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'Luanda Leaks' svelano lato oscuro donna più ricca d'Africa

Isabel dos Santos, la donna più ricca d'Africa. KEYSTONE/EPA/BRUNO FONSECA sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 21 gennaio 2020 - 08:29
(Keystone-ATS)

Una serie di documenti finanziari e commerciali trapelati e noti come Luanda Leaks, opera di un consorzio internazionale di giornalismo investigativo, descrive due decenni di affari a dir poco opachi di Isabel Dos Santos, figlia dell'ex presidente dell'Angola.

Si tratta della donna più ricca dell'Africa, con una fortuna stimata in due miliardi di dollari. Oltre 715'000 carte confidenziali in portoghese e inglese che risalgono fino al 1980, ma riguardano principalmente l'ultimo decennio, attestano che dos Santos, suo marito e i loro intermediari hanno costruito un impero commerciale con oltre 400 società e filiali in 41 Paesi, di cui almeno 94 in Stati che consentono conti bancari offshore.

Nell'ultimo decennio, queste società hanno ottenuto lavori di consulenza, prestiti, contratti di lavori pubblici e licenze per un valore di miliardi di dollari dal governo angolano. Secondo Luanda Leaks, inoltre, Dos Santos e suo marito hanno utilizzato il loro arcipelago di società di comodo per evitare controlli e investire in attività immobiliari, energetiche e dei media.

Dos Santos è stata nominata a capo della società petrolifera statale Sonangol da suo padre, José Eduardo dos Santos, all'epoca leader dell'Angola. Secondo le indagini, Sonangol ha versato ben 38 milioni di dollari a una società di Dubai controllata dal suo socio in affari dopo che il nuovo presidente dell'Angola l'aveva rimossa dal suo posto.

A dicembre, un tribunale angolano ha congelato i suoi beni principali. Il governo sta cercando di recuperare 1,1 miliardi di dollari che sostiene appartengano a dos Santos, a suo marito e a uno stretto collaboratore della coppia. La donna - che vive tra Londra e Dubai - ha negato attraverso i suoi legali ogni illecito e ha affermato che il governo è impegnato in una "caccia alle streghe" contro la sua famiglia, condannando l'inchiesta come politicamente motivata.

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