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Tre domande a Claude Marthaler

La mappa del periplo di 7 anni attorno al mondo (www.redfish.com/yak).

Abbiamo incontrato Claude in occasione della presentazione del suo Diashow a Bienne. Ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere.

Raccontaci qualche episodio del tuo viaggio attorno al mondo.

"Ho vissuto talmente tante esperienze che non è facile isolarne un paio. Ricordo il calore della gente nella traversata delle repubbliche ex sovietiche. Non possedevano niente ma non esitavano ad offrirmi qualche cosa: del pane, della vodka... spesso molta, troppa vodka!

In Cina ho avuto parecchi problemi con le autorità. In Tibet, benché fosse proibito dalla legge, regalavo ai locali delle foto del Dalai Lama. Per i pacifici tibetani, si tratta del dono più gradito.

In Daghestan invece (ride), all'entrata di una città fui scortato dalle moto e dalle automobili della polizia a sirene spiegate. Chissà poi perché?

Il Bangladesh mi ha invece parecchio segnato. Che miseria laggiù. Non c'erano rumori, non c'erano automobili, non c'era speranza. Al mio ritorno in India, mi sembrava di tornare in un paese ricco".

Uno svizzero per il mondo in bicicletta. Che percezioni della Svizzera hai trovato tra la gente?

"In Armenia mi hanno soprannominato il ciclista del paradiso perché provenivo da uno dei paesi più ricchi del pianeta. In altri luoghi, la gente non aveva mai visto uno svizzero. E allora mi guardavano come fossi un alieno.

Ho incontrato spesso l'associazione con le banche, molto meno quella con il cioccolato: in molti paesi si tratta di un alimento caro e poco accessibile, anche perché va conservato in frigorifero. E non ovunque ne esistono.

Molti pensano che Ginevra sia la capitale della Confederazione. Non avendo avuto alcun passato colonialista, almeno nel senso politico o militare del termine, la Svizzera non è quasi mai vista come un paese nemico".

Come hai vissuto il tuo rientro a Ginevra dopo 7 anni?

"Un grandissimo cambiamento. Ero abituato ad una vita nomade, anche dal punto di vista puramente fisico. Non è stato facile.

C'è stata però l'euforia di ritrovare tutti i miei amici e la famiglia. Ho riscoperto la mia città. Chiaramente tutto era cambiato, io per primo. Ma il cambiamento fa parte della natura stessa della vita.

Per quel che mi riguarda, il viaggio ha limato un po' i miei angoli. Ho convertito parte del mio spirito ribelle sui pedali. Da giovane sono stato obiettore di coscienza, ho lottato contro il nucleare.

Oggi, su molti aspetti, ho un punto di vista più panoramico, più tollerante. Riesco più facilmente a intravedere degli elementi positivi in ogni persona, in ogni cosa. Tutto contiene il suo contrario.

La strada ha tuttavia sviluppato in me molte più domande che risposte. Ancora oggi mi sento colmo di punti interrogativi".

Intervista a cura di Marzio Pescia, swissinfo

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