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Soldati dell’EUFOR in Bosnia ed Erzegovina «Siamo qui per tastare il polso della gente»

Mostar

A Mostar, patrimonio mondiale dell'UNESCO, vivono 100'000 persone, per la maggior parte croati (49%) e bosniaci (44%).

(swissinfo.ch)

Di pattuglia a Mostar e negli immediati dintorni della città in Bosnia ed Erzegovina. Gli otto soldati svizzeri in missione per l’EUFOR cercano il dialogo con la popolazione locale, con i rappresentanti della politica, dell’economia e della società. Si fanno così un quadro della situazione, al momento piuttosto tranquilla, ma non proprio stabile.

soldati svizzeri in un locale del LOT

I soldati svizzeri del LOT assieme ai traduttori locali.

(swissinfo.ch)

L’incontro mattutino inizia alle otto in punto. «Un uomo è stato arrestato: stava tentando di vendere per 50mila euro un originale scomparso dell’accordo di pace di Dayton. Inoltre, il processo contro l’ex comandante militare dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia è stato nuovamente rinviato». Sono le due notizie d’attualità riportate dai quotidiani locali, riassunte da una traduttrice bosniaca che lavora per il Liaison and Observation Team (LOT) della Svizzera.

Claudio Wiederkehr è nato nel 1987 nel canton Argovia. Per la missione in Bosnia ed Erzegovina è stato temporaneamente promosso capitano. Ha lavorato 10 anni per la banca UBS e due anni quale guardia del papa. È alla sua seconda missione a Mostar. «Una missione all’estero, con compiti militari e di promozione della pace, mi ha sempre affascinato. La partecipazione della Svizzera è sicuramente sensata».

(swissinfo.ch)

Ci troviamo nella sala riunioni dell’edificio in cui è alloggiato il distaccamento elvetico del LOT nella città di Mostar, in Bosnia ed Erzegovina, in una regione in cui si teme possa riaccendersi il conflitto. A Mostar, durante la guerra civile in Bosnia, sviluppatasi tra il 1992 e il 1995, ci sono inizialmente stati scontri tra i croato-bosniaci e i serbi, in seguito anche tra i croati e i bosniaci. Da allora la città è praticamente spaccata in due.

Dopo aver passato in rassegna il giorno precedente, il comandante Claudio Wiederkehr organizza le prossime 24 ore: ricorda gli incontri previsti, assegna vari compiti ai soldati e li sollecita a preparare i «pacchettini» da mandare ai parenti, visto che presto un aereo decollerà a destinazione della Svizzera.

I sei uomini e le due donne del 27esimo contingente elvetico occupano sei stanze, sono in servizio per sei giorni a settimana, cucinano e lavano da soli la biancheria. Ogni mattina, una donna delle pulizie dà una rassettata a cucina e bagno. I soldati hanno 20 giorni di vacanza durante i sei mesi di missione. Nel tempo libero possono indossare vestiti civili.

Sentire che aria tira

Il LOT è una sorta di sistema di preallarme dell’EUFORLink esterno. Così si spiega Carlo Kaufmann, ufficiale e rappresentante con il grado più alto dell’esercito svizzero in Bosnia ed Erzegovina. Lo abbiamo incontrato il giorno prima nel quartiere generale dell’EUFOR, presso il Camp Butmir a Sarajevo. «Siamo presenti sul posto, allacciamo relazioni, osserviamo la situazione e raccogliamo informazioni».

Carmen Müller è nata a Zurigo nel 1987. Ha studiato relazioni internazionali e in seguito ha lavorato come analista presso l’ambasciata svizzera ad Abu Dhabi. Per sei mesi è stata in missione per il distaccamento Swisscoy in Kosovo. «Sono andata in Bosnia ed Erzegovina perché volevo conoscere un’altra situazione politica nei Balcani. Il contesto qui è molto più complicato».

