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La Turchia e la pena di morte «Non si può votare su tutto»



Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di voler organizzare un referendum sulla pena di morte nel suo paese.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di voler organizzare un referendum sulla pena di morte nel suo paese.

(Reuters)

La Germania non tollererebbe un voto sulla pena di morte, anche se fosse la Turchia ad organizzarlo. La cancelliera tedesca Angela Merkel l’ha detto a chiare lettere. Anche la Svizzera dovrebbe agire allo stesso modo, afferma il deputato Tim Guldimann, che fino al 2015 è stato ambasciatore a Berlino.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di voler organizzare un referendum sulla pena di morte nel suo paese. I cittadini turchi residenti in Germania non potrebbero però partecipare al voto, perché uno scrutinio di questo tipo non sarebbe autorizzato nella Repubblica federale.

La questione solleva interrogativi anche in Svizzera, dove vivono circa 95mila turchi. Deputato socialista al Consiglio nazionale (Camera bassa) ed ex ambasciatore svizzero a Berlino, Tim Guldimann saluta la decisione tedesca.

Tim Guldimann ha ricoperto la carica di ambasciatore svizzero in Germania dal 2010 al 2015.

(Keystone)

swissinfo.ch: Nel suo paese d’adozione, la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato che un eventuale voto turco sulla pena di morte non sarebbe tollerato. Lo trova giusto?

Tim Guldimann: Sì, poiché in base ai principi della Convenzione europea dei diritti umani non si può votare sulla questione. Il Consiglio d’Europa – di cui fanno parte Germania, Svizzera e Turchia – ha stabilito che la pena di morte è vietata. I paesi membri devono dunque attenersi a questi principi. Anche se la Turchia dovesse ritirarsi dal Consiglio d’Europa, non cambierebbe nulla al fatto che una votazione sul tema sarebbe vietata in Germania e in Svizzera.

swissinfo.ch: Angela Merkel si è però espressa ancor prima di sapere se la Turchia organizzerà effettivamente un voto…

T.G.: Ritengo che per principio sia meglio esprimere chiaramente una posizione, prima che venga presentata una domanda.

swissinfo.ch: Malgrado sia ancora un’ipotesi, la questione si pone anche per la Svizzera. Dovrebbe già intervenire?

T.G.: Trovo sbagliato sperare semplicemente che il caso non si presenti. Si tratta di una questione di principio, che non dipende dall’organizzazione effettiva di un referendum.

"Il popolo non può decidere che chi ha gli occhi blu deve pagare il doppio delle imposte"

Fine della citazione

swissinfo.ch: Anche se il caso riguarda un altro paese?

T.G.: Lo Stato di diritto è al di sopra della volontà del popolo, se i due dovessero entrare in conflitto. In Svizzera non si può votare sui diritti umani, poco importa se si tratta di uno scrutinio sull’ordine giuridico elvetico o di uno organizzato da un altro paese sul nostro territorio.

swissinfo.ch: E cosa ne è della neutralità svizzera?

T.G.: Ogni qualvolta non si vuol prendere posizione su questioni di politica estera, si evoca il principio della neutralità. È assolutamente sbagliato. Essere neutrali significa non partecipare a conflitti armati che coinvolgono altri paesi. Per garantire questo principio anche in futuro, la Svizzera segue una politica della neutralità. Essa vieta di aderire alla Nato, indipendentemente dal fatto che questa sia coinvolta in una guerra. La questione della pena di morte non ha nulla a che vedere con la neutralità, ma con i diritti umani, lo Stato di diritto, il diritto internazionale e con il fatto che non si può votare su tutto.

swissinfo.ch: In quanto svizzero, non è un fautore della democrazia diretta?

T.G.: Sono un sostenitore convinto della democrazia diretta e dello Stato di diritto. Non bisogna però fare un uso indebito della volontà popolare per mettere fuori circuito lo Stato di diritto. Concretamente, se dovessimo votare sulla reintroduzione della schiavitù o sul fatto che le persone con gli occhi blu devono pagare il doppio delle imposte, saremmo di fronte a principi di fondo sui quali non spetta alla maggioranza del popolo decidere.

swissinfo.ch: In Svizzera chi decide su quali temi non si può votare?

T.G.: Se qualcuno riuscisse a raccogliere 100mila firme a favore della reintroduzione della pena di morte, spetterebbe al governo decidere se raccomandare al parlamento di invalidare l’iniziativa e vietare così l’organizzazione di un voto popolare.

swissinfo.ch: Lei è un oppositore convinto alla pena di morte. Come ha potuto vivere e lavorare per anni come ambasciatore in Iran, il secondo paese al mondo – dopo la Cina – per numero di esecuzioni capitali?

T.G.: Contrariamente al Consiglio d’Europa, la Convenzione dei diritti umani dell’ONU non vieta la pena di morte. Non è dunque possibile rimproverare all’Iran di applicarla, sulla base di principi universali o degli impegni presi dal paese. E ciò si applica anche a Russia, Cina e Stati Uniti. La Turchia, invece, è membro del Consiglio d’Europa e deve rispettare la Convenzione europea dei diritti umani oppure ritirarsi dall’Europa.

Tra diplomazia e insegnamento

Tim Guldimann nasce nel 1950 a Zurigo. I suoi studi di economia lo conducono poi in Cile, in Messico e a Stoccolma.

Dal 1976 al 1979 lavora all’istituto Max Planck di Starnberg (Germania), codiretto da Jürgen Habermas. Nel 1976 pubblica "I limiti dello Stato assistenziale", poi, nel 1979, il dottorato su "La politica del mercato del lavoro in Svezia", sostenuto all’università di Dortmund.

Tra il 1979 e il 1981 compie vari soggiorni di ricerca a Mosca, Leningrado, Novosibirsk, Londra e New York.

Nel 1982 entra al servizio del Dipartimento degli affari esteri svizzero. Tra il 1991 e il 1995 è responsabile dei negoziati con l’Unione europea sulla ricerca. Inoltre insegna nelle università di Berna, Zurigo e Friburgo.

Tra il 1996 e il 1997 dirige il gruppo di sostegno dell’OSCE in Cecenia e negozia il cessate il fuoco. Nei due anni successivi guida la missione OSCE in Croazia.

Tra il 1999 e il 2004 è ambasciatore svizzero a Teheran. In quanto tale è anche rappresentante degli interessi statunitensi in Iran. Il suo progetto di ristabilire le relazioni diplomatiche tra Stati uniti e Iran però fallisce.

Tra il 2004 e il 2007 insegna in varie università europee. Nel 2007 riprende servizio presso l’OSCE; per un anno dirige la missione in Kosovo, nelle vesti di inviato speciale del segretario generale dell’ONU.

Dal maggio 2010 alla fine di maggio 2015 è ambasciatore svizzero a Berlino.

Nel 2014 il presidente della Confederazione Didier Burkhalter lo ha nominato inviato speciale dell’OSCE in Ucraina.

Il 18 ottobre 2015 è stato eletto al Consiglio nazionale (Camera bassa) per il Partito socialista.

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Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter

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