Un camion-bomba carico di benzina è esploso stamani ad Afrin, nel nord-ovest della Siria sotto il controllo dell'esercito turco, provocando almeno 13 morti, di cui 8 civili, e oltre 30 feriti.

Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), aggiornando il precedente bilancio di 8 vittime fornito dall'agenzia statale turca Anadolu.

Secondo l'organizzazione con base in Gran Bretagna, l'autobomba è esplosa a un checkpoint all'ingresso della città. L'attacco non è stato finora rivendicato, ma i media di Ankara puntano il dito contro i miliziani curdi dell'Ypg, cui l'esercito turco ha strappato il controllo dell'area lo scorso anno con l'operazione militare ribattezzata 'Ramoscello d'ulivo'. Dopo l'esplosione, si è inoltre generato un vasto incendio nella zona circostante.

L'Ondus ha documentato la morte di 50 minori di nazionalità siriana ma anche straniere, tra cui anche figli di jihadisti morti o catturati di origine europea, nel campo profughi di al Hol, vicino al confine iracheno e dove sono ammassate più di 70mila persone per lo più provenienti da zone in passato controllate dall'Isis. Secondo le fonti, i nuovi 50 decessi portano a 358 il numero di minori morti dal dicembre scorso all'8 luglio.

La causa dei decessi è dovuta, secondo l'Ondus, alle disastrose condizioni umanitarie: mancanza di medicine e di assistenza mediche, scarsità di acqua potabile.

Il campo di al Hol è gestito dalle autorità curdo-siriane che faticano a gestire una grave crisi umanitaria nell'est della Siria, fino a febbraio scorso martoriata dalla guerra tra curdi e forze jihadiste dell'Isis.

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