(swissinfo.ch)

Per farsi un quadro della situazione, i soldati svizzeri parlano con la gente del posto di tutte le classi sociali: politici, leader religiosi, direttori scolastici o di ospedali, ONG, organizzazioni attive nel campo dei diritti umani, sindacati ecc. «Abbiamo il compito di documentare ciò che succede nella nostra area di competenza. Mettiamo assieme piccoli tasselli. Ci occupiamo soprattutto della città di Mostar, ma raggiungiamo anche il villaggio più discosto», spiega Wiederkehr. La maggior parte delle persone ha un atteggiamento positivo nei nostri confronti. «Forse uno su dieci ci guarda con diffidenza e si chiede: “Cosa volete da me?”».

Il comandante dell’area di Mostar spiega che al momento la situazione è tranquilla: la popolazione si compone di croati (49 per cento), bosniaci (44 per cento) e serbi. «I croati e i serbi vivono separati e si tollerano». Stando a un sondaggio in Bosnia ed Erzegovina della missione dell’EUFOR, a cui hanno preso parte dalle 2000 alle 3000 persone, l’80 per cento degli interpellati ha indicato che la situazione è peggiorata e che è instabile. «È per questo che l’EUFOR è ancora qui».

Il desiderio indipendentista dei croati è un tema molto dibattuto e che suscita forti emozioni. Inoltre si vedono sempre più spesso croci uncinate sui muri, scritte con lo spray, e gruppi nazionalisti e di destra che durante le partite di calcio fanno il saluto nazista. I croati accusano invece i bosniaci di scivolare verso l’Islam radicale. E la parte musulmano-bosniaca è indignata a causa della croce di 33 metri che si erge sulla cima del monte Hum, svettando sulla città di Mostar; la ritiene una provocazione.

A Mostar, i bambini e i giovani frequentano scuole separate. Non sono gli insegnanti il problema, bensì i genitori che non vogliono che i figli abbiano a che fare con gli scolari delle altre etnie. «Hanno altri insegnanti e imparano su libri di storia diversi», dice il soldato Yves Dätwyler.

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mappa della bosnia ed erzegovina

Essere di pattuglia

Ogni settimana, un membro del team presenta un tema. Oggi tocca a Carmen Müller. Durante la sua relazione di dieci minuti presenta l’islamismo e la radicalizzazione in Bosnia ed Erzegovina. Circa 280 combattenti sono partiti dalla Bosnia ed Erzegovina per unirsi all’esercito dell’ISIS. Müller accenna inoltre al villaggio di Gornja Maoca, nel nord-est della Bosnia, conosciuto per la massiccia presenza di salafisti e in cui, stando alla polizia bosniaca, verrebbero arruolati dei jihadisti.

Yves Dätwyler è nato nel 1992 a Lucerna. Di professione telematico ha lavorato per tre anni come informatico. In precedenza è stato in Kosovo in missione, poi per un anno nella casa LOT a Trebigne, in Bosnia ed Erzegovina. «Sono convinto dell’importanza della nostra presenza qui. È merito delle truppe internazionali se non è più scoppiato un conflitto».

(swissinfo.ch)

Dopo l’incontro mattutino, per me e il gruppo di soldati elvetici è giunto il momento di mettersi in marcia. Viaggiamo a bordo di una jeep militare: Müller e Dätwyler indossano la tenuta mimetica, con il berretto dell’EUFOR in testa. I due non sono armati, tuttavia sono stati istruiti all’uso delle armi da fuoco. Le armi e le munizioni sono sottochiave nella casa dove alloggia il team elvetico del LOT e possono essere impiegate solo per l’autodifesa. «Per esempio se la situazione si aggrava e dobbiamo lasciare l’edificio o ritirarci in maniera ordinata», indica Wiederkehr. «Se in città vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco, indossiamo i giubbotti antiproiettile, mettiamo il casco e ci portiamo un’arma. Finora però non è mai successo».

Ci sono stati però alcuni momenti in cui la situazione è stata piuttosto critica. Nel 2014, per esempio, è stato appiccato il fuoco alla sede del governo, causando l’annullamento delle elezioni. Nel 2018 ci dovrebbero essere le prossime elezioni, tuttavia sono in pochi a credere che si svolgeranno davvero. Questa è almeno l’opinione più diffusa tra la gente con cui hanno parlato i soldati svizzeri del LOT.

