Alla scoperta dei misteri della civiltà Maya

La cultura Maya continua a perpetuare le proprie tradizioni ancestrali. AFP

Un gruppo di ricercatori sta cercando di far luce sui cambiamenti climatici che hanno sconvolto la civiltà Maya. Di una cosa sono convinti: la popolazione indigena centroamericana non ha mai pronosticato la fine del mondo.

Veronica De Vore (con la collaborazione di Andrea Ornelas), swissinfo.ch

Tutto è iniziato con una stalagmite. Sebastian Breitenbach – ricercatore al Politecnico federale di Zurigo – fu chiamato ad analizzarla diversi anni fa. La concrezione di minerali era stata ritrovata in una caverna del Belize, l'attuale Stato del Centro America dove oltre 2'500 anni fa si sviluppò la civiltà Maya.

In quanto paleontologo, Sebastian Breitenbach sapeva esattamente cosa cercare. Gli isotopi stabili della pietra – come i depositi di uranio – possono fornire informazioni preziose sulle precipitazioni e altri cambiamenti ambientali sopraggiunti nella regione attraverso i secoli.

«I dati estrapolati sono fino a dieci volte più precisi rispetto a quanto raccolto in passato e ci permettono di meglio comprendere l'evoluzione di questa regione dove un tempo abitavano i Maya», spiega il ricercatore. «Abbiamo a disposizione diversi studi realizzati sulle stalagmiti dello Yucatan, penisola del Messico, ma il margine di errore è molto più grande». 

Dalla siccità  al declino?

I risultati ottenuti dagli scienziati, pubblicati nel novembre 2012, evidenziano come l'impero Maya fu colpito da repentini periodi di estrema siccità. Sorge dunque un interrogativo: sono questi fattori ad aver spinto i maya ad abbandonare improvvisamente le loro città?

«La fine di una civilizzazione non può mai essere attribuita ad un unico fattore», spiega Eric Velásquez, esperto della cultura Maya all'Università nazionale autonoma del Messico. «Gli archeologi hanno determinato che in alcuni casi la deforestazione e i disastri ambientali hanno accelerato il declino di alcune città. Tuttavia, in altri casi, a svolgere un ruolo preponderant sono state le guerre e la violenzae».

Eric Velásquez cita l'esempio di Mayapán, una città dello Yucatan. «In questo caso è stato il conflitto scoppiato tra gruppi rivali nel XV secolo a distruggere la città, e non il cambiamento climatico».

Ciononostante, le analisi di Breitenbach dimostrano come l'unico periodo di siccità prolungata registrato coincide proprio con l'epoca in cui si suppone che la civiltà Maya si sia disintegrata. Il clima arido ha toccato la regione centroamericana anche tra l'anno il 1000 e il 660 avanti Cristo, seguito poi da un'estrema siccità tra il 1110 e il 1020 aC. Gli esperti ritengono che queste condizioni ambientali siano stati all'origine di un conflitto armato che potrebbe poi aver causato la caduta dell'impero Maya attorno al 1300.

Ricerche in corso

Sebastian Breitenbach è attualmente impegnato a studiare i dati climatologi della Siberia relativi al permafrost, lo strato di terreno permanentemente gelato che si trova nel sottosuolo di varie zone ad alta altitudine e che contiene importanti depositi di metano e altri gas ad effetto serra.

Il ricercatore si interessa anche ai monsoni che hanno toccato l'India nei secoli passati. Secondo Sebastian Breitenbach l'intensità e la frequenza di queste piogge sembrano essere aumentate negli ultimi anni e potrebbero avere importanti conseguenze su un miliardo di persone.

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Alla ricerca di nuove prove

Sebastian Breitenbach sa che le sue scoperte potrebbero essere accolte con un certo scetticismo nella comunità scientifica, ma insiste sulla grande precisione dei risultati ottenuti, il cui margine di errore si aggira attorno ai 17 anni. Le ricerche tuttora in corso dovrebbero inoltre permettere di fornire elementi supplementari a riprova della loro tesi.

Alcuni suoi colleghi stanno studiando ad esempio gli isotopi degli anelli di alcuni alberi del Belize alla ricerca delle tracce lasciate dalla siccità. Stando a Sebastian Breitenbach, i risultati ottenuti finora confermerebbero le informazioni rilevate dalla stalagmite.

Oltre agli anelli degli alberi, questi ricercatori analizzano anche le architravi disposte sopra le porte delle antiche costruzioni Maya per cercare di capire quando furono edificate queste strutture e quando furono abbandonate.

Secondo un altro specialista della cultura Maya, Alfredo Barrero - dell'Istituto nazionale di antropologia e storia del Messico -  le nuove tecnologie potrebbero permettere di decifrare i segreti della cultura Maya. «Oggi esistono strumenti in grado di analizzare la composizione dei materiali che si utilizzavano in passato per costruire diversi oggetti».

Allineare i calendari

L'archeologo responsabile delle ricerche, Douglas Kennett, studia inoltre le iscrizioni sulle architravi e su altri oggetti Maya per cercare di allineare il celebre calendario Maya al nostro.

«Dal nostro punto di vista, la profezia secondo la quale la fine del mondo sarebbe programmata per il 21 dicembre 2012 non ha alcun senso, afferma Sebastian Breitenbach. È la fine di un calendario e non del mondo. La connessione tra il calendario Maya e il nostro non è così importante come si pensa».

I Maya moderni

Per i ricercatori parlare di un "declino" e della "fine" della civiltà Maya non è del tutto corretto. Questa società, secondo loro, si sarebbe più che altro evoluta e poi dispersa. «Non si può parlare dell'estinzione di una cultura quando cinque milioni di persone continuano a parlare una lingua e conservano il loro stile di vita ancestrale, rivela Eric Velásquez. I Maya ora vivono nelle grandi città. Sono persone moderne con tradizioni e stili di vita di altri tempi».

Anche per Sebastian Breitenbach, i discendenti dei Maya che oggi vivono in America centrale dimostrano chiaramente che questa civiltà non è scomparsa. Ciò non toglie che restano ancora molti quesiti irrisolti quanto ai cambiamenti radicali che hanno toccato questa civiltà nel passato e le cui conseguenze potrebbero farsi sentire ancora oggi.

«Non è come se si fosse abbattuta una catastrofe sulla civiltà Maya, uccidendo tutti d'un colpo, nota ancora il ricercatore del Politecnico. Trovo comunque estremamente interessante cercare di capire come mai questa popolazione abbia deciso a un certo punto di abbandonare le città e di installarsi nelle foreste o nei piccoli villaggi».

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