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A Parigi, Calmy-Rey celebra una Svizzera «esemplare»

Micheline Calmy-Rey a Parigi, l'occasione per mostrare il volto di un'altra Svizzera

Micheline Calmy-Rey a Parigi, l'occasione per mostrare il volto di un'altra Svizzera

(Keystone)

Il primo Forum internazionale sul recupero dei fondi illeciti ha fornito l'occasione alla Svizzera di condividere le sue ricche esperienze in materia. Per le organizzazioni non governative si tratta di una «semplice operazione di comunicazione».

In occasione della conferenza organizzata martedì e mercoledì presso la sede parigina della Banca mondiale, Micheline Calmy-Rey ha potuto sciorinare i risultati raggiunti dalla Confederazione per quanto concerne la restituzione degli averi di provenienza illecita dei cosiddetti potentati. «Nel corso degli ultimi 15 anni, la Svizzera ha riconsegnato 1,7 miliardi di franchi alle popolazioni dei paesi vittime di questi abusi, ha affermato la consigliera federale. Grazie all'esperienza acquisita e all'importanza della somma, la Svizzera può essere considerata come il paese leader in materia di restituzione dei fondi illeciti».

Compiaciuta di poter fare indossare per una volta alla Svizzera i panni del modello in materia di etica giuridica e finanziaria, la responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha sottolineato questo aspetto a più riprese. «La Svizzera è esemplare. Su un totale di 5 miliardi di dollari restituiti a livello mondiale, un terzo è stato riconsegnato dalla Svizzera». E ancora: «La Svizzera, settima piazza finanziaria mondiale, ma è nel contempo prima in termini di restituzione di fondi».

Comunicazione

Dal punto di vista della comunicazione, questo primo Forum internazionale sul recupero dei beni e sullo sviluppo, organizzato congiuntamente dalla Svizzera, dalla Banca Mondiale e dall'ONU, è stato sicuramente un successo.

Davanti ai giornalisti accorsi alla conferenza stampa in programma dopo l'apertura della conferenza, Micheline Calmy-Rey ha elencato le decine di milioni di dollari che parecchi dittatori o persone del loro clan – Marcos (Filippine), Abacha (Nigeria), Salinas (Messico), Montesinos (Perù) – pensavano di aver messo al sicuro in Svizzera. Beni che però sono stati confiscati e, dopo una lunga procedura giudiziaria, restituiti al loro paese d'origine.

«Ma quanto rappresentano 1,7 miliardi se paragonati ai fondi depositati in Svizzera dai capi di Stato africani?», ha chiesto timidamente una giornalista africana. Senza ottenere una risposta precisa, poiché il valore dei depositi gestiti in Svizzera è inestimabile. Una cosa è però sicura, ha osservato Ngozi Okonjo-Iweala, direttrice generale della Banca mondiale: «Gli averi restituiti costituiscono un'infima proporzione di quanto è stato depredato».

Voci critiche

In Svizzera, questa presunta «esemplarità» della Confederazione non è condivisa da tutti. Diverse organizzazioni non governative elvetiche, tra cui la Dichiarazione di Berna, hanno definito il forum «una semplice operazione di comunicazione».

«È vero che se paragonate alle cifre internazionali, le somme restituite dalla Svizzera non sono trascurabili. Tuttavia non vi è ragione di pavoneggiarsi: le autorità federali sottolineano volentieri di essere all'avanguardia in questo ambito, ma sottacciono il fatto che la piazza finanziaria svizzera continua a trarre profitto dall'evasione fiscale nei paesi del sud», sottolinea Mark Herkenrath, esperto di politica finanziaria presso Alliance Sud.

Venuto a Parigi per seguire i dibattiti, Yvan Maillard, di Sacrificio Quaresimale, deplora che le ONG non siano state invitate ad esprimersi. «Le organizzazioni attive nell'aiuto allo sviluppo hanno potuto acquisire un'esperienza interessante per quanto concerne la restituzione di questi fondi. Avrebbero potuto presentare la loro testimonianza». Yvan Maillard critica in particolare le modalità della restituzione: «In Nigeria, uno studio ha mostrato che la metà dei fondi riconsegnati, in seguito sono stati di nuovo sottratti, in mancanza di un monitoring».

Sforzi iniziati nel 1986

Una cifra, quest'ultima, che Valentin Zellweger, responsabile della divisione Diritto internazionale pubblico del DFAE, refuta. «Ho sentito voci in merito a queste sottrazioni, ma mai di una simile ampiezza. Bisogna pure precisare che lo Stato che riconsegna i fondi non può sempre controllare come vengono utilizzati». La nuova legge sulla restituzione di averi di provenienza illecita, che sarà presto discussa in parlamento, fissa le linee direttrici per la riconsegna dei fondi, segnatamente tramite programmi di aiuto allo sviluppo.

Zellweger precisa inoltre che il Forum non è stato una semplice operazione di marketing per ridorare il blasone della Svizzera, sbiadito dopo gli attacchi contro il segreto bancario. «Il nostro paese ha iniziato ad impegnarsi per la restituzione degli averi di provenienza illecita nel 1986, ben prima dello scoppio della 'crisi' del segreto bancario», sottolinea.

Certo, la Svizzera avrebbe potuto far meglio e di più. Nei casi Duvalier (Haiti) e Mobutu (Repubblica democratica del Congo), la Confederazione non ha potuto o non ha saputo restituire i fondi, in mancanza di un accordo giuridico con il paese spogliato. Ma perlomeno è stato tentato qualcosa, sottolinea l'amministrazione federale. Non si può dire la stessa cosa, ad esempio, della Francia, paese dove sono custoditi parte degli averi dei due ex dittatori e che ha fatto poco o nulla per restituirli.

Questo Forum ha anche permesso di fare il punto della situazione sul lavoro portato avanti da due anni dalla Banca mondiale, attraverso l'Iniziativa StAR (Stolen Asset Recovery). «Ventidue paesi ci hanno già contattati, segnatamente per una richiesta di assistenza giudiziaria, osserva Ngozi Okonjo-Iweala. Vi è stato qualche fallimento, ma anche diversi successi, in particolare posso menzionare i casi di Maldive, Guatemala e Paraguay».

Mathieu van Berchem, Parigi, swissinfo.ch
(traduzione di Daniele Mariani)

Fondi «celebri» in Svizzera

Marcos (1986 – 2003): 684 milioni di dollari restituiti alle Filippine.

Abacha (1999-2005): 700 milioni di dollari restituiti alla Nigeria.

Montesinos (2002-2006): 92 milioni di dollari restituiti al Perù.

Angolagate (2000-2005): 21 milioni di dollari restituiti all'Angola.

Kazakistan (1999-2007): 84 milioni di dollari (60 milioni sono tuttora bloccati).

Salinas (1996-2008): 74 milioni di dollari restituiti al Messico.

Mobutu, Congo (1997-2009): 6.7 millioni di dollari restituiti agli eredi del dittatore.

Duvalier, Haiti (1986-2010): 5,7 milioni di dollari tuttora bloccati.

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I cinque pilastri della lotta

Prevenzione: la lotta alla corruzione negli Stati con i quali la Svizzera collabora è una delle priorità della politica estera e di sviluppo elvetica.

Identificazione: le regole contro il riciclaggio di denaro impongono alle banche svizzera e a chiunque eroghi prestazioni finanziarie di identificare la controparte e l'avente economicamente diritto.

Notifica e blocco: le banche e altri intermediari finanziari sono tenuti a notificare all’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro sporco (MROS) ogni transazione sospetta e a bloccare immediatamente il conto. Il segreto bancario svizzero non protegge dalle procedure penali né a livello nazionale né a livello internazionale

Assistenza giudiziaria: la Svizzera fornisce allo Stato richiedente informazioni su conti sospetti che potrebbero essere impiegati quali prove in una procedura penale e giudiziaria.

Restituzione: In collaborazione con gli Stati interessati, la Svizzera cerca il modo di restituire il patrimonio ai legittimi proprietari, facendo attenzione che dopo la restituzione non venga inserito di nuovo in flussi finanziari di origine delittuosa. Se la provenienza del denaro è palesemente delittuosa, la Svizzera ha addirittura la possibilità di restituirlo anche in assenza di una decisione di confisca cresciuta in giudicato da parte dello Stato in questione (caso Abacha).

(fonte: DFAE)

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