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Sul tetto del mondo Un Ueli Steck "più umano" torna sull'Himalaya

Ueli Steck sulla parete sud dell'Annapurna, nel 2007.

Il noto alpinista svizzero Ueli Steck è in Nepal per scalare uno degli 8'000 metri più pericolosi. Nell’intervista a swissinfo.ch spiega le ragioni che lo hanno riportato sull’Himalaya, dopo la brutta esperienza con un gruppo di sherpa della scorsa primavera.

Ueli Steck è di ritorno in Nepal oltre quattro mesi dopo aver lasciato il Monte Everest con l’amaro in bocca. Con la promessa che non rimetterà mai più piede sulla montagna più alta del mondo, l’alpinista tenta ora di affrontare la parete sud dell’Annapurna I assieme al canadese Don Bowie.

Alta tensione sull’Everest

Il 28 aprile 2013 l’alpinista svizzero Ueli Steck, il suo collega italiano Simone Moro e il fotografo britannico John Griffith sono stati attaccati da un gruppo di 100 sherpa al campo 2 dell’Everest, a 6'400 metri di quota.

Qualche ora prima, i tre avevano incrociato un gruppo di sherpa che stava fissando le corde per una spedizione commerciale a circa 7'200 metri.

Dopo l’episodio, i tre scalatori europei hanno deciso di rinunciare alla loro impresa.

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swissinfo.ch: Sta per tentare la scalata della parete sud dell’Annapurna per la terza volta. Questa spedizione dev’essere alquanto difficile dopo quanto è successo sull’Everest in primavera. Quali sono le sue sensazioni?

U. S.:: Dopo quello che è accaduto, per me è davvero importante tornare in Nepal. Ho bisogno di sapere cosa sta succedendo. Ho radicalmente cambiato la mia opinione sul paese e su come funzionano le cose. Penso che l’incidente mi abbia aperto un po’ gli occhi sul Nepal, ciò che è positivo. La spedizione primaverile è alle spalle. Non è stato sicuramente il mio miglior momento, ma è andata così.

La parete sud dell’Annapurna I è un vecchio progetto. Ho già fatto due tentativi. Devi avere pazienza se vuoi salire su una montagna di 8'000 metri seguendo vie difficili. A volte sei fortunato, ma spesso devi tornare indietro.

swissinfo.ch: Durante il primo tentativo nel 2007 è stato colpito da una roccia che avrebbe potuto ucciderla. Nel 2008 ha abbandonato la scalata per soccorrere l’alpinista spagnolo Iñaki Ochoa de Olza, deceduto poco dopo il suo arrivo al campo. Ritornare qui dev’essere una bella sfida…

U. S.: Dopo la morte di Iñaki ho dovuto scendere immediatamente dalla parete. Ho avuto bisogno di tempo per dimenticare. Se fossi ritornato la stagione seguente, non sarei stato pronto. Avrei avuto troppa paura. Dopo alcuni anni e dopo aver accumulato una certa esperienza sugli 8'000 metri ho sentito che la voglia era di nuovo presente. Volevo portare a termine il progetto. Ho molta più esperienza rispetto al 2007 e al 2008. Adotto nuove tecniche e non mi concentro più su un’unica via. Ora riesco ad adattarmi maggiormente alle condizioni e al tempo.

swissinfo.ch: Perché tornare proprio adesso? Ha appena detto che deve accumulare una solida esperienza sulle montagne, ma questa primavera ne ha vissuta una molto negativa. Ha avuto abbastanza tempo per superarla?

U. S.: Non ho ancora dimenticato la vicenda sull’Everest. È qualcosa di particolare e ci vorranno anni. Ma la vita continua e devi guardare in avanti. Non puoi startene seduto in casa a girarti i pollici. Ho sentito la necessità di scalare in alta quota. Sfortunatamente la maggior parte degli 8'000 metri si trova in Nepal e quindi sono stato costretto a tornare qui. Per me è comunque una buona cosa: devo parlare con la gente e costruire nuovi rapporti, ciò che probabilmente mi aiuterà a superare la vicenda.

swissinfo.ch: È stato in un qualche modo forzato a tornare qui per completare il progetto? Oppure l’Annapurna è una sfida che vuole davvero affrontare?

U. S.: La parete sud dell’Annapurna è senza dubbio qualcosa che voglio assolutamente fare. Numerosi alpinisti sponsorizzati lavorano in modo diverso. Le loro spedizioni sono spesso finanziate dagli sponsor e quindi devono fare ciò che vogliono loro. Io voglio fare ciò che mi interessa: se trovo gli sponsor per coprire i costi bene, altrimenti pago di tasca mia. Nella mia vita ho sempre avuto questa libertà e non voglio perderla.

swissinfo.ch: Ovviamente dispone di grandi sponsor. Come hanno reagito dopo l’incidente sull’Everest e in che modo l’episodio ha inciso sulla sua reputazione?

U. S.: Penso che l’incidente mi abbia reso molto più umano. È davvero ciò che è successo. Anche gli sponsor hanno avuto una vasta copertura mediatica. Ora, tutti mi conoscono. Ovviamente quest’immagine non mi piace per niente. Non voglio essere nei media per storie di questo genere. Ma è impossibile evitarlo.

swissinfo.ch: Solitamente non si fa accompagnare in alta quota dagli sherpa. Per questa spedizione ci saranno comunque degli sherpa. Cosa ne pensa?

U. S.: Ci saranno ovviamente sherpa per il supporto al campo base. Abbiamo inoltre uno sherpa che andrà avanti e indietro dal nostro campo base [a circa 5'000 metri]. Trasporteremo noi stessi gran parte dell’equipaggiamento. Ma è bene sapere che ci sarà qualcuno ad aiutarci. E se l’addetto alla cucina vorrà guadagnare di più, potrà salire con noi.

swissinfo.ch: Crede di poter far loro fiducia?

U. S.: La mia percezione della gente è in generale cambiata. E non mi riferisco soltanto agli sherpa. Dopo quanto successo in primavera, faccio fatica a fidarmi delle persone. Tra me e gli altri ho costruito un muro, che non è ancora stato abbattuto.

Annapurna I

L’Annapurna I (8'091 metri), nell’ovest del Nepal, è la decima montagna più alta del mondo.

La prima scalata della parete nord è stata effettuata nel 1950 da una spedizione francese guidata da Maurice Herzog.

La montagna è famosa per il pericolo di valanghe; tra le sue vittime ci sono noti alpinisti quali il russo Anatoli Boukreev e l’italiano Christian Kuntner.

I francesi Pierre Beghin e Jean-Christophe Lafaille hanno tentato la scalata seguendo la stessa via nel 1992. Il primo ha perso la vita, mentre il secondo ha impiegato cinque giorni per scendere da solo dalla montagna.

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swissinfo.ch: Tra gli 8'000 metri, l’Annapurna I è tra le vette meno alte. La montagna è però considerata tra le più pericolose. Come è cambiata la sua percezione del pericolo dopo aver constatato che anche il campo 2 sull’Everest poteva essere rischioso?

U. S.: È vero: il campo 2 sull’Everest è molto più pericoloso. Tutti dicono che l’Annapurna è l’8’000 metri più pericoloso, a causa dei numerosi seracchi e delle valanghe sulle vie abituali. Essendo così a sud, c’è molta umidità ciò che significa abbondanti nevicate. Questa è una delle ragioni per cui ho deciso di scalare relativamente tardi nella stagione.

swissinfo.ch: Se dovesse raggiungere la vetta realizzerebbe un sogno. Quale è il prossimo?

U. S.: Ci ho riflettuto molto durante l’estate, in particolare dopo l’esperienza sull’Everest. Penso che rimarrò sulle pareti tecniche degli 8'000, così nessuno mi darà fastidio. È quello che mi interessa. C’è ancora molto lavoro da fare su queste montagne e di sicuro c’è molto spazio per arrampicare.

Ueli Steck

Nasce il 4 ottobre 1976 a Langnau, nella valle dell’Emmental (canton Berna). È soprannominato “la macchina svizzera”, dal titolo del film a lui dedicato uscito nel 2010.

Nel 2001 scala in solitaria la parete nord dell’Eiger in 10 ore. Ripete l’ascesa a più riprese, fino a stabilire un nuovo record di 2 ore e 47 minuti nel febbraio 2008.

Ueli Steck ha conquistato le vette principali in Svizzera, Nord America e Himalaya.

Il 18 maggio 2012, raggiunge per la prima volta la cima dell’Everest senza utilizzare bombole ad ossigeno.

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Traduzione dall’inglese di Luigi Jorio, swissinfo.ch


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