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Ricostruire la memoria afghana

Una vista generale sul sito dove, nel 2001, il regime talebano distrusse le famose statue di Buddha

(Keystone)

La distruzione delle statue di Buddha ha originato un ampio dibattito sulla conservazione dei beni culturali. Una fondazione svizzera vuole salvare la memoria di Bamiyan.

Il 26 maggio si festeggia la nascita di Buddha. Si tratta della più importante festività religiosa buddista. In questa occasione un team di esperti ha presentato a Zurigo i progetti per la ricostruzione delle statue giganti di Bamiyan in Afghanistan, distrutte dai talebani lo scorso anno.

Una fondazione nominata «New 7 Wonders», intende promuovere in occidente la conservazione ed eventualmente la ricostruzione, auspicata anche dal nuovo governo di unità nazionale del paese martoriato da oltre vent'anni di guerra civile. Un progetto controverso in conflitto con le immediate necessità di un paese fra i più poveri al mondo.

Un atto simbolico

I promotori, in particolare il direttore del Museo afghano di Bubendorf Paul Bucherer, tengono a sottolineare il significato dell'operazione. Il monumento religioso buddista ha infatti un importante valore simbolico, malgrado il paese dell'Asia centrale sia ormai completamente musulmano.

Da una parte c'è un valore artistico: le monumentali statue, scolpite nella roccia, sono una testimonianza unica della fusione culturale, con circa 1'800 anni di storia. Pervaso ancora nelle forme dallo stile ellenistico, portato fino ai limiti dell'India da Alessandro Magno, il complesso sacro è una testimonianza unica per l'umanità. Ritualità orientale e realizzazione occidentale ne fanno un'unione simbolica fra le culture.

«Dall'altra parte la ricostruzione sarebbe un atto simbolico di liberazione dal difficile periodo del fanatismo religioso», ha ricordato Bucherer. E il suo impegno, unito a quello della fondazione è concordato con il governo afghano che già dal momento della sua costituzione a Bonn si è appellato all'occidente per la ricostruzione, anche storica e sociale del paese.

Le tappe

Il progetto prevede tre fasi. La prima è appena stata conclusa con la presentazione al pubblico della documentazione. Un gruppo di specialisti del Politecnico federale di Zurigo ha provveduto alla misurazione del monumento che comprende anche grotte e gallerie a tutti i livelli. Attraverso l'analisi fotogrammetrica del materiale fotografico reperibile più disparato, è stato possibile ricostruire la struttura in tre dimensioni delle statue, nel loro stato prima della distruzione.

Una seconda fase prevede la costruzione di un modello 1/10 della più grande delle statue, originariamente alta più di sessanta metri, nel giardino del Museo di Bubendorf. Il traguardo sarà lo studio dei materiali. Gli originali erano infatti scavati in una roccia friabile e poi ricoperti in muratura per ottenere il drappeggio dei vestiti e i tratti del viso.

Una terza fase, ancora lontana nella sua realizzabilità, prevede l'intervento in loco. Con costi approssimativi calcolabili fra i 30 e i 50 milioni di dollari, si prevede di intervenire sul complesso. La parte più grossa dell'investimento sarebbe comunque legata al consolidamento della roccia che ha subito gravi danni dalle scosse provocate dalle esplosioni. «A 2'700 metri d'altezza, il gelo invernale che entra nelle fessure presenti nella parete rocciosa, rappresenta il problema principale», ha ricordato Bucherer.

Un progetto contestato

La comunità internazionale tace sul progetto ardito quanto nobile del team composto soprattutto da svizzeri. La ricostruzione di testimonianze ormai distrutte non trova tutti concordi. L'aiuto internazionale, cui si associa anche la Direzione per la cooperazione e lo sviluppo elvetica (DSC), non intende investire in un progetto che non ha assoluta priorità umanitaria.

Eppure un intervento, almeno di conservazione, sarebbe necessario. Sul mercato nero sono già comparsi frammenti di affreschi tolti dalle grotte di Bamiyan che segnalano l'ulteriore pericolo.

Dunque una protezione per consegnare ai posteri l'importante testimonianza culturale impelle. Con il sito internet, che raccoglie numerosi contatti della comunità virtuale, la fondazione costituita sull'onda di indignazione dopo la distruzione, cerca di raccogliere la solidarietà internazionale.

Daniele Papacella, Zurigo


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