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Spedizioni svizzere 1952/56 Gli eroi dell'Everest come "astronauti della Svizzera"

Uno sguardo all'indietro del fotografo e conquistatore dell'Everest, Dölf Reist: gli ultimi raggi di sole raggiungono ancora soltanto il Tetto della terra, mentre in basso il ghiacciaio Khumbu è già completamente avvolto dalle tenebri notturne.

(Dölf Reist © Schweizerische Stiftung für Alpine Forschung)

Con il loro successo nel 1956 sull'Everest gli scalatori svizzeri scrissero una pagina di storia dell'alpinismo. Ma incarnarono anche l'ambizione della Svizzera a un ruolo di primo piano nel boom tecnologico del dopoguerra. E furono forieri di una Svizzera che si apriva e che doveva ripulire la propria reputazione sulla scena internazionale dopo la stretta collaborazione con i nazisti.

Nel maggio 1956 Ernst Schmied e Jürg Marmet così come Dölf Reist e Hans Ruedi von Gunten raggiunsero il più alto punto della Terra, a quota 8'848 metri. Furono rispettivamente la seconda e la terza cordata a riuscire l'impresa, dopo la prima effettuata da Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing nel 1953

Pochi giorni prima un'altra spedizione svizzera aveva compiuto una grande prodezza: Fritz Luchsinger e Ernst Reiss erano stati i primi a scalare il vicino Lhotse, la quarta montagna più alta del mondo, con i suoi 8'516 metri.

Spedizione svizzera 1956 Le grandi immagini dell'Everest del "piccolo" Dölf Reist

Dölf Reist faceva parte del quartetto di alpinisti svizzeri che nel 1956 conquistarono l'Everest. Il bernese documentò anche fotograficamente la spedizione. Quegli scatti costituirono le pietre miliari di una carriera parallela di successo come fotografo di montagna, autore di libri illustrati e conferenziere.

Morto nel 2000 all'età di 79 anni, di statura Reist era piccolo solo fisicamente, perché era un uomo dai molteplici talenti: egli incarnava non solo i vertici dell'alpinismo e della fotografia di montagna del dopoguerra, ma pubblicò anche numerosi libri illustrati ed eccelse come narratore.

Nei suoi tour attraverso la Svizzera riempiva di gente le grandi sale in cui proiettava le sue diapositive e con i suoi racconti di prima mano affascinava un pubblico eterogeneo, che andava dai giovani agli anziani. Dall'attività di conferenziere ricavava una sostanziosa parte del suo reddito.

Reist è dunque considerato uno dei precursori delle odierne stelle dell'alpinismo estremo, che creano grande richiamo con le loro presentazioni multimediali high-tech inscenate come eventi.

(Testo: Renat Kuenzi, swissinfo.ch/ Immagini: Dölf Reist/Museo alpino svizzero)

"Gli svizzeri scalano l'Everest due volte e conquistano il Lhotse", scrisse in prima pagina il "New York Times". Il duo Luchsinger/Reiss è riuscito a scalare il Lhotse che "è considerato da molti un test più difficile dell'Everest".

"Probabilmente il secondo posto più soddisfacente del mondo", commentò la rivista statunitense "Life".

"Trionfo degli svizzeri sull'Himalaya", esultava la rivista "Schweizer Illustrierte Zeitung", che dedicò ancora per settimane grandi reportage agli eroi dell'aria fine.

Facsimili, fotografie originali, film e registrazioni sonore e altro materiale delle due grandi imprese fanno parte della mostra "Himalaya Report. Alpinismo nell'era dei media", che si può visitare al Museo alpino svizzero a Berna fino al 26 luglio 2015.

"Ci fermammo sull'Everest!"

"L'esposizione permette di vedere come gli alpinisti hanno negoziato le loro esperienze fin dall'inizio del 19° secolo. Oggi le stelle dell'alpinismo, sul piano commerciale, sono dei prodotti di marca altamente integrati. Sì, dei brand. Vogliamo seguire l'evoluzione di questo sviluppo", dice Beat Hächler, direttore del museo.

Egli vede le spedizioni sull'Everest come il frutto di "seguaci di un mondo coloniale, impregnato di valori nazionali. Gli alpinisti erano 'gli astronauti della Svizzera' che nel paese suscitavano un 'sentimento del noi' nazionale".

Un parere condiviso da Patricia Purtschert, ricercatrice del Politecnico federale di Zurigo. "Venne evocata la sensazione del 'qui abbiamo compiuto e raggiunto qualcosa di speciale'", dice la scienziata e appassionata escursionista di montagna, che ha esaminato le spedizioni svizzere sull'Everest dal profilo della decolonizzazione.

"Man Against Mount Everest" (estratto dal film di André Roch e Norman G. Dyhrenfurth sulla spedizione svizzera del 1952)

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Appena un decennio dopo l'orrore della Seconda guerra mondiale, c'era però in gioco anche altro, dice Patricia Purtschert. "Annelies Sutter Lohner, che ho potuto intervistare poco prima che morisse, fu una delle poche donne a partecipare alle spedizioni himalayane svizzere, più precisamente nel 1947 e nel 1949. Lei raccontava che dopo la guerra la gente era veramente avida di simili partenze ed evasioni. L'Europa era ancora sotto le macerie e le ceneri, perciò i racconti di avventure in un mondo remoto, selvaggio e apparentemente 'sano', affascinavano".

Una miscela molto attrattiva

Spedizione svizzera del 1952 Oswald Oelz: "grandiosa impresa pionieristica" sull'Everest

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Con il superamento della cascata di ghiaccio Khumbu, gli svizzeri nel 1952 trovarono la chiave per il Tetto del mondo in termini di percorso. Ma fallirono poi sulla cresta, anche perché non avevano capito l'importanza della medicina di alta quota, afferma Oswald Oelz, egli stesso alpinista d'alta quota e medico.

Due errori furono fatali per la spedizione elvetica: la negligenza dell'idratazione e le apparecchiature dell'ossigeno inadeguate, spiega il medico-alpinista che accompagnò Reinhold Messner sulla cima dell'Everest nel 1978.

swissinfo.ch: Come valuta la prestazione svizzera del 1952?

O. O:. Quella fu una grandiosa impresa pionieristica. A quel momento gli svizzeri, accanto ai francesi, erano i migliori alpinisti d'alta quota del mondo. Charles Houston individuò nel 1950 la cascata di ghiaccio del Khumbu come l'accesso alla Valle del Silenzio, ma non riuscì a superare la rupe di ghiaccio.

Vi riuscirono gli svizzeri nel 1952. Con una prestazione geniale, il giovane arrampicatore ginevrino Jean-Jacques Asper superò un ampio crepaccio nella parte superiore, che fino ad allora era risultata insormontabile. Si lasciò calare con la corda doppia nel crepaccio, poi scalò la parete di ghiaccio verticale sul lato opposto con movimenti dinamici verso l'alto. Con la corda si poté allora tendere una scala sopra il crepaccio: l'accesso alla Valle del Silenzio ora era aperto.

swissinfo.ch: È vero che l'obiettivo della spedizione non era la cima dell'Everest, ma il Colle Sud, ossia la sella a quasi 8000 metri di quota tra l'Everest e il Lhotse? O si trattava di un gesto di modestia in ossequio agli inglesi?

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O. O.: Era certamente falsa modestia. Gli alpinisti intendevano spingersi ulteriormente fino alla vetta, se ce l'avessero fatta ad arrivare al Colle Sud. A questo scopo avevano anche portato le apparecchiature per l'ossigeno, che però si rivelarono inadatte.

Per il Regno Unito, il successo degli svizzeri sarebbe stato un disastro assoluto. Perciò a Londra, presso il Club alpino e la National Geographic Society, la spedizione destava enorme nervosismo.In parallelo, gli inglesi nel 1952 condussero una spedizione sperimentale sul Cho Oyu, cui prese parte tra gli altri anche Edmund Hillary. Lì testarono le loro attrezzature per l'ossigeno e svilupparono la strategia che portò al raggiungimento della vetta nel 1953.

swissinfo.ch: Gli svizzeri nel 1952 si resero conto della dimensione storica della loro impresa? Erano perfettamente coscienti di aver trovato la chiave per la vetta?

O. O.: Quando la spedizione del 1953 ottenne finalmente il successo, segnò una grande svolta. Ma erano stati gli svizzeri che avevano trovato la chiave: con il superamento della cascata di ghiaccio, l'attraversamento della Valle del Silenzio e l'accesso al Colle Sud. Così avevano scalato con relativamente poche corde fisse tutto il ripido fianco del Lhotse.

Sulla cresta sud-est dell'Everest fallirono poi per due motivi. In primo luogo, non si erano resi conto dell'immensa importanza dell'idratazione per l'alpinismo ad alta quota. Lambert e Tenzing non avevano alcun bollitore nel loro ultimo bivacco a 8400 metri: Dovettero sciogliere della neve in una scatoletta di latta, con una candela, per poter bere almeno qualche sorso. Già sul fianco del Lhotse erano stati afflitti dalla sete. La disidratazione pregiudicò enormemente le loro capacità.

Dopo di che, nel 1953, gli alpinisti della spedizione britannica, spinti dal loro medico, bevvero così tanto che Hillary sulla vetta dovette ancora urinare abbondantemente, come scrisse nella sua autobiografia.

PLACEHOLDERSecondo problema degli svizzeri: gli apparecchi per l'ossigeno che avevano scelto, su consiglio di un professore di Zurigo. Potevano essere utilizzati solo in stato di riposo, cioè, solo quando si è seduti o fermi in piedi, ma non mentre si sale. Questo perché il professore si era basato sull'opinione sbagliata che il corpo può immagazzinare ossigeno.

swissinfo.ch: L'alpinismo di alta quota era allora ancora agli albori, tecnicamente, ma soprattutto sul piano medico. Gli alpinisti erano anche una sorta di animali da laboratorio?

O. O.: L'alpinismo di alta quota a quel tempo era il regno delle cavie volontarie. Gli svizzeri non si erano sottoposti ad alcun esame preliminare specifico. Parallelamente, invece, l'autorevole medico britannico Griffith Pugh durante la spedizione esplorativa nel 1952 misurò esattamente la quantità di liquidi che devono essere assunti e la portata che devono avere le apparecchiature dell'ossigeno. Elaborò così i primi principi fisiologici che poterono essere attuati con successo nel 1953.

swissinfo.ch: Riguardo alla seconda spedizione svizzera, nel 1956: a quel tempo, l'impresa di Ernst Reiss e Fritz Luchsinger, che conquistarono per primi il Lhotse, fu messa in ombra dal successo delle ascensioni dell'Everest 2 e 3. Eppure la quarta montagna più alta del mondo, con i suoi 8516 metri, già allora era considerata più difficile da scalare che il vicino Everest. Come valuta la prima scalata del Lhotse?

O. O.: Si basava sul fatto che la spedizione svizzera aveva preparato il percorso al di sotto del Colle Sud con precisione militare. Nel canale del Lhotse, Reiss e Luchsinger fecero prova di una prodezza alpinistica: percorsero le salite molto ripide del canale nello stile di ascensione, ma con ossigeno supplementare. Fu un'impresa eseguita con la massima precisione svizzera e rientrarono senza alcun danno, quali per esempio congelamenti.

Oswald Oelz

Il 71enne austriaco che vive in Svizzera dal 1968, è stato professore di medicina all'ospedale universitario di Zurigo e, fino al 2006, primario all'ospedale Triemli.

Considerato uno dei pionieri della moderna medicina di alta quota, è stato al contempo un alpinista di alta quota di successo.

Nel 1978 Oelz è stato il medico della spedizione in cui Reinhold Messner e Peter Habeler furono i primi uomini a scalare l'Everest senza ossigeno supplementare. Illustri esperti di questo campo della medicina in precedenza avevano giudicato l'impresa praticamente impossibile. Oelz stesso accompagnò la spedizione e raggiunse il Tetto del mondo, ma con ossigeno supplementare.

Nel 1990 fu il terzo alpinista ad avere raggiunto tutte le vette dei settemila.

Oelz ha anche scalato tre grandi pareti nord delle Alpi (Cervino, Eiger, Sperone Walker delle Grandes Jorasses).

È inoltre l'autore di opere fondamentali della letteratura sull'alpinismo.

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I celebrati eroi delle spedizioni svizzere nell'Himalaya hanno fatto molto di più che appagare la voglia di avventura della gente rimasta a casa, secondo la ricercatrice. "Hanno rappresentato in un bel modo ingegnoso un'interfaccia" tra la Svizzera, che si era chiusa a riccio nella Seconda guerra mondiale – e poi dovette subire dure bacchettate internazionali per la stretta cooperazione con la Germania di Hitler – e la Svizzera che si apriva, che doveva urgentemente migliorare la sua reputazione internazionale.

Le spedizioni aprirono nuove dimensioni. "I viaggi in terre sconosciute ed esotiche dell'Asia e la rovente corsa mondiale con le grandi nazioni di alpinisti a chi giungeva per primo sulla montagna più alta del mondo produssero una miscela molto attrattiva per la gente a casa".

Tecnologia in vetrina

La mostra

"Himalaya Report. Alpinismo nell'era dei media" è allestita nel Museo alpino svizzero a Berna e si può visitare fino al 26 luglio 2015.

L'esposizione segue l'evoluzione mediatica che caratterizza la conquista delle cime più alte del mondo: dalla prima fotografia del K2, scattata nel 1902 dal neocastellano Jules Jacot Guillarmod, pioniere dell'Himalaya, passando per il primo film di alpinismo, realizzato da Günter Oskar Dyhrenfurth nel 1934, con scene girate a 7000 metri di altitudine sul Gasherbrum I, fino agli eventi multimediali, di cui sono protagonisti alpinisti estremi odierni, quali per esempio Ueli Steck e Stephan Siegrist.

Oltre a numerosi reperti di spedizioni himalayane, in mostra ci sono fotografie, filmati e registrazioni sonore di celebrità quali Aleister Crawley, Günter Oskar Dyhrenfurth, Jules Jacot Guillarmod, Gerlinde Kaltenbrunner, Reinhold Messner, Stefan Siegrist e Ueli Steck.

Il museo ha anche creato un blogLink esterno aperto.

Il 24 ottobre 2014 si terrà la cerimonia di consegna del legato di Erhard Loretan. Il friburghese, vittima di una caduta mortale poco sotto la vetta del Grünhorn nel 2011, fu il terzo alpinista che riuscì a scalare tutti i quattordici ottomila senza ossigeno.

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Gli svizzeri utilizzarono l'Everest anche come un laboratorio in alture ghiacciate. Nella leggendaria zona della morte potevano piazzare in una vetrina internazionale gli sviluppi tecnologici, con i quali la Svizzera avrebbe presto impressionato il mondo.

Apparecchiature per l'ossigeno, tende, corde, vestiti isolanti, calzature speciali, orologi e l'uso delle radiotrasmittenti: così le spedizioni svizzere contribuirono a un rapido sviluppo tecnologico dell'alpinismo, dice Patricia Purtschert. "Ciò venne fatto con una messa in scena mediatica, cosicché gli alpinisti avvolti in tute calde, che ricordano astronauti, furono considerati l'incarnazione del progresso tecnologico.

Nel 1960 Max Eiselin fece un ulteriore passo avanti: nella prima scalata del Dhaulagiri utilizzò un piccolo aereo Pilatus Porter per il trasporto del materiale. Ciò era una novità nell'alpinismo himalayano".

Ma la tecnologia fu anche all'origine del fallimento della spedizione del 1952, poiché l'apparecchiatura per l'ossigeno degli svizzeri si rivelò non idoneo (vedi intervista a Oswald Oelz).

Le imprese dell'Himalaya consentirono alla Svizzera di riprendere la vecchia logica del ridotto nazionale, ossia della chiusura, rinnovandone i contenuti per adattarli all'urgente necessità di apertura internazionale, senza generare contraddizioni, osserva la ricercatrice.

Ma senza nazionalismo

La retorica nazionalista che aveva caratterizzato l'alpinismo fino ad allora, non si è praticamente ammutolita a quel momento.

"Un protagonista della Fondazione svizzera per ricerche alpine [la quale organizzava, finanziava e commercializzava le spedizioni, Ndr.] indicò per esempio la croce svizzera nel logo come un segno nel senso della Croce Rossa, che simboleggia la cooperazione internazionale", afferma Patricia Purtschert.

Il carattere internazionale dell'alpinismo fu messo in evidenza con la fine della colonizzazione, l'indipendenza dell'India e l'apertura del Nepal. "La decolonizzazione portò anche la Svizzera a rendersi conto che doveva avere un'impostazione diversa". Non a caso il Nepal divenne il primo paese prioritario della cooperazione svizzera allo sviluppo.

Gli alpinisti però continuarono a incarnare anche valori molto tradizionali, soprattutto riguardo ai ruoli dei sessi, critica la scienziata. "Le donne erano sempre rappresentate all'aeroporto mentre salutavano, allorché gli eroi maschili andavano in giro per il mondo".


(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch

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