inglese: Andrea Tognina, swissinfo.ch


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