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Cristiani di Mosul Le chiese chiedono un'«azione immediata» in Iraq

I cristiani e le altre minoranze in Iraq sono vittime di persecuzioni da parte dei djihadisti sunniti.


(Reuters)

Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) ritiene impossibile il dialogo con gli estremisti islamici in Iraq, che hanno spinto un milione di iracheni (tra cui molti cristiani) a lasciare le proprie case. Tuttavia è scettico su un intervento militare. 

Peter Prove, rappresentante del Consiglio ecumenico delle chieseLink esterno con sede a Ginevra afferma che per aiutare i cristiani e le altre minoranze irachene minacciate dagli estremisti sunniti dello Stato islamico (IS, in precedenza ISIS) è necessaria un’azione immediata. 

La comunità cristiana di Mosul è una delle più antiche del paese. Ma dal 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein, il loro numero è diminuito costantemente. Le stime vanno da 30'000 a poche migliaia di cristiani residenti in città prima dell’arrivo degli estremisti all’inizio di giugno. Ora si pensa che solo poche famiglie cristiane rimangano a Mosul. 

Consiglio ecumenico delle chiese 

Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) con sede a Ginevra è stato fondato nel 1948. Il suo scopo è la ricerca di un’unità tra le varie confessioni cristiane. 

Al CEC aderiscono 345 differenti chiese, in rappresentanza di 500 milioni di cristiani nel mondo. 

La Chiesa cattolica romana non è membro del CEC, ma partecipa alle sue riunioni come osservatore e fa parte a pieno titolo della commissione «Fede e costituzione».

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swissinfo.ch: Quali sono le vostre informazioni su quel che sta accadendo nelle regioni colpite? 

Peter Prove: Abbiamo ricevuto vari rapporti da alcuni dei principali leader ecclesiastici su quanto è accaduto a Mosul e in altre aree delle regioni interessate dalle azioni militari dello Stato islamico. 

Abbiamo ricevuto per esempio fotografie e testimonianze sulle case dei cristiani, degli sciiti e di altre minoranze marcate dagli etremisti e sulle minacce espresse contro tutte le minoranze e in particolare contro i cristiani per spingerli a convertirsi all’Islam, pena l’obbligo di pagare una tassa speciale, abbandonare il paese con solo i propri vestiti addosso o l’esecuzione e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato islamico. 

Il risultato è che pressappoco l’intera popolazione cristiana di Mosul è stata costretta a fuggire. Ora sono profughi interni, in buona parte nella regione del Kurdistan, e questo naturalmente è accaduto anche con le altre minoranze. Stiamo assistendo a una trasformazione della struttura sociale dell’Iraq, o almeno delle aree controllate dallo Stato islamico, in base a un’agenda estremista uniforme. Tutte le diversità di queste società vengono attaccate o espulse. 

swissinfo.ch: Cosa ha fatto o sta facendo il CEC per aiutare le vittime e richiamare l’attenzione della comunità internazionale su questa situazione? 

P.P.: Tutti noi nel Consiglio ecumenico delle chiese, ma anche molti altri attori della comunità internazionale, ci sentiamo impotenti di fronte a un’evoluzione così rapida e così radicale… Siamo grati per l’attenzione dei media internazionali sulla questione, ma pensiamo che l’impatto di questa situazione possa essere comunicato meglio e che la sua urgenza debba essere imposta all’attenzione della comunità internazionale per indurla ad agire immediatamente. 

Il Consiglio ecumenico delle chiese è sempre stato dell’opinione che l’intervento militare sia l’ultima e la peggiore delle risposte in una situazione del genere. Il pluralismo e la coesistenza possono fondarsi davvero solo su un processo di dialogo e di cooperazione. 

Aiuto umanitario svizzero 

All’inizio di giugno, la Svizzera ha aumentato di 3,7 milioni di franchi svizzeri (ca. 3 milioni di euro) a 8,6 milioni di franchi i suoi aiuti finanziari ai partner che operano in Iraq. L’aumento è destinato a fornire cibo e generi di prima necessità a profughi interni nel nord dell’Iraq, soprattutto a bambini e famiglie. 

Inoltre tre specialisti del Corpo svizzero di aiuto umanitario sono stati messi a disposizione delle Nazioni unite per gli interventi nell’Iraq settentrionale. In una dichiarazione del 15 agosto, il ministero degli esteri elvetico si è detto «estremamente preoccupato» e ha condannato le gravi violazioni dei diritti umani. Ha fatto appello all’Iraq affinché aumenti i suoi sforzi per ristabilire lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani in tutto il paese. 

Fonte: Dipartimento federale degli affari esteri.

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Se guardiamo alla storia recente degli interventi militari nella regione, vediamo che è stato raggiunto ben poco e che sono state aperte opportunità di azione per gli estremisti. Non abbiamo perciò un atteggiamento favorevole a un’azione militare. Tuttavia in questo caso, con un gruppo come lo Stato islamico, il dialogo appare impossibile. È necessaria un’azione immediata per proteggere le comunità e per frenare l’agenda estremista e le azioni dello Stato islamico nella regione. 

Stiamo ancora riflettendo su come questo possa essere raggiunto e con quali mezzi, anche in collaborazione con i nostri partner nella comunità internazionale e all’interno del sistema delle Nazioni unite. Di certo è necessaria un’azione umanitaria urgente. Sono molto sollevato per i recenti rapporti sulla fuga membri della minoranza Yazidi nei monti Sinjar dall’accerchiamento da parte dell’IS grazie ad alcune azioni militari mirate. 

swissinfo.ch: Il CEC ha scritto una lettera apertaLink esterno alle Nazioni unite sulla situazione in Iraq. Cosa vi aspettate dall’ONU? 

P.P.: Le Nazioni unite rimangono il miglior meccanismo a nostra disposizione per un’azione collettiva in risposta a minacce urgenti a livello internazionale, anche se conosciamo molto bene le difficoltà a compiere delle azioni attraverso questa comunità di nazioni. 

Nell’ambito delle azioni umanitarie è chiaro che le Nazioni unite sono e devono essere lo strumento principale per assicurare i mezzi necessari per raggiungere le comunità colpite e fornire loro i mezzi di sostentamento necessari. E anche a livello politico pensiamo che una situazione come questa richieda una risposta collettiva, che unisca la comunità delle nazioni non su una base settaria, ma in quanto genuino collettivo umano. 

swissinfo.ch: Il CEC promuove il dialogo interreligioso. Quanto siamo lontani da una coesistenza pacifica tra le religioni? Possiamo superare gli ostacoli? 

P.P.: Storicamente il Medio oriente è stato un luogo di pluralismo religioso, sociale ed etnico: comunità con credenze religiose molto diverse, con origini etniche e sociali diverse, hanno creato un ricco tessuto di esperienze e tradizioni umane. Questo tessuto è ora stato distrutto. 

Senza quel pluralismo, le società del Medio oriente sono destinate a diventare molto più deboli, povere e instabili. Siamo consapevoli dei passi e della realtà demografica per cui le comunità sono state separate con la forza, allo scopo di proteggerle o di creare società monolitiche. 

Siamo attenti a ogni appello dei nostri membri costituenti, dei leader delle chiese, in favore della creazione di province cristiane nel Kurdistan, in Iraq. Posso capire la necessità, il desiderio di una simile soluzione, visti gli attacchi e le minacce a cui sono sottoposti. Ma anche questo sarebbe un risultato tragico. Sancirebbe la definitiva distruzione di quel ricco tessuto pluralistico che caratterizzava le società del Medio oriente.


Traduzione di Andrea Tognina, swissinfo.ch

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