Se Molière ha la meglio su Dante

Ma l'italiano resta un'importante lingua di comunicazione sul lavoro Keystone

Come va l’italiano in un’epoca di grandi trasformazioni? In Ticino sta bene. Ma nella Svizzera tedesca, e soprattutto in quella francese, si conferma la forte e continua erosione della lingua di Dante.

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 ottobre 2004 - 20:23

In Ticino il fenomeno della globalizzazione si percepisce soprattutto nella marginalizzazione del dialetto.

Questi gli elementi salienti contenuti nel volume “Statistica e lingue. Un’analisi dei dati del censimento federale della popolazione 2000”, pubblicato dall’Ufficio di statistica (USTAT) e dalll’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana, presentato a Bellinzona.

Curata da Sandro Bianconi e Matteo Borioli, la ricerca ha contestualizzato l’italiano all’interno del plurilinguismo elvetico.

Smentite la previsioni più nere



“La società ticinese continua ad essere inserita in un forte processo di trasformazione, come provano i dati relativi alla presenza di un numero elevatissimo d nazionalità, etnie e lingue diverse. Eppure – assicura il sociolinguista Sandro Bianconi – in questo trionfo di mescolanza, non si avvertono sintomi di crisi identitaria: il ruolo centrale dell’italiano come modello di riferimento appare egemone”.

La previsione catastrofica sulle sorti etnico-linguistiche della Svizzera italiana – si parlò in passato addirittura d’imbastardimento – si è dunque rivelata del tutto errata.

“E anche nei Grigioni italiano – osserva Bianconi - la situazione dell’italiano appare fondamentalmente stabile; posizione solida e senza eccessivi cedimenti anche nei casi più problematici della Bregaglia e della Calanca”.

Tuttavia in Ticino cresce l’italiano e cala il tedesco, mentre nei Grigioni si verifica la tendenza opposta.

A Nord delle Alpi inarrestabile calo



L’italiano, secondo i dati esaminati dai due autori, è in perdita di velocità nella Svizzera tedesca e, in modo ancor più marcato, in Romandia. “Sono decine di migliaia le persone di nazionalità italiana – spiega Bianconi – che dichiarano il tedesco e il francese come lingua principale (o lingua materna, come si diceva in passato), ma che parlano italiano in famiglia e al lavoro.”

Complessivamente nelle tre regioni linguistiche non italofone sono 404 mila 516 le persone che nel 2000 hanno detto di parlare italiano in famiglia (quasi il doppio di coloro che l’hanno dichiarato lingua principale). Nel 1990 erano 478 mila 609; c’è stata dunque una flessione di 74 mila 93 unità, pari al 15,5%.

Ruolo sociale tra gli immigrati. E poi?

Nonostante i processi di assimilazione, “continua ad apparire straordinario, addirittura unico, il ruolo sociale e comunicativo dell’italiano tra i lavoratori immigrati di tutte le lingue. I dati statistici – evidenzia Bianconi – l’hanno confermato con le migliaia di persone di tutte le nazionalità, le etnie e le lingue di questo mondo che: o dichiarano l’italiano lingua principale, o, fenomeno ancor più esteso, dicono di parlarlo nella loro attività lavorativa”.

Possiamo dormire sonni tranquilli? Difficile dirlo. Giovanni Longu, capo dei servizi linguistici dell’Ufficio federale di statistica, ricorda che l’immigrazione di massa dall’Italia è finita e che il flusso migratorio dal Ticino nella Svizzera tedesca e francese sembra cessato o fortemente diminuito.

Il posto dell’italiano



“Di fronte all’evidenza del calo massiccio dell’italiano soprattutto nei grandi centri urbani (attorno al 30%), ci sarebbe da chiedersi – si interroga Longu – che senso ha dare oggi (e domani) all’espressione che indica l’italiano come “lingua nazionale”. Analogo interrogativo – continua Longu – per l’italiano in quanto “lingua ufficiale”, soprattutto nel contesto di un’amministrazione federale in cui l’italofonia è sempre meno rappresentata e tutelata”.

“Si continuerà forse a ripetere che il plurilinguismo è uno dei fondamenti del federalismo – rincara Longu – ma occorre ricordare che manca al riguardo una legislazione corrispondente al mandato costituzionale. La politica deve intervenire maggiormente. E, soprattutto, quella ticinese. Nell’interesse dell’italiano e del Ticino stesso”.

La questione linguistica in Svizzera rimane dunque aperta. Tanto che il Fondo nazionale per la ricerca scientifica ha deciso di avviare uno studio sulle relazioni tra plurilinguismo elvetico e coesione nazionale.

swissinfo, Françoise Gehring, Bellinzona

Fatti e cifre

Per la prima volta dal 1880 l'italiano in Ticino registra un aumento (+9,1%)di chi lo considera lingua principale.
Fuori cantone, in dieci anni l'italiano come lingua principale ha perso il 27%, con 74.000 unità in meno.

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In breve

Nella sua regione linguistica l’italiano gode di buona salute: rispetto al censimento del 1990, l’italiano ha rafforzato la propria posizione. Tuttavia preoccupa la situazione al Nord delle Alpi, dove si registra una costante flessione.

La debolezza dell’italiano in Svizzera, secondo alcuni esperti, è anche dovuta alla mancanza di una base legale che regoli la politica linguistica.

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