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San Pietroburgo: come frenare la fuga di cervelli?

La statua di Pietro il Grande a San Pietroburgo (immagine: neve.ru)

Grazie a Pietro il Grande, alcuni svizzeri hanno dato importanti contributi alla scienza. Una giornata di studio a San Pietroburgo evoca il passato e delinea un presente meno ricco per gli scambi.

Oggi la situazione si è capovolta. Una collaborazione a pari opportunità, anche con la Svizzera, è ancora remota.

«Siamo qui per celebrare un grande progetto scientifico di Pietro il Grande». Così ha esordito il Presidente della Confederazione, Pascal Couchepin, durante la giornata di studio dedicata agli scienziati svizzeri che hanno contribuito alla gloria dell'Accademia delle scienze di San Pietroburgo.

Creata nel 1724, l'Accademia offriva condizioni ideali per i ricercatori, convocati da tutta Europa dal regnante che voleva modernizzare il paese. «I nostri studi su questi personaggi, fra cui spiccano i basilesi Leonhard Euler e Daniel Bernoulli, hanno incontrato l'interesse degli storici russi che non hanno dato fin ora tanto rilievo a questa parte del loro passato», spiega lo storico svizzero Rudolf Mumenthaler.

Per l'uomo politico Couchepin, nell'iniziativa dello zar di un tempo c'è inoltre un significato importante da riscoprire anche oggi: «Lo Stato deve permettere lo sviluppo della scienza anche se questa non porta a dei successi immediati. È una condizione necessaria allo sviluppo di un paese».

E attualmente la Società Bernoulli di Basilea è presente a San Pietroburgo collaborando a più iniziative - una pubblicazione, una mostra e la giornata di studi - per risvegliare la memoria e riaffermare i principi guida che caratterizzavano il prestigioso ateneo.

Una fine improvvisa

Ma nei secoli passati lo scambio era anche inverso. In Svizzera hanno potuto studiare le prime donne russe. A fine Ottocento le università degli zar escludevano infatti le donne dagli studi superiori. Ma a dire il vero anche gli atenei svizzeri erano frequentati praticamente solo da uomini: la prima laureata in assoluto era infatti di nazionalità russa.

Ma la collaborazione stretta fra la Svizzera e la Russia a livello universitario è ormai storia. «C'è stato un taglio netto con la Rivoluzione d'ottobre. Gli emigrati sono in gran parte ritornati in patria. L'ambasciata svizzera di Mosca è addirittura stata saccheggiata e incendiata. Solo alcuni comunisti militanti - ma si tratta di singole persone - hanno ancora cercato un loro compito nella nuova società sovietica», ricorda Mumenthaler.

Solo dopo la Seconda guerra mondiale sono state riprese le relazioni bilaterali. Dal crollo del sistema sovietico sono ancora pochi gli svizzeri che cercano di nuovo la fortuna in terra russa. A livello universitario non si registra un solo scambio ufficiale.

La fuga dei cervelli

Nell’est socialista, analizzano gli esperti, sono state coltivate per decenni in maniera eccezionale le scienze teoriche, come la matematica e la fisica. Gli esperti con queste qualità sono ricercatissimi nel settore informatico e non solo.

Ma, a differenza di paesi come l’Ungheria, la Russia, caduta nel caos istituzionale negli anni Novanta, non ha saputo offrire le garanzie per una collaborazione. «Sono soprattutto le università americane e canadesi che cercano, anche con metodi aggressivi, gli specialisti russi - afferma Mumenthaler - e questo crea dei problemi nel garantire il livello della ricerca».

Ma ci sono delle prospettive già individuate: «Al Politecnico di Zurigo sono già arrivati alcuni specialisti russi. Sono geologi o specialisti nell’estrazione delle materie prime, come il petrolio di cui la Russia è ricca». Non c’è ancora niente di preciso, ma i primi incontri dimostrano una conoscenza profonda di tecniche e problemi che anche a ovest non si erano riconosciuti.

A San Pietroburgo non si vuole solo guardare inoperosi il «brain drain», la fuga dei cervelli. Non è forse un caso che il Presidente Couchepin, nel contempo ministro della scienza e della ricerca, sia stato salutato in privato dal rettore dell’Accademia delle scienze e premio Nobel di fisica del 2000.

swissinfo, Daniele Papacella e Jean-Didier Revoin, San Pietroburgo

Fatti e cifre

La quinta giornata della settimana svizzera di San Pietroburgo è posta sotto il segno della scienza.
Benché la Russia abbia attirato per due secoli degli scienziati dalla Svizzera, in questi anni le relazioni non riescono a ripartire.
La Russia soffre di «brain drain», soprattutto USA e Canada offrono delle opportunità di ricerca che fanno partire i migliori.

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In breve

Dopo il suo discorso all'Accademia delle scienze, il Presidente della Confederazione ha inaugurato un'esposizione intitolata «Think Time- Think Swiss Excellence».

Organizzata nel quadro del giubileo per i 300 anni di San Pietroburgo, la mostra vuole ricordare le competenze tradizionali e non della Svizzera. All'allestimento ha partecipato la Federazione svizzera dei produttori di orologi con esempi sopraffini di arte cronografica.

Come omaggio ufficiale, la Svizzera ha inoltre regalato alla città 100 orologi per lo spazio pubblico. Con queste iniziative si cerca di dare un nuovo impulso alle relazioni che prima della Rivoluzione russa erano particolarmente intense e proficue.

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