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"Senza il divieto di mendicità potremo concentrarci sull'integrazione"

Con la libera circolazione, alcune persone che vivono in grande precarietà sono arrivate in Svizzera in cerca di lavoro. C'è chi ha chiesto l'elemosina per sopravvivere. Olivier Vogelsang

Il Canton Ginevra ha sospeso il divieto generalizzato di accattonaggio dopo che tale pratica era stata vietata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il dietrofront è stato accolto con grande sollievo dai diretti interessati e dagli operatori sociali che li seguono.

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 febbraio 2021 - 17:00

Lo scorso 19 gennaio la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha pronunciato una sentenzaLink esterno molto attesa: doveva infatti esprimersi sul caso di una donna rom multata e incarcerata per aver chiesto l’elemosina in una via di Ginevra. Il verdetto è stato chiaro: la sanzione è spropositata e ha «leso la dignità umana di una persona estremamente vulnerabile». La Svizzera avrebbe così violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che prevede il rispetto della vita privata e familiare, e pertanto il diritti di rivolgersi a terzi per chiedere aiuto.

In particolare, la CEDU ha condannato il principio di un divieto generale di accattonaggio nel quadro di una disposizione penale, visto che implica una «sanzione grave, automatica e pressoché inevitabile» senza tener conto della situazione concreta della persona e senza «solidi motivi di interesse pubblico».

Il pubblico ministero ginevrino ha reagito prontamenteLink esterno sospendendo il divieto di accattonaggio in attesa che il potere politico decida di abrogare o modificare la legge. D'altra parte, non ci sono ancora state reazioni da parte dei Cantoni Vaud e Basilea, che sul loro territorio applicano lo stesso divieto generale di accattonaggio.

"Questo genere di leggi rafforza le discriminazioni"

Nell’ambito di una tavola rotonda organizzata il 29 gennaio dal Festival internazionale del film indipendente Black MovieLink esterno a Ginevra, due esperti sono intervenuti a proposito della decisione della CEDU e della problematica dell’integrazione delle persone indigenti di etnia rom.

Maya Hertig, vice-decana della Facoltà di diritto dell’Università di Ginevra e vice-presidente della Commissione federale contro il razzismo (CFRLink esterno), ha ricordato che le sentenze della CEDU hanno carattere cogente per la Svizzera, che dovrà quindi adattare il suo diritto interno. "Il verdetto non afferma che non è più possibile regolamentare l’accattonaggio, precisa Maya Hertig, ma penso che non si possa più far valere un divieto assoluto, senza tener conto della situazione delle persone." Secondo lei, le legislazioni devono recepire il diritto superiore e varrebbe la pena riflettere sulla sanzione come pure sul suo carattere penale.

“Questo genere di leggi rafforza le discriminazioni, spiega Maya Hertig, perché chi viene sanzionato finisce dietro le sbarre e la gente ha così l’impressione che si tratti di individui criminali, mentre invece siamo noi ad aver criminalizzato un comportamento innocuo.”

"Dovremmo chiederci perché ci dà così tanto fastidio vedere la povertà."

Maya Hertig

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La posizioneLink esterno del Tribunale federale, che riconosce l’accattonaggio come un diritto fondamentale, ma ritiene che possa comunque essere vietato, irrita profondamente Maya Hertig: “I diritti fondamentali proteggono innanzitutto le minoranze, e affermare che la presenza di mendicanti per le strade non ci piace, non basta a ridurne la portata. Dovremmo chiederci perché ci disturba tanto vedere la povertà”.

“L’accompagnamento sul piano giuridico è una fatica d’Ercole”

La decisione della CEDU ha permesso a Tiberiu Moldovan di tirare un sospiro di sollievo. L’operatore sociale di Caritas Ginevra lavora nel centro di mediazione intercomunitariaLink esterno, specializzato nel sostegno dei rom indigenti. “L’accompagnamento sul piano giuridico è una vera fatica d’Ercole visto che una multa coinvolge diverse istituzioni: la polizia, i tribunali, i servizi di contravvenzione, i servizi di applicazione… Quando potremo concentrarci meglio sull’aspetto dell’integrazione”, afferma.

