Dolore, rabbia e molte domande dopo la morte di Marie

Oltre 200 persone hanno partecipato alla marcia bianca in ricordo di Marie, il 15 maggio 2013 a Payerne. Keystone

L‘assassinio di una ragazza 19enne da parte di un uomo già condannato per stupro e omicidio, e da poco agli arresti domiciliari, solleva numerosi interrogativi sul sistema giudiziario svizzero. Per la stampa elvetica, bisogna assolutamente riflettere su come proteggere la società da individui pericolosi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 maggio 2013 - 11:48
swissinfo.ch

«Errori fatali», «Marie, morta per negligenza», «Una morte che non deve nulla al fatalismo» o ancora «Una giustizia che scandalizza». Dai titoli dei principali quotidiani elvetici emerge chiaramente che dietro all’assassinio di Marie, 19 anni, vi è il malfunzionamento di un sistema, quello giudiziario, che si è trovato impreparato nel gestire un pericoloso pregiudicato.

«Bisogna arrendersi di fronte all’evidenza. Marie è stata assassinata da un tipo che mai e poi mai avrebbe dovuto trovarsi in libertà», sottolinea il romando Le Matin. L’errore, scrive Le Temps, «è di aver permesso a C. D., omicida già punito con una pena di 20 anni, di ritornare a casa sua munito di un inutile braccialetto elettronico».

Tante domande

Marie, rapita lunedì sera a Payerne, nel canton Vaud, è stata ritrovata morta due giorni dopo a pochi chilometri di distanza, nel canton Friburgo. Il suo boia, un 36enne della zona, era stato condannato nel 2000 a 20 anni di carcere per aver rapito, stuprato e ucciso l'ex amica.

Nell’agosto 2012, C. D. era stato posto agli arresti domiciliari. Un regime revocato lo scorso mese di novembre, ma reintrodotto in gennaio in seguito all’effetto sospensivo del ricorso dell’interessato.

Oltre a scioccare profondamente l’opinione pubblica, la vicenda solleva innumerevoli interrogativi. «Come mai è stato possibile rimettere in libertà un mostro tale?», si chiede il quotidiano di Friburgo La Liberté. Perché, gli fa eco Le Matin, «C. D. ha beneficiato degli arresti domiciliari?».

Anche per la Neue Zürcher Zeitung, la domanda è di sapere «se le autorità hanno sbagliato nel valutare il rischio di recidiva del condannato».

«Commozione, rabbia, sgomento, ma soprattutto tanti interrogativi su cosa non abbia funzionato nell’amministrazione della giustizia vodese», scrive la Regione Ticino. Interrogativi, prosegue, «sul percorso di rieducazione e risocializzazione in carcere e sulla gestione dell’esecuzione della pena agli arresti domiciliari di una persona che, per la seconda volta, ha commesso un atto simile a quello per il quale era già stato condannato».

«Ciò che non va è che l’errore di giudizio di una persona liberi il pericoloso perverso, innescando la bomba», commenta il 24 Heures facendo riferimento alle parole del presidente del Tribunale cantonale vodese, secondo cui la decisione del giudice di accordare l’effetto sospensivo al detenuto «non era adeguata».

«Perché tanta leggerezza? Chi ha ignorato i sempre presenti profondi squilibri dell’assassino che i testimoni riportano?», insiste La Regione, per la quale la risposta è da ricercare, verosimilmente, in una falla procedurale.

Braccialetto elettronico

Il braccialetto elettronico è attualmente utilizzato in sette cantoni (Vaud, Ginevra, Berna, Ticino, Soletta, Basilea Città e Basilea Campagna).

Impiegato principalmente nel quadro di pene privative della libertà di corta durata, il braccialetto elettronico può anche essere adottato al termine di un processo di detenzione più lungo (come nel caso dell’assassino di Marie).

L’anno scorso, 117 persone portavano un braccialetto elettronico nel canton Berna, indica Michael Imhof, coresponsabile della Sezione della probazione e delle forme particolari d’esecuzione delle pene.

Nella revisione in corso del diritto penale è previsto di estendere l’utilizzo di questo apparecchio a tutta la Svizzera.

Secondo Florian Düblin, vice segretario generale della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, i braccialetti dovranno in futuro contenere un emettitore GPS. Quello dell’assassino di Marie ne era sprovvisto ed emetteva un segnale soltanto quando il detenuto lasciava la zona delimitata.

I braccialetti dovranno essere impiegati con prudenza e parsimonia, avverte Florian Düblin. «La valutazione dei rischi e della pericolosità del detenuto rimane centrale».

(Fonte: ATS)

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Non un caso isolato

Purtroppo, rammenta il Corriere del Ticino, quello di Payerne non è l'unico episodio avvenuto in Svizzera che vede protagonista «un condannato ricaduto nello stesso pesantissimo reato di sangue che lo aveva portato in carcere».

Negli ultimi 25 anni sono stati infatti diversi i casi di reati a sfondo sessuale compiuti da pregiudicati tornati anzitempo in libertà o durante brevi congedi dal carcere. La vicenda di Marie ricorda soprattutto quella recente di Lucie, ragazza alla pari 16enne, brutalmente uccisa nel marzo 2009 da un giovane pregiudicato. L’uomo, che nel 2003 aveva cercato di strangolare una giovane donna, era stato rilasciato nel 2008 con la condizionale da una casa di rieducazione per giovani adulti.

Con ognuno di questi casi - Marie o Lucie - aumenta la pressione sui giudici e sulle autorità incaricate dell’esecuzione delle pene, osserva la Aargauer Zeitung. «Cosa fare? Incarcerare per sempre gli autori di reati sessuali e violenti? Per alcuni la risposta deve essere sì. Ma il dilemma a cui sono confrontati i giudici è: in quali casi?».

Proteggere la società

Rispondere a questi interrogativi è vitale, ritiene Le Matin, per il quale l’inchiesta dovrà fornire preziosi insegnamenti. «Dovrà permettere di dire se il personale che deve decidere delle esecuzioni delle pene è sufficientemente formato e competente per valutare la pericolosità dei detenuti, se gli strumenti per stabilire la pericolosità e il rischio di recidiva sono affidabili, se la comunicazione tra le diverse istanze è efficace e se il braccialetto elettronico si presta a pene pesanti».

Una prima risposta a quest’ultimo interrogativo la fornisce il Blick, che senza mezzi termini ritiene fallito il tentativo del braccialetto elettronico. «Un braccialetto del genere - scrive l’editorialista - può essere reciso facilmente, senza che venga attivato un allarme. Non contiene nemmeno un sistema GPS. L’apparecchio non serve né a trovare il criminale, né a fermarlo prima che compia atti brutali».

Per il quotidiano 24 Heures, l’assassinio di Marie deve «incitare l’intero apparato giudiziario e penitenziario a fare meglio, molto meglio, per proteggere la società da individui che sono bombe pronte a esplodere». Sulla stessa linea La Liberté, che invita il sistema giudiziario a procedere seriamente alla sua introspezione. «È una condizione indispensabile per ritrovare la fiducia dei cittadini».

La Tribune de Genève si attende «un cambio di mentalità». Gli svizzeri, rammenta, l’hanno detto chiaramente accettando l’internamento a vita dei criminali sessuomani pericolosi non guaribili: «la protezione della società viene prima dei diritti di coloro che ha condannato».

Il popolo svizzero, sottolinea anche La Regione, ha dato una chiara indicazione: «il bene da proteggere con preminenza, in casi simili, è quello della sicurezza della comunità, rispetto al diritto di ritornare - una volta scontata la pena - al beneficio della libertà individuale».

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