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Ueli Steck Degli sherpa infuriati infrangono il sogno dell’Everest

Ueli Steck (a destra) e Simone Moro sulle pendici dell'Everest nell'aprile 2013

(Epic TV)

Il famoso alpinista svizzero Ueli Steck, incontrato da swissinfo.ch al campo base dell’Everest, afferma che non ritornerà mai più sul tetto del mondo, dopo l’attacco di cui è rimasto vittima assieme a due compagni di scalata.

«Ho perso completamente la fiducia. Non ritornerò mai più su questa montagna», dichiara con la voce rotta dall’emozione Ueli Steck, incontrato martedì al campo base dell’Everest. Nell’intervista, l’alpinista svizzero, conosciuto soprattutto per i suoi record di velocità nelle Alpi e nell’Himalaya, spiega che l’incidente accaduto domenica è l’espressione della rabbia accumulatasi negli anni. Sintomo di una «spaccatura tra due mondi», afferma Steck.

Una montagna molto ambita

Ogni anno oltre 800 scalatori cercano di raggiungere la vetta dell’Everest. Negli ultimi anni, ogni stagione ci sono riusciti in circa 500-600.

La primavera è la stagione migliore per scalare la montagna himalayana. Di regola circa 60 spedizioni aspettano nei campi base sui versanti sud (Nepal) e nord (Tibet) della montagna.

La maggior parte degli alpinisti ingaggiano gli sherpa come guide, portatori e per fissare le corde.

Complessivamente, circa 6'000 ascese sono state coronate da successo. Dal 1953, 15'000 persone hanno raggiunto la vetta.

Da quando l’Everest è stato conquistato per la prima volta nel 1953, solo 150 persone hanno raggiunto la vetta senza ossigeno, tra cui gli svizzeri Erhard Loretan, Jean Troillet e Ueli Steck. Nel 1986 Loretan e Troillet sono riusciti a scalare l’Everest nel tempo record di 43 ore tra andata e ritorno.

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swissinfo.ch: Può spiegarci cosa è successo? Perché siete stati attaccati?

Ueli Steck: Sto ancora cercando una risposta. Non penso che vi fosse un problema personale con il nostro team. Si tratta piuttosto di un problema nato già tempo fa e che in Nepal si è acuito di recente. Suppongo che ci siamo trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tutto è iniziato con uno scontro verbale sulla montagna, proprio sotto il campo 3. Poi, quando siamo tornati al campo 2, vi erano circa 100 sherpa che hanno cercato di attaccarci.

swissinfo.ch: Secondo alcuni media e gli sherpa, avete agito in maniera sconsiderata, scalando davanti a loro mentre stavano fissando le corde. Pensa che sia questo il problema?

U.S.: No, non credo. Sapevamo che stavano fissando le corde e non abbiamo assolutamente interferito. Stavano fissando le corde per delle spedizioni commerciali e non per noi, poiché non ne abbiamo bisogno. Naturalmente dobbiamo lasciare spazio per tutti in montagna. Quindi per non disturbare ci siamo spostati 50 metri sulla sinistra e abbiamo fatto veramente attenzione a non far cadere nessun blocco di ghiaccio.

Ritengo che ciò che li ha fatti infuriare sia stato il fatto che stavamo scalando. Pensano che se loro sono sulla montagna non può esserci nessun altro. È stato questo il grande problema.

swissinfo.ch: Cosa è successo quando siete ritornati al campo 2?

U.S.: Prima di tutto, al campo 3 dovevamo raggiungere la nostra tenda a circa 7'100 metri di quota. Dovevamo incrociarci con loro e abbiamo fatto molta attenzione. Appena abbiamo raggiunto l’appiglio hanno iniziato a strillarci addosso e non vi era nessuna possibilità di discutere. Erano veramente furibondi. Hanno smesso di fare quello che stavano facendo e sono scesi. Ci sentivamo in colpa per le spedizioni commerciali e quindi abbiamo deciso di finire il lavoro e di fissare il resto della via.

La vicenda

Il 28 aprile l’alpinista svizzero Ueli Steck, il suo collega italiano Simone Moro e il fotografo britannico John Griffith sono stati attaccati da un gruppo di 100 sherpa al campo 2 dell’Everest, a 6'400 metri di quota.

Qualche ora prima, i tre avevano incrociato un gruppo di sherpa che stava fissando le corde per una spedizione commerciale a circa 7'200 metri.

Dopo l’episodio, i tre scalatori europei hanno deciso di rinunciare alla loro impresa.

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swissinfo.ch: Gli sherpa come hanno preso il fatto che abbiate finito il loro lavoro? Non è forse questo che li ha fatti infuriare?

U.S.: Con il senno di poi, penso che li abbia fatti sicuramente arrabbiare. Sul momento però ci sentivamo responsabili poiché li avevamo interrotti nel loro lavoro. Ciò che è successo quando siamo arrivati al campo 2 è però inaccettabile. Non vi era nessuna ragione per cercare di uccidere tre persone.

swissinfo.ch: Hanno veramente cercato di uccidervi?

U.S.: È quello che dicevano. La situazione è sfuggita al controllo e nessuno poteva più fermarli. Vi era una folla di cento persone che ci lanciava sassi e minacciava di ucciderci.

swissinfo.ch: Ha abbandonato la spedizione perché gli sherpa le hanno detto di partire o l’incidente è stato una ragione sufficiente per rinunciare?

U.S.: Quando vi sono cento persone che ti dicono che vogliono ucciderti e quando tra di esse ci sono alcuni uomini assieme ai quali l’anno prima avevamo scalato l’Everest ed erano amici, è difficile rimanere. Sono veramente deluso. Ho perso completamente la fiducia. Non posso tornare su questa montagna, anche se tutti dicono che non succederà più. Chi può assicurarmi che una folla incollerita non cercherà di tagliare la mia corda o di bruciare la mia tenda?

swissinfo.ch: È sicuro di non averli provocati?

U.S.: Gli sherpa lavorano qui da molti anni. In Nepal sono persone ricche e hanno conquistato molto potere. D’altro canto, però, vedono tutti questi occidentali guadagnare tutti questi soldi. E vi è un enorme divario tra loro e gli occidentali. Ciò che è accaduto rivela la rabbia che è cresciuta durante questi anni. È il sintomo di una spaccatura tra due mondi e della gelosia che si è venuta a creare.

swissinfo.ch: Lunedì è stata organizzata una cerimonia, forse una sorta di accordo di pace, tra il vostro team e gli sherpa. Non crede che l’ascia di guerra sia stata sotterrata?

U.S.: Per essere onesti, penso che questa ‘cerimonia’ sia servita a calmare gli animi ma non ha di certo risolto il problema. Questo ‘trattato di pace’ è stato solo un pretesto per trovare una via d’uscita. Per me sono però solo belle parole, che non servono a nulla. Siamo in Nepal e dobbiamo rispettare le loro regole del gioco. Però se si crede di risolvere qualcosa facendo quello che hanno fatto è semplicemente incredibile.

swissinfo.ch: Quanto successo ha distrutto il suo mito dell’alpinismo himalayano?

U.S.: Definitivamente. È un’esperienza che non dimenticherò mai. Ho cambiato opinione sull’Everest e sulla sua regione, la valle di Khumbu. Questa valle mi piaceva veramente. Sono venuto qui dieci volte, ma adesso penso che non ci tornerò più. Ci sono tante altre montagne dove non devo giocare il loro gioco.

swissinfo.ch: E i vostri sponsor come hanno reagito?

U.S.: Da un lato si sono naturalmente mostrati comprensivi. Dall’altro, però, viviamo nel mondo occidentale e non abbiamo nulla per nulla. Gli sponsor vogliono trarre dei benefici da ciò che faccio. Adesso tutti e tre andiamo incontro a un disastro finanziario. Abbiamo speso molti soldi e anche se li abbiamo ricevuti dai nostri sponsor, vogliono qualcosa in cambio.

swissinfo.ch


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