Raccogliere minuscoli tasselli

Durante il giro di pattuglia nell’area di Mostar incontriamo per caso un ciclista tedesco. Lavora per una ONG cristiana che intende diffondere «l’amore di Gesù» nel mondo islamico. Dätwyler si segna l’incontro nel suo taccuino, incontro di cui riferirà nel suo rapporto giornaliero.

Pranziamo in un piccolo e tradizionale ristorante nella pittoresca città vecchia di Mostar, che con il famoso ponte appartiene al Patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO. Quando sono di pattuglia, i soldati svizzeri consumano i pasti nei ristoranti della regione, da una parte per farsi notare, dall’altra per sostenere l’economia locale.

jeep dell'EUFOR sulla strada

In pattuglia sulle strade della Bosnia ed Erzegovina.

(swissinfo.ch)

Nel pomeriggio si fa un salto all’Ufficio del lavoro del cantone di Erzegovina-Neretva. È già il settimo incontro con il direttore Vlado Čuljak. Ci si saluta, ci si scambia qualche cortesia, si beve un caffè. Il colloquio è gestito dai soldati svizzeri, Dätwyler e Müller, mentre Zijada, che ha vissuto durante la guerra in Germania e che ora collabora con il LOT, fa da interprete.

Alain Kessler è nato nel 1972 a Lucerna. È un consulente indipendente nel settore elettronico. È stato in missione nel 2000 come berretto giallo in Bosnia ed Erzegovina. «Si notano alcuni progressi: le strade sono più pulite, non ci sono quasi più rottami di auto sui bordi delle strade, meno case in rovina. Allora la missione mi ha segnato profondamente. Serbo però un caro ricordo dello spirito cameratesco».

(swissinfo.ch)

Con fierezza, Čuljak ricorda che la disoccupazione è scesa di 4-5 punti percentuali. Inoltre è contento che dalla prossima estate la compagnia area Eurowings farà scalo a Mostar.

«Sarebbe bello se anche la Svizzera avesse un volo diretto». Poi parla di un bosniaco residente in Svizzera che ha assunto a Belgrado. «Perché lì e non qui?», si chiede Čuljak. «La nostra forza lavoro è a buon mercato e la situazione è pressoché stabile». Ma nel contempo evidenzia la stagnazione politica. «Da otto anni non si tengono elezioni. Non abbiamo un consiglio comunale e non c’è nessuno che dà i permessi di costruzione. È un problema».

Dopo aver parlato di cose serie, rimane un po’ di tempo anche per le chiacchiere. Il direttore Čuljak racconta con entusiasmo della sua partecipazione all’Oktoberfest di Monaco, della caccia, del suo capanno e del suo cane. L’incontro si conclude dopo circa un’ora.

Le osservazioni e le informazioni raccolte finiranno nei rapporti giornalieri dei due giovani soldati svizzeri. Il rapporto verrà inoltrato all’EUFOR, quale minuscolo tassello per comporre il mosaico della situazione attuale in Bosnia ed Erzegovina.

Per la pace in Bosnia ed Erzegovina

La Svizzera è uno dei 19 Paesi che prendono parte alla missione Althea dell’EUFOR (European Union Force)Link esterno in Bosnia ed Erzegovina. La Svizzera è presente con 20 soldati, suddivisi in distaccamenti della Liaison and Observation Team (LOT), composti da otto soldati ciascuno di stanza a Mostar e Trebigne, tre ufficiali e sottoufficiali si trovano invece nel quartiere generale dell’EUFOR e del LOT presso il Camp Butmir a Sarajevo. In totale ci sono 17 case LOT in «regioni calde» in Bosnia ed Erzegovina. I LOT fungono da sistema di preallarme dell’EUFOR e collaborano strettamente con la popolazione e le autorità locali.

L’EUFOR è presente dal 2004 con 7000 persone nella regione. Oggi sono ancora 600 soldati, provenienti in buona parte da Austria e Turchia. L’EUFOR è subentrata alla SFOR (Stabilisation Force) della NATO. La SFOR è nata dall’IFOR (Implementation Force). Quest’ultima con i suoi 60mila uomini ha favorito l’instaurazione della pace in Bosnia ed Erzegovina dopo l’accordo di Dayton. A dirigere questa missione era la NATO e il mandato le era stato assegnato dall’ONU.

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Traduzione dal tedesco di Luca Beti

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