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Reportage dal Bangladesh La pura sopravvivenza dei profughi Rohingya

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Reportage della collaboratrice RSI Loretta Dal Pozzo da un campo profughi in Bangladesh

Le necessità per far fronte all'esodo dei Rohingya dal Myanmar sono immense e centinaia di nuovi profughi ogni giorno non fanno che accrescerle. Il Bangladesh, per gestire l'emergenza, ha chiesto 250 milioni di dollari alla Banca mondiale. L'Onu stima che siano necessari 200 milioni per i prossimi sei mesi. Le ONG svizzere sul posto, intanto, organizzano gli aiuti.

Campi profughi immensi, affollati, che rischiano il tracollo; 480 mila Rohingya cercano rifugio dove già vivono 300 mila membri della minoranza musulmana del Myanmar.

Nel sud-est del Bangladesh, MedairLink esterno -una ONG con sede a Ecublens- si sta mobilitando insieme ad altre organizzazioni umanitarie svizzere per portare aiuto.

La priorità va ai bambini: 250 mila vivono in tende immerse nel fango e la squadra elvetica si concentra sulla loro salute.

"Il problema è che ci sono tante persone che vivono troppo vicine le une alle altre, e anche i bambini che non sono malnutriti rischiano di esserlo a breve", spiega Gaby, la specialista in salute e nutrimento di Medair.

I traumi, le condizioni precarie

"Abbiamo camminato per quattro giorni dopo che il governo ha dato alle fiamme la nostra casa", rievoca un profugo, Shomshal Alom. "Siamo sopravvissuti bevendo l’acqua dei campi di riso, ma il nostro bambino non si è ripreso".

Condizioni precarie, e il trauma di essere stati cacciati dalle loro case con violenza, che la leader birmana Aung San Suu Kyi continua a negare.

Tra i rifugiati, c’è anche chi in Myanmar aiutava gli altri e ora ha bisogno a sua volta di aiuto. 

"È sempre stato rischioso lavorare per delle ONG in Myanmar". Azar Hussein sa bene di cosa parla: "L’esercito ha ucciso mia sorella, mia madre e mia moglie. Le ha bruciate vive".

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Lo stato Rakhine, dal quale fuggono i Rohingya, indicato su Google Maps

L’impresa è enorme anche per organizzazioni internazionali abituate a operare in condizioni estreme, come il Sudan o l’Iraq.

"La situazione qui è tra le peggiori che abbia mai visto", assicura l’addetta alla comunicazione di Medair, Nath Faveu. "Mancano i servizi sanitari, non ci sono punti d’acqua, e il rischio di epidemie è altissimo".

Previsto un milione di rifugiati

A un mese dall’inizio della crisi, gli aiuti non arrivano abbastanza in fretta. Nel campo profughi di Unchiprang si lotta ogni giorno per sopravvivere. Pura sopravvivenza.

L’esercito del Bangladesh è intervenuto per limitare il caos e il governo ha ammorbidito le restrizioni per i gruppi internazionali, affinché possano operare sul terreno.

Medair spera di fornire acqua potabile e costruire rifugi per 20 mila Rohingya. La coordinazione tra organizzazioni e autorità è ora cruciale.

"Ciò che è sicuro è che non partiremo domani", conclude Nath Faveu. "Stimiamo che il numero di rifugiati salirà a un milione e quindi il bisogno e il lavoro sono per il lungo termine".

Il governo birmano, mercoledì, ha annunciato che si impossesserà dei villaggi distrutti dalle fiamme in Myanmar. Un segnale che per i Rohingya sarà impossibile tornare a casa.

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