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BERN - L'ex presidente di UBS Peter Kurer sostiene di non essere stato al corrente delle pratiche fiscali illecite compiute dalla grande banca: in un'intervista pubblicata oggi dal domenicale "NZZ am Sonntag", il manager respinge le accuse e qualifica i dubbi sollevati dalla Commissione della gestione (CdG) del Parlamento come "estremamente ingiusti".
"Quando mi sono separato dall'UBS il Consiglio di amministrazione mi ha esplicitamente confermato che, in relazione alle pratiche con clienti americani offshore, non sono in nessun modo venuto meno ai miei doveri", precisa Kurer. La CdG non ha motivato i dubbi espressi a questo proposito e non ha fornito alcun indizio che possa stare alla base delle sue allusioni.
L'ex presidente afferma di essere venuto a conoscenza delle violazioni solo in seguito a una lettera inviatagli da Bradley Birkenfeld, l'ex banchiere UBS che ha collaborato con le autorità americane denunciando diversi evasori. "Birkenfeld mi ha scritto nel marzo 2006 riferendomi che nella sede di Ginevra dell'UBS sono state violate le regole interne nella gestione dei conti di clienti americani offshore". Nessuna informazione vi sarebbe stata invece - precisa Kurer - in merito a eventuali frodi fiscali o violazioni concrete delle leggi americane.
Kurer prosegue affermando di aver ordinato un'indagine interna e di aver raccomandato tra le altre cose anche una perizia indipendente. "Con il senno di poi mi si può rimproverare del fatto che l'inchiesta fosse un po' limitata e la raccomandazione non sia andata sufficientemente lontano. Ma sicuramente non mi si può incolpare di essere venuto meno ai miei doveri".
L'ex presidente respinge anche la tesi, secondo cui l'UBS abbia coinvolto solo in un secondo tempo la Confederazione nella vicenda per sgravare a livello giuridico i propri manager. L'accordo tra UBS e il ministero USA della giustizia era valido solo nei confronti della Banca: "malgrado l'intesa gli americani potrebbero ancora oggi, se volessero, ricorrere alle vie legali contro di me e contro Marcel Rohner".
Kurer prosegue affermando di aver per un certo tempo valutato, assieme a Rohner, se consegnare loro stessi agli americani i dati relativi ai clienti. Tutte le opzioni sono state valutate, ma ciò non significa che "non sono d'accordo" con la successiva decisione adottata dal Consiglio di amministrazione, dall'autorità elvetica di vigilanza dei mercati finanziari (Finma) e dal Consiglio federale.
Una "fornitura diretta" dei dati avrebbe probabilmente causato alla grande banca danni ancora maggiori a livello di reputazione, secondo Kurer. Ma "la nostra proposta avrebbe avuto il vantaggio di dimostrare chiaramente agli USA che ciò costituiva una potenziale violazione del diritto elvetico. Marcel Rohner ed io saremmo stati infatti costretti a rassegnare le nostre dimissioni e le autorità svizzere avrebbero avviato un procedimento penale nei nostri confronti". "Ciò avrebbe probabilmente ridotto la tentazione degli americani di sollecitare la consegna di altri dati".

SDA-ATS