Dopo l’istituzione di questo centro di mediazione nel 2015 gli operatori sociali hanno un contatto regolare con circa 300 persone. 28 ragazzi hanno potuto essere scolarizzati e una cinquantina di famiglie hanno lasciato la strada. “Si parla molto dei mendicanti perché si espongono e sono visibili nello spazio pubblico”, ribadisce Tiberiu Moldovan, “ma a Ginevra la maggior parte dei rom ha un lavoro e paga le imposte. Abbiamo capi cantiere, operatori sociali, traduttori, addetti ai traslochi, ecc. Alcuni hanno vissuto momenti difficili, ma la gran parte ce l’ha fatta e si è lasciata l’indigenza alle spalle”.

Il team di mediazione ha innanzitutto dedicato molto tempo al lavoro sul campo per poter tessere dei contatti con le persone in difficoltà di etnia rom e capire i loro bisogni. “Abbiamo ascoltato, accompagnato e informato”, spiega Tiberiu Moldovan. “Abbiamo fatto delle proposte, ma senza insistere. Si tratta pur sempre di adulti autonomi e in pieno possesso delle loro facoltà decisionali.”

"Si parla molto delle persone che chiedono l'elemosina perché sono visibili nello spazio pubblico, ma a Ginevra la maggior parte dei rom lavora e paga le tasse."

Tiberiu Moldovan

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Maya Hertig appoggia questa strategia: “Verso i gruppi vulnerabili c’è sempre il rischio di scadere in paternalismi, pensando di sapere meglio di loro di cosa hanno bisogno. Invece bisognerebbe rafforzare la loro autonomia e coinvolgerli”.

Negli scorsi anni il team di mediazione ha insistito molto sul curriculum vitae. "Queste persone hanno grandi competenze anche senza avere una formazione qualificante, aggiunte l’operatore sociale. Chi ha lavorato dieci anni nei cantieri o nell’agricoltura biologica ha un bagaglio di esperienze che cerchiamo di valorizzare.”

“Le persone di etnia rom sono particolarmente esposte alla discriminazione”

La Commissione federale contro il razzismo cerca di trovare delle vie per combattere i pregiudizi e favorire l’integrazione delle minoranze. “La discriminazione e il razzismo sono legati a giudizi e stereotipi che tutti hanno”, ricorda Maya Hertig. “Questi pregiudizi portano a respingere ed escludere. A causa della loro origine, dell’indigenza e della loro visibilità nello spazio pubblico, alcune popolazioni rom sono particolarmente esposte.”

Il centro di mediazione intercomunitaria della Caritas stima che tra 300 e 400 membri della comunità rom in situazioni precarie vengono regolarmente a lavorare a Ginevra. Olivier Vogelsang

Grazie alla sua esperienza in seno alle comunità rom di Ginevra Tiberiu Moldovan ha constatato che la diffidenza e il rigetto da parte delle autorità e della popolazione locale hanno conseguenze deleterie: “Le persone si chiudono in loro stesse, hanno l’impressione di non poter essere integrate perché portano questa etichetta rom. Abbiamo dovuto faticare molto per convincerli che avevano il diritto di chiedere aiuto a un’istituzione, di cercare lavoro e di uscire dalla precarietà”.

“Questa gente vive in uno stato di povertà e sconforto psicologico notevole”, sottolinea Tiberiu Moldovan. “Offrendo loro ascolto e un accompagnamento evitiamo che si isolino ancora di più. Se non facciamo nulla l’integrazione diventa impossibile e la gente rimane bloccata in un circolo vizioso.”

Maya Hertig constata che i diritti fondamentali seguono un approccio negativo che esclude la discriminazione, ma non obbliga a integrare tutte le popolazioni. "Dovremmo forse pensare più in grande e sviluppare un diritto all’inclusione."

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