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Punto di vista Alimenti equi? "Un bluff delle etichette"

Ciò che ci viene servito nel piatto ci deve interessare. Così come ci deve importare ciò che viene iscritto nella Costituzione federale. Per Roger Kölbener, presidente della sezione internazionale del Partito liberale radicale, l'iniziativa per alimenti equi è in ultima analisi soltanto un bluff.

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Ulrike Minkner e Mathias Stalder, Uniterre

Spesso i testi delle iniziative suonano molto bene. Almeno di primo acchito. E non è nemmeno un segreto che i partiti, che spesso vi fanno ricorso, abusino di questo diritto più per scopi pubblicitari che per risolvere problemi reali.

Con l'iniziativa per alimenti equi, i Verdi dimostrano che sanno sfruttare molto bene questo strumento. Eccome: hanno coniato un accattivante termine inglese, fair-food, un marchio di qualità che potremmo piazzare facilmente sugli scaffali dei supermercati delle classi abbienti. Inoltre gli argomenti presentati sanno scuotere l'opinione pubblica. Infatti tutti sono interessati a ciò che viene loro servito nel piatto. E poi nessuno vuole comportarsi in maniera ingiusta. Se si trattasse di un nuovo prodotto ai cereali e non di un nuovo articolo costituzionale, ne acquisterei sicuramente una confezione per provarlo.

Roger Kölbener ha studiato filosofia e relazioni internazionali a Friburgo, Parigi e Bruxelles. È presidente della sezione internazionale del Partito liberale radicale.

(zvg)

Purtroppo però non è possibile provare i testi costituzionali: sono vincolanti sul lungo termine. E ad essere giuridicamente vincolante non è l'etichetta, bensì il contenuto. Nel testo esplicativo dell'iniziativaLink esterno, che sarà determinante per la sua applicazione, i promotori spiegano quali sono i loro obiettivi: sul corto e medio termine, in Svizzera si potranno vendere solo prodotti conformi agli standard della produzione integrata (IP), sul lungo termine solo quelli biologici. Inoltre, stando al testo dell'iniziativa, la Confederazione dovrà emanare delle disposizioni relative all'obbligo di omologazione e dichiarazione delle derrate alimentari.

Le conseguenze di una simile gestione dell'offerta sono importanti e soprattutto ingiuste. Un paniere medio contenente prodotti biologici costa il 48 per cento in più rispetto allo stesso cestino degli acquisti senza alimenti biologici. A pagare sarebbero soprattutto le famiglie e le persone con un basso reddito. Infatti, chi guadagna meno di 5'000 franchi al mese dovrebbe spendere il 20 per cento in più rispetto ad oggi per fare la spesa. I prodotti diventeranno più cari e nel contempo il ventaglio delle offerte sarà meno ampio. A causa delle lunghe procedure doganali e della burocrazia i prodotti stranieri spariranno dagli scaffali dei negozi in Svizzera.

L'iniziativa non è equa nemmeno per i commercianti delle regioni di confine poiché favorirà il turismo degli acquisti. E ad essere penalizzato sarà anche il settore turistico che oltre alla forza del franco verrebbe confrontato con l'elevato prezzo delle derrate alimentari vendute in Svizzera.

L'iniziativa prevede che le norme svizzere vengano imposte anche all'estero, poiché gli alimenti importati devono "in linea di massima" e "almeno" soddisfare gli stessi requisiti. È una richiesta problematica da un punto di vista morale ed economico. I termini "rispetto dell'ambiente" o "rispetto degli animali" suonano bene, ma non ci sono definizioni riconosciute o vincolanti a livello internazionale. Inoltre un divieto d'importazione di carne da allevamenti intensivi non è consentito dalle norme dell'OMC. È infatti permesso valutare i prodotti solo sulla base delle loro caratteristiche fisiche.

La decisione se le derrate devono essere prodotte in maniera ecologica o sociale, e il significato preciso di questi termini, spetta alle persone residenti nei vari Paesi. A loro spetta il diritto di soppesare gli aspetti sociali, ecologici ed economici e di trovare a un compromesso. Negare loro questo diritto è moralmente presuntuoso, per non dire ingiusto.

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L'iniziativa è problematica anche da un punto di vista macroeconomico. La Svizzera sarebbe infatti obbligata a rescindere i trattati e gli accordi di libero scambio attuali se non è più in grado di rispettarli. E non c'è una scappatoia, come ha già indicato il Tribunale federale in occasione dell'applicazione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa.

Non sarebbe possibile nemmeno stipulare nuovi e importanti accordi di libero scambio, come quello con gli Stati sudamericani del Mercosur. La nostra industria di esportazione dipende però proprio da questi trattati e dai relativi mercati, così come migliaia di posti di lavoro e due terzi del benessere raggiunto in Svizzera. Alla fine saremo tutti - ingiustamente - ostaggi di questa iniziativa.

Uno sguardo all'attuale situazione giuridica mostra di quanto i promotori stiano mancando l'obiettivo. Infatti, la legge federale sull'agricoltura prevede già oggi che le derrate importate rispettino gli stessi standard dei prodotti nazionali, a condizione che la Svizzera non debba rispettare dei trattati internazionali. Ed è proprio grazie a questa aggiunta che durante i negoziati è possibile giungere a un compromesso pragmatico, politicamente accettabile da ambedue le parti. Sarebbe un errore enorme abbandonare questa strategia vincente, in un periodo in cui i vari Trump del mondo si muovono nell'ordito globale, basato su trattati volti a salvaguardare la pace e il benessere, come elefanti in un negozio di porcellane.

Alla fine, l'iniziativa per alimenti equi è solo un bluff. Invece di favorire un compromesso tra gli interessi ecologici, sociali ed economici, subordina tutto a un cieco idealismo. E in ultima analisi questa iniziativa non promuove l'equità, bensì l'ingiustizia.


Traduzione dal tedesco di Luca Beti

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