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Comitato ONU contro la tortura: la Svizzera si spiega

La Svizzera ha risposto lunedì alle critiche del comitato dell’ONU contro la tortura, che la accusa di aver violato i diritti umani in merito al rimpatrio degli stranieri, il disbrigo delle domande d'asilo, le violenze della polizia e la situazione nelle prigioni.

Il capo della delegazione elvetica, il vicedirettore dell'Ufficio federale di giustizia (UFG) Bernardo Stadelmann ha ribadito la volontà della Svizzera di praticare la «tolleranza zero verso qualsiasi atto di maltrattamento e di tortura».

Al termine dei dibattiti, i rappresentanti dell'ONU hanno salutato i chiarimenti forniti da Berna, «in grado di placare le loro preoccupazioni», ma hanno mantenuto parte delle critiche. In particolare, si sono detti preoccupati per le procedure di rimpatrio coatto dei richiedenti l'asilo e hanno evocato a più riprese la vicenda del nigeriano morto il 17 marzo all'aeroporto di Zurigo durante un'operazione di espulsione.

Alcuni esperti hanno inoltre criticato l’iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (Udc) sull’espulsione dei criminali stranieri. «Bisogna vegliare affinché i principi del diritto internazionale e della Costituzione svizzera siano rispettati, quando l’iniziativa sarà esaminata dal Parlamento», ha dichiarato il responsabile del comitato, Abdoulaye Gaye.

In virtù della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata da Berna nel dicembre 1986 ed entrata in vigore nel 1987, ogni paese deve presentare al Comitato a intervalli regolari un rapporto sull'applicazione del trattato.

swissinfo.ch e agenzie


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