Stop alla fuga dei cervelli

Con il trasferimento all'estero di laureati, la Svizzera perde miliardi investiti nella formazione Keystone

Comincia a dare i suoi frutti la «Rete svizzera d'innovazione», nata per migliorare il «transfer» delle conoscenze scientifiche dal mondo accademico a quello del lavoro. E per evitare che i «cervelli» svizzeri si trasferiscano all'estero.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 aprile 2001 - 09:16

Attualmente sono circa otto-novemila gli ingegneri e gli scienziati svizzeri che lavorano negli Stati Uniti. Senza contare le centinaia di altri «cervelli» che, appena terminata l'università, vanno a cercare migliori strutture lavorative in qualche altro paese del mondo. Un controsenso, se si pensa a quanto la Svizzera investe nella formazione.

«È come se avessimo regalato una decina di miliardi di franchi solo agli americani. Potremmo parlare di un vero e proprio 'aiuto ai paesi ipersviluppati'». La battuta è del professor Jean-Claude Badoux, ex presidente del Politecnico di Losanna e oggi responsabile della «Rete svizzera d'innovazione». La struttura è stata creata nel '99 per iniziativa del segretario di Stato alla scienza e alla ricerca Charles Kleiber, con l'obiettivo di arginare il fenomeno.

«La Svizzera - continua Badoux - sul piano scientifico può essere considerata il paese migliore al mondo. Ha il maggior numero di premi Nobel per milione di abitanti, il maggior numero di pubblicazioni e citazioni scientifiche. Tuttavia, è molto indietro nel trasferire le sue conoscenze scientifiche verso l'economia, verso la creazione e la difesa di impieghi ad alta tecnologia».

Lo scopo della «Rete d'innovazione», così, è proprio quello di accelerare il passaggio di «know-how» verso il mondo del lavoro, in modo da favorire la nascita di nuove imprese «hi-tech» che attirino i neo-laureati svizzeri. La «Rete», che ha sede presso l'Università di Berna, concede ad esempio sussidi iniziali a progetti imprenditoriali particolarmente interessanti, oppure organizza seminari e servizi di consulenza, anche per aiutare Università e Politecnici a prendere molto sul serio il problema del «transfer» di tecnologia.

«La Rete è giovane - conclude Badoux -, ma credo che il mondo universitario abbia già capito che il paese attende dalla formazione, accanto ai risultati scientifici, anche l'impegno nella creazione di impieghi a lungo termine».

L'attività della struttura comincia così a dare i suoi frutti anche nella nascita di imprese hi-tech: di questi tempi ne stanno sorgendo un po' dappertutto in Svizzera, di piccole, medie e grandi dimensioni, soprattutto per iniziativa di giovani specialisti rimasti in patria perché attratti da facilitazioni nei loro progetti.

Alessandra Zumthor

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