Rischi e opportunità per le aziende svizzere in Iraq

Dall'elettricità - nella foto - all'acqua: ricostruire le infrastrutture in Iraq potrebbe essere un affare Keystone

Alcune aziende elvetiche stanno valutando l'opportunità di partecipare alla lucrativa, ma rischiosa, ricostruzione dell’Iraq, un paese dilianiato dalla guerra e ancora instabile.

Questo contenuto è stato pubblicato il 05 aprile 2004 - 08:30

La settimana scorsa, i rappresentanti di circa 50 aziende si sono riuniti a Zurigo per discutere della questione.

All’alba dell’incontro zurighese fra operatori economici, un nuovo attacco dinamitardo contro delle guardie giurate americane ha lanciato un’ulteriore ombra sul futuro del paese. Quattro agenti di un’azienda statunitense, attiva nel campo della sicurezza, sono rimasti vittima di un agguato a Fallujah.

Il fatto di sangue ha chiaramente definito i dibattiti degli uomini d’affari che intendono partecipare alla «Destiantion Baghdad Expo», una fiera mercato che, nei piani degli occupatori della coalizione guidata dagli americani, intende riaprire una speranza di rinascita economica del martoriato paese mediorientale.

Anche in Svizzera, gli attacchi a persone civili vengono interpretati come avvertimento. Chi si avventura in Iraq con intenti commerciali, deve essere cosciente del fatto che non sarà necessariamente accolto con incondizionata simpatia.

Ufficio di contatto svizzero reticente

«Non possiamo consigliare ai cittadini elvetici di viaggiare in Iraq – afferma Martin Aeschbacher a swissinfo – i pericoli non vanno sottovalutati». Aeschbacher è il responsabile dell’Ufficio di contatto svizzero a Baghdad e segue direttamente l’evolversi della situazione.

Certo il contesto è notevolmente migliorato, rispetto al momento del suo arrivo nel maggio dell’anno scorso: «In quel periodo regnava una specie di anarchia. Oggi la polizia è più presente e la criminalità è diminuita».

Ma ad essere aumentati sono gli attentati a motivazione politica. Aeschbacher ritiene che gli stranieri coinvolti nella ricostruzione saranno vieppiù bersaglio di azioni violente.

Promozione economica

La manifestazione zurighese è stata organizzata dall’Osec, un’associazione indipendente sostenuta dalla Confederazione che si occupa della promozione delle esportazioni elvetiche nel mondo.

Attualmente il flusso economico fra Svizzera e Iraq è quasi spento: le statistiche registrano per il 2003, un volume di esportazioni dalla Svizzera verso l’Iraq per 38,4 milioni di franchi. In provenienza dal paese dei due fiumi non si sono invece registrate importazioni rilevanti. Un record era stato raggiunto nel 1982, quando l’industria elvetica aveva esportato beni verso il paese del Golfo per 648,4 milioni di franchi.

Attualmente solo tre aziende svizzere hanno una filiale stabile in Iraq: il conglomerato tecnologico ABB, la multinazionale agrochimica Syngenta e la Bühler, attiva nelle tecniche di lavorazione alimentare e chimica.

Lo stesso Aeschbacher non sa di preciso quante ditte elvetiche siano attive in Iraq, ma è convinto che il loro numero crescerà nei prossimi anni.

«Ci sono molte aziende che in una maniera o nell’altra sono attive in questo paese – afferma l’incaricato dell’economia svizzera a Baghdad – alcune esportano direttamente i loro prodotti, altre hanno dei rivenditori in Iraq, altre ancora stornano la loro produzione via Quwait o via Giordania».

Possibilità per gli svizzeri

La Svizzera è paese neutrale che non ha fatto parte della coalizione che nell’aprile del 2003 ha invaso il paese. Per questo le ditte svizzere non possono partecipare all’assegnazione degli appalti per la ricostruzione promossi dal Congresso americano.

L’ambasciatrice statunitense a Berna, Pamela Willeford, ha però recentemente affermato in un’intervista a swissinfo che le imprese elvetiche sono comunque le benvenute.

«Ci sono diverse possibilità per integrare le aziende svizzere», ha affermato la Willeford. «Stiamo cercando delle possibilità per integrare l’economia mondiale nello sviluppo economico iracheno».

Anche per il mediatore elvetico sul fronte, Martin Aeschbacher, non tutto è precluso. Per l’esperto la via prioritaria sta nella cooperazione: «C’è la possibilità di agire come partner di aziende americane o inglesi. Anche per gli appalti aperti direttamente dal governo provvisorio iracheno le porte sono aperte al “know-how” elvetico».

Le qualità elvetiche

Gli svizzeri avrebbero le carte in regola e dunque buone possibilità per ottenere dei lotti importanti nella grande corsa alla ricostruzione: «La Svizzera in genere, ma anche i prodotti e le aziende elvetiche hanno un buon nome nel paese», afferma ancora Aeschbacher.

Rimane aperta una questione: gli imprenditori svizzeri sono disposti a correre i rischi? Aeschbacher si dice cauto: «Dubito che, nel futuro prossimo, molte imprese elvetiche oseranno impegnarsi in Iraq. Ma a medio termine, l’interesse potrebbe crescere». Il potenziale esiste, ma «ognuno deve scegliere liberamente».

swissinfo, Robert Brookes, Zurigo
(traduzione: Daniele Papacella)

Fatti e cifre

Esportazioni svizzere in Iraq:
1982: 680,4 milioni di franchi
2003: 38,4 milioni di franchi

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In breve

L’Osec, l’associazione per la promozione delle esportazioni sostenuta dallo Stato, ha organizzato a Zurigo un incontro per delineare le possibilità di investimento delle aziende elvetiche in Iraq.

La Svizzera non ha fatto parte della coalizione che ha invaso il paese del Golfo e dunque non ha accesso alla maggiore fetta d’investimenti per la ricostruzione, stanziati dal Congresso americano.

Ci sono delle possibilità nel raccogliere per subappalto alcune commesse, assegnate ad aziende inglesi o americane.

Attualmente la sicurezza nel paese rimane precaria; gli attentati a persone straniere, anche civili, sono ancora all’ordine del giorno